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Toccami

La osservi distrattamente mentre la sciarpa amaranto non riesce a  coprire l’alternarsi di bianco e nero, di avorio e legno, di toni e semitoni.

Che poi a volte non ti riesce proprio di tenerti e allora ti siedi, alzi il coperchio e sposti la sciarpina;  tocchi la tastiera senza nemmeno guardarla, ci passi sopra i polpastrelli, la stuzzichi, la sfiori e spesso indugi a occhi chiusi facendo una leggera e alternata pressione sui tasti limitrofi, che infatti trillano.

Le conseguenze delle tue graziose pressioni ti tornano amplificate dalla cassa armonica e ormai hanno già modificato inesorabilmente l’ambiente circostante: i suoni ora esistono, li hai prodotti;  indietro non si torna. I suoni li pensi, ti cantano dentro, ne senti l’eco lontano e finché non arrivano ai polpastrelli sono solo tuoi e spesso non sai se meritano di venire al mondo o devono strozzarsi nelle falangi. Il loro carattere - deciso, invadente, oppure dolce, discreto o semplicemente debole e vicario - si sviluppa durante il magico transito dall’anima alle dita.

Il verdetto sulle tue scelte armoniche è immediato e inappellabile, ma se riesci a non curartene,  continui a creare suoni senza freni, lasciandoli uscire esattamente come ti comanda quella specie di vento caldo che dalla base del collo ti si irradia leggero fino alle braccia, per spegnersi tra le mani. E finisce che ci balli con i tasti, li corteggi, li tormenti, li illudi, li abbandoni e poi ritorni e li percorri, li stuzzichi, li percuoti e ci litighi e poi asciughi i disastri.

Se quel vento ha indotto leggeri brividi increspando la pelle di schiene sensibili, hai fatto la magia e la fierezza ti è concessa.

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Vascreep

Il Vasco mi fa una cover di Creep dei Radiohead senza preavvisarmi.

Creep ti culla con un motivetto accattivante, degli accordi in sequenza rasserenante ma mai banali, ritmo che non distrae.  Poi, poco prima del ritornello, c’è quella chitarra che simula il rumore di una lampadina il cui filamento è in procinto di bruciarsi E’ una scarica elettrica che si trattiene due o tre volte per poi esplodere nell’accordo distorto che signoreeeeeeeeeeeeeeechecosanonè’stoaccordo. Avete presente quando ci si trattiene per due o tre volte e poi ci si lascia andare. Ecco, una roba così. La canzone è tutta in quel trattenersi prima di esplodere.

Creep è, attualmente, il mio motivetto preferito. Nella versione acustica esso raggiunge livelli di raro lirismo e io penso all’infinito (no, non quello di leopardo da vinci).

Vasco lo sento molto (feel, non hear). E’ il migliore rocker italiano semplicemente  perché è l’unico vero rocker italiano. Vasco spesso mi entra dentro come un pugno,  poi sì stupendo mi viene il vomito, ma va bene va bene così.  

Ecco, ora il Vasco che mi canta Creep mi mette un po’ in imbarazzo, perché non sempre due cose che ami stanno bene insieme. Tipo tua moglie e tua madre, per fare un esempio. Tipo la tua macchina sportiva e tua moglie, per fare un altro esempio.

Insomma mi costringe a giudicarlo, questa cover. Ma è difficilissimo prendere le distanze dall’originale. Poi c’è il testo, l’energia, i paragoni, le emozioni, il passato, l’affetto, l’adolescenza, il presente.

No, dico, ma non potevi farmi una cover di Sergio Endrigo, che c’ho già i miei problemi?  

Cià, cominciamo ad ascoltare, intanto. Ma pensa te.

Creep (Radiohead) http://www.youtube.com/watch?v=POPv20dqoxs

Ad ogni costo (Vasco Rossi)  http://www.youtube.com/watch?v=JcAPNU_X_gA

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Acido folico

Stasera a cena racconto di quanto io invidi profondamente i musicisti veri, quelli che leggono la musica; quelli che dicono: la facciamo due toni sotto questa, ché in re viene col groooove che spacca.

L’antefatto era che ieri sera ero a tirarmela in una sala prove; a fare il direttore artistico di un “evento” che sto organizzando. E questa la facciamo e questa no. E quest’altra è troppo alta per le tue corde e non mi tieni la nota. Però loro erano lì aggrappati ai loro strumenti e mi ascoltavano, perché io davo magicamente direttive giuste, perché è innegabile che io la musica ce l’ho dentro, ma loro erano musicisti e io un cazzaro che andava a sentimento,  a orecchio. Ecco, io vivo a orecchio. Io vivo improvvisando. E improvvisando, organizzo.

Comunque, stasera decido che riprendo a studiare musica, perché altrimenti mi rimarrà il rimpianto. E io odio il rimpianto, ben più del rimorso.

Ma tu sei avvantaggiato con l’orecchio che hai, mi dice my sweet half. E sì ma se non so neanche in che tonalità strimpello, farfuglio io.

Allora Papà, si guarda il penultimo bemolle. Se c’è un solo bemolle è fa maggiore. Oppure se ci sono i diesis devi guardare l’ultimo diesis e aumentare di mezzo tono. Così la trovi la tonalità.

Ecco. Secondo me è l’acido folico che fanno prendere in gravidanza. Mica è normale tutta ‘sta intelligenza a 11 anni.

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Il paroliere dei miei ciondoli

Tu necessiti di me/   nello stesso modo che  /   anch’io di te.

No. Non è il testo di un bigliettino sequestrato dalla severa maestra ad un bimbo senegalese innamorato della sua compagna di banco.

Non è nemmeno un sms lanciato da uno scafista albanese nel delirio delle onde che scuotono il suo immenso gommone da Tirana al Gargano.

Questa perla è contenuta nel testo di “Un fatto ovvio”,  l’ultimo singolo della Laura Pausini.

Ora, può piacere o meno, la Laura, però ha vinto i Grammy, in Sudamerica se la spupazzano come una del luogo, è la cantante italiana più nota nel mondo. Su questo non ci piove.

Ma allora chi è? Chi è l’autore di queste liriche da brivido, chi è questo Mogol delle Ande, fuori il nome!

Io non sono un purista della lingua italiana. La conosco quel tanto che basta per farmi capire,  l’accademia della crusca la consulto solo in caso di reiterata stitichezza,ecco però, io, che qualche volta mi avventuro nel mondo della canzone, un testo così non l’avrei licenziato neanche per una recita goliardica.

Tu necessiti di me. Provate a dirlo ad una ragazza. Vi consegna il 730 e vi chiede di compilarlo nei termini.

Nello stesso modo che/anch’io di te. Neanche a Malindi sentite un italiano di cotanta approssimazione.

Allora, la bandiera della canzone italiana nel mondo, una star con una produzione internazionale alle spalle non poteva esigere un testo non dico decente, ma almeno corretto?

Sì, io, voi, chiunque può scrivere meglio quei malnati versi. Non ci credete?

E io sento che / hai bisogno sì di me/ quanto io di te. Ecco fatto. Così di getto. Poi magari pensandoci viene qualcosa di meglio.

Provate voi adesso. Poi raccogliamo le migliori e, giuro, gliele mando alla Laura.

http://www.youtube.com/watch?v=Jw5lTp07TNk

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Soul man

Non ho mai avvertito l’urgenza di classificare con precisione le cose del mondo. Certo, le ordino, ma solo perché ho in odio il caos. Le sfumature rendono acuto il giudizio, piacevole la compagnia, geniale l’opera; le classificazioni, invece, restano mere armi di difesa dei poveri di spirito, sempre in affanno nell’apprezzare il nuovo.

Per quanto mi ripugnino le etichette, mi accorgo, tuttavia, di dividere inconsciamente il mondo in due enormi porzioni: una soul e l’altra rock.

Il concetto è più ontologico che musicale. La musica è la pelle dell’anima e suo tramite, quasi per osmosi, entrano vibrazioni e suoni ed escono  pensieri e atteggiamenti. La musica colora i concetti, scandisce il ritmo della scrittura, solfeggia il nostro cammino.

Le anime soul (la tautologia anglosassone mi rafforza il concetto) amano la musica black, e jazz, R&B, funky; godono delle vocalità dense di fioriture, adorano i tramonti e la cioccolata al latte, si attardano nel petting, si innamorano in continuazione, sono solari e marini, vanno in letargo in inverno e si commuovono al prolungarsi delle giornate di marzo, parlano mentre fanno l’amore e si vestono di toni caldi. Trovo soul la meringata, il bagno in vasca, il notebook rosso, le chiappe sode, il sax contralto, la mamma come istituzione. Degenerando, il soul diventa stucchevole, vittimista. Se si incazza suona hip hop, se abusa di sostanze vira in reggae e quando è superficiale degenera nel pop.

Il rock, invece, è asciutto. Minimale. Rigoroso. Come il riff di smoke on the water. Odia i fronzoli, il rock, e le voci black mielose e tutte uguali, da Giorgia a Mariah Carey; si vergogna del proprio disordine, adora la posizione del missionario, odia il sole negli occhi, ama la montagna. La pasta aglio, olio e peperoncino è rock, così come la focaccia bianca, la mountain bike, radio2, il cellulare col display rigato, il gatto nero, il campeggio con la tenda, asciugarsi sugli scogli ascoltando la musica con l’Ipod da 8 giga (con memoria maggiore è soul). L’elenco ovviamente non è esaustivo. Quando il rock si incazza diventa punk, se si droga, invece, rimane rock. Superficiale, suona pop pure lui.

La diversità di cui sopra mi si è rivelata l’altra sera, mentre Morgan (paracula e irresistibile anima rock) cazziava il povero Daniele (vero soul man in erba) solo per le fioriture del suo splendido canto.

Scontro di anime.

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Luca

Silvia, lo sai? Lo sai che Luca si buca ancora?

No, Silvia non l’aveva mai saputo, era totalmente ignara di quel vizio devastante del giovane Luca, o forse non ha mai voluto sapere. Ma dopo più di vent’anni Luca ne era uscito dal quel disperato tunnel. Non si bucava più.

Però era diventato gay. Per forza: suo padre beveva, sua madre lo copriva di asfissianti attenzioni, i bambini facevano ooooh,  la Silvia frequentava solo piccioni, insomma… avrei voluto vedere voi al suo posto.

Però, adesso, non è più gay. E’ guarito. Adesso sta con lei.

E ha ricominciato a farsi.

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Tu come stai, na na na na naaa

L’ho riascoltata domenica sera, cantata da un Neri Marcorè finalmente cotto in “tutti pazzi per amore”, durante uno spassoso playback a bocca larga.
L’architetto Claudio Enrico Paolo Baglioni, ora liftato come la Loren, ce l’ha inflitta nel 1978, “e tu come stai”, e il relativo album in vinile è sempre stato parte integrante dei festini delle medie, nei garage, quelli dove i maschi stavano seduti a sinistra, aspettando i lenti, e le femmine sgambettavano una donna per amico, lamentandosi della cronica assenza maschile nei balli veloci.
Ma quando il diggei appoggiava la puntina del giradischi sul solco maledetto, beh allora tu che avevi girato e rigirato per tutto il garage senza sapere dove andare, tu che avevi ritrovato le sue iniziali nel tuo cuore, ti dirigevi sicuro verso i fianchi della tua compagna della prima fila. Quella biondina che a rivederla adesso nelle foto di classe realizzi quanto siano cambiati i canoni di bellezza negli ultimi trent’anni, era lì che aspettava di ballare un lento. Quel lento. E un cavaliere. Tu.
L’intro di pianoforte non era ancora terminata e tu l’avevi già cinta maschiamente e fatta roteare intorno all’indelebile macchia d’olio della 500 disegnata sulla pista da ballo.
Quando partiva “e tu come stai” ballavano anche i più sfigati, piroettavano le cozze, cuccavano gli scrausi, limonava il mondo.
Un miracolo che nemmeno Dreams are my reality, l’orrida nenia del Tempo delle Mele, ha potuto mai eguagliare.
Risentirla domenica, quella canzone, mi ha fatto gorgogliare la pancia.
Sarà stata la colite.

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