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Settimo: non abbuffarti.

Ho passato ventidue anni con mia madre e ventidue senza.

Assenza incolmabile, come un suono in una stanza vuota che  rimbalza all’infinito nell’eco della mancanza, sporcato dal rimbombo dei muri disadorni.

Millecentoquarantaquattro pranzi domenicali materni mi sono perso, e anche se altri deschi adottivi,  alcuni dei quali principeschi, vi hanno sopperito, mi mancano le pietanze materne, quelle preparate col tempo lento della festa, il pan grattato sulle cime di rapa, le imperfezioni callose della pasta fatta a mano, il fegato un po’ duro ma squisito, l’intento malcelato di assecondare i miei gusti, osando tra le vette della sperimentazione con ciò che aveva in frigo.

Una madre che cucina per il figlio suona musica propria. Solo cover per gli altri.

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Mater, semper. Certo.

Né io e nemmeno il teutonico maestro di sci riusciamo a fargli passare la paura.

Lorenzo apre un discreto spazzaneve, ma non controlla l’inesorabile accelerazione sulle “erte” chine dolomitiche. Si impone le cadute per non finire a valle. 

La rassegnazione subentra al panico.

Sua madre, sugli sci dopo tredici anni di astinenza, lo allatta di nuovo, disegnando per lui serpentine rassicuranti. 

La natura discrimina i padri.

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