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Rivelazioni/10 Friendfeet

Ieri sera, mentre mi scapicollavo a 38 all’ora tra Castel San Pietro Terme e Bologna, intervallando curiose apparizioni mistiche a canzoni di George Benson Live in L.A., ho  finalmente realizzato, dopo anni di sperimentazione, quale sia l’atto erotico per eccellenza, l’archè di tutti gli sconvoglimenti psicosomatico sensoriali, la summa dei piaceri della carne e del pesce.

No. Non parlo di quelle cose lì che ci si tocca l’intimità come dei primati, non disquisisco dei lascivi sfioramenti da uomini e donne di Neanderthal, né penso a volgari introduzioni di pezzi di uno all’interno dell’altra e/o viceversa che al giorno d’oggi tra uomini sensuali, transnazionali, eunuchi pentiti e Saffo col baffo, non si capisce più cosa va e dove.

No, non parlo nemmeno di quelle riunioni viziose e sediziose dove gli invitati si scambiano a caso partner e chiavi della macchina, tanto da rischiare di trombarsi la mamma della festeggiata nella Panda 4×4 del giardiniere.

E di certo non mi addentro nei meandri di filmini fatti col cellulare e riversati in rete su Tube di qua e redporn di là, dove ad ogni spinta il telefono si sposta fino ad inquadrare, al culmine dell’amplesso, il vaso finto Venini che hai sulla credenza della nonna.

No, eleviamoci per un attimo ad atti sì tangibili e carnali, ma che avvicinano catarticamente il corpo all’infinito, eludendo tutte le accezioni cronotopiche. E basta scherzare. 

Parlo del massaggio ai piedi. L’unico atto con cui  – aprendo sapientemente il pollice a 310 gradi su tutta la superficie plantare - riesci ad accarezzare il corpo intero della tua fortunata vittima, essendo colà disegnato e collegato ogni più recondito organo umano, dolcemente dolorante o intimamente bramoso di soffici digitazioni.

Si insiste sui polpastrelli, ci si insinua tra di essi, piegandoli a guisa di stretching, si preme in più punti fino a provocar sensazioni estatiche convulse tali da rasentar la riflessologia plantare preorgasmica. Senza dimenticare la caviglia, o meglio: il lembo tra tallone d’Achille e il polpaccio, laddove risiede il magico tendine dell’amore puro.

Allora, stasera, quando tornate a casa, date una carezza ai piedi dei vostri amati. 

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Biuti senter 2 – il ritorno

L’ho rifatto. Non ho potuto farne a meno. Si vede che i miei amici sanno che adoro farmi toccare da donne prezzolate e così mi hanno omaggiato di un altro buono. Stavolta niente brushing scrubbing, ma 50 minuti 50 di massaggio rilassante. E visto che c’erano, uno anche alla mia signora così il regalo per l’anniversario è a posto.

Quei buoni hanno sempre colori che virano dal salmone al vomitino di gatto e poi valgono solo 3 mesi.  I nostri erano targati 13 giugno. Il 13 settembre è domenica. Bisogna sbrigarsi. “Pronto sono lo Splendido e vengo a farmi toccare da voi con la mia signora, ma verrei quando mi pare perché oggi è l’ultimo giorno e io c’ho da fare. Nessun problema no? Sarete elastici immagino….Ah… Capisco. Allora vengo subito.” Elastici un cazzo.

Centro massaggi che quando suoni il campanello già sbadigli per la rilassatezza. Musica new age, of course. La musica new age in realtà non esiste. Sono solo i suoni prodotti da un tastierista in acido, con un pigiama bianco e i capelli castani lunghi e mossi, a metà tra Sandokan, Gesù e Shel Shapiro (3 mezzi. E allora?).

Ci accomodiamo sul divanetto in attesa che ci chiamino. Io sfoglio Max e mi spazientisco per il puritanesimo raggiunto dalla testata; Lady Splendor legge Grazia. Faccio il simpatico con quella della cassa, sennò mi annoio. Lei ci dice che abbiamo bisogno di energia e quindi ci mette anche un po’ di rosso. Non capisco dove ce lo mette il rosso, che poi io ho già la voce verde e magari vien fuori un pasticcio.

Entra una ragazza. Io neanche la guardo. Intuisco che ha dei tratti dolci. Immagino il taglio leggermente orientale dei suoi occhi bellissimi. Scommetto sui suoi capelli di seta e ipotizzo le sue mani di velluto. Ci guarda. Mi fissa e poi dice: “la signora con me“. Embe? Ma chi ti vuole, ma chi sei, che io son qui in cerca di professionalità. Voglio massaggatrici vere mica veline. Pfui. A me assegnano la cozza. La stessa che era alla cassa.

Mi fa cenno di seguirla e cominciamo un viaggio tra corridoi densi d’incenso, cromoterapie azzurrine, asciugamani ovunque appoggiati su fontanelle fumose, Shel Shapiri svolazzanti e arpe birmane miscelate a estratti depuranti alle alghe verdi dell’indonesia occidentale. Arrivo nello stanzino completamente stordito. Lei mi sorride e mi porge una cosa. La scarto. No. E’ lo slippino in carta che mi fa sembrare Hulk con l’abbonamento della palestra scaduto da un anno. Rido. Rido disperato e le mi dice che posso anche non indossarlo. La interrogo con lo sguardo. “No, nudo no, intendo che può tenere le sue di mutande, sempre che non le arrivino alle ginocchia.” Sciocca donnicciola. Meriteresti le Hollywood sgambate.

Mi lascia solo. Mi spoglio con la tempistica di un californian dream man e mi butto sul lettino. Ecco, poi ho un buco di coscienza per circa 48 minuti. Ricordo solo i miei lombi massaggiati con gli avambracci, come usa nelle Hawaii e poi delle lunghe carezze nell’interno delle cosce. Infine un sussurro alle orecchie, un alito di vento che mischia le prime foglie d’autunno: “tutto bene signore?”

All’ingresso ritrovo Lady Splendor spalmata sul divanetto, sorriso lisergico e capelli con piega vaporosa tipo Woodstock. Alla cassa confesso alla mia massaggiatrice che è stato bello, che voglio provare tutto, che esigo l’opzione arcobaleno e che ogni venerdì sarò lì. Lei sorride e mi dice: “si calmi, cominciano con un pacchetto da 5 , vuole?”

Sì, lo voglio.

 

(la prima puntata: http://splendidiquarantenni.wordpress.com/2009/02/11/biuti-senter/)

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Biuti senter

Non c’ero mai stato, io, in un beauty center. Non ne avevo mai avuto l’occasione o, a dirla tutta, mi sarei vergognato parecchio a stare tra donne intente a farsi cerette inguinali, ascellari, body peeling, brushing o altre cose sconosciute che finiscono in ing, che mi dicono essere dolorosissime, ma, pare, ineluttabili sul lungo termine.
Ancora adesso che ho superato i trent’anni – da oltre dieci anni – l’intimità tra donne mi mette un po’ a disagio, sin da quella volta, nel salone di quella parrucchiera di periferia che si occupava mensilmente del mio ciuffo alla Brian Ferry.
Quel giorno mi trovavo, unico cliente maschio, con un asciugamano in testa in attesa della sforbiciata periodica. La discussione tra le sei donne sotto il casco virò improvvisamente verso le modalità più o meno delicate dei loro ginecologi durante le necessarie esplorazioni. I particolari non si fecero attendere. I commenti nemmeno. “E questo sembra un metalmeccanico e l’altro è morboso e quest’altro pare che non l’abbia mai vista. Però quell’altro sì che è delicato…. e carino anche”.
Io non presi parte al talk show, in compenso quella fu l’ultima volta che feci visita alla parrucchiera di periferia. Il ciuffo invece resistette fino alla prima guerra del golfo.

Il trattamento nel centro estetico me lo regalarono ad un compleanno di un paio d’anni fa. Il buono in cartoncino color salmone riportava una descrizione del regalo a me completamente ignota, anche perché al liceo le ore dedicate alla lingua inglese le trascorrevo scrivendo poesie futuriste ad una gonnellina celeste. Mi omaggiarono di un trattamento tipo total body brushing. Roba forte. Credo.
Rimandai volontariamente per diverse settimane la fruizione del simpatico omaggio per i motivi di cui sopra, ma all’avvicinarsi della scadenza del buono, in un pomeriggio di fine settembre, finalmente mi decisi.
All’ingresso del beauty center due ragazze vestite con tute d’argento mi sorrisero prelevandomi il titolo in cartoncino color salmone; una terza, parimenti agghindata, mi fece cenno di seguirla. Sembravano creature di Ian Fleming. Mi ricordavano le gnocche platinate e malvagie di James Bond, nei film anni sessanta.
Entrammo in uno stanzino minuscolo; l’aliena prese qualcosa da una scatola di cartone e mi disse: “ora deve spogliarsi, completamente, e mettersi questi. ”
Aprii quell’ammasso di carta giapponese e chiesi quale fosse il davanti e quale il dietro. Lei sorrise: “Di solito si mette la parte grande davanti.. però veda lei..”
“E lei resta?”
“No, la raggiungo fra cinque minuti.”
Mi spogliai in fretta e furia per paura che tornasse troppo presto e indossai la mutanda in carta, secondo l’uso, col grosso davanti.
Lo specchio mi fece disperare: un neonato XXL col pannolone gigante, una leggerissima rilassatezza addominale che sporgeva e le chiappe esposte e inutilmente intervallate da un simbolico filo interdentale.
“Ma perché…perché.. che ci faccio qui.”
Mi buttai a pancia in giù appena in tempo per il rientro della massaggiatrice. Mi spiegò che mi avrebbe cosparso di una mistura di alghe della Patagonia e cristalli ayurvedici di checazzonesò. Fango, in sostanza. Cominciò ad impanarmi tutto il corpo, natiche e viso compresi, con quella mistura verde. Nel frattempo mi pose una raffica di domande sul mio utilizzo quotidiano di cosmetici, ottenendo menzogne insostenibili, infarcite a caso dai nomi dei prodotti usati da mia moglie.
Dopo una mezzora di terribili sofferenze abrasive mi ordinò di fare la doccia e uscì. Lo specchio delle mie brame replicò il verdetto, ma stavolta, verde com’ero, parevo Hulk con l’abbonamento alla palestra scaduto da un anno.
La fanghiglia si era attaccata al corpo e ci vollero venti minuti di sfregamento ossessivo sotto l’acqua bollente per tornare umano.
Poi uscii in accappatoio. L’aliena mi fece notare che le mutande non si buttano a metà trattamento e finalmente mi spalmò per due minuti un olio che lenì solo in parte la devastazione delle mie abrasioni epidermiche.
All’uscita, le bond girls mi ricordarono che quel trattamento va ripetuto ogni trimestre.
“Senz’altro. Me lo segno.”

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