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Culture club?

Domenica mattina, durante una promenade ossigenante, abbiamo gettato un sacchetto abbandonato per strada da chi non aveva avuto evidentemente  la forza di alzare il coperchio del contenitore, appesantito dalla neve. Quel sacchetto conteneva il disprezzo per la raccolta differenziata.

Oggi leggo della coda notturna inflitta ad alcuni genitori per poter iscrivere i figli alla scuola a tempo pieno.

Giorni fa un cliente facoltoso ma semianalfabeta si è vantato di aver letto un solo libro in vita sua: la biografia di Pelè e di tenersi comunque costantemente aggiornato tramite la Gazzetta dello Sport.

Ebbene, temo che in Italia sia venuto il tempo di rendere la cultura come il golf in Inghilterra: popolare. Da noi, ma forse in tutto il mondo, i ricchi ignoranti si elevano socialmente ostentando il denaro mentre gli eruditi non abbienti usano il proprio sapere come leva di riscatto sociale.  E a questo si è ridotto il discrimine tra destra e sinistra.

Le prossime generazioni devono annullare la differenza tra chi ha e chi sa.

La conoscenza deve essere un diritto/dovere: come votare. Va certamente imposta ma anche agevolata. La scuola quale fucina e laboratorio delle nuove generazioni deve cessare di essere un contenitore pericolante di frustrati malpagati: chi forgia le anime della futura classe dirigente va selezionato con estremo rigore e retribuito in base alla responsabilità assunta. La scuola  non può essere il parcheggio di umanisti disillusi o laureati altrimenti disoccupati. Uno stato civile si giudica dalla sua scuola, come un ristorante dalla toilette.

La televisione pubblica non può rincorrere l’audience e scimmiottare goffamente la tv commerciale. Deve raggiungere gli strati più incolti della popolazione ed instillargli subdolamente la sete di conoscenza, deve indurli a porsi delle domande,  produrre programmi culturali che sembrino d’intrattenimento, giocosi, allettanti, stimolanti. Tipo un grande fratello in una scuola, con gli studenti che preparano le interrogazioni di notte, i discorsi sulla crisi generazionale, i compiti in classe, la correzione degli elaborati, gli scrutini a fine anno, le ansie, gli amori, i pianti e le feste.

I teatri, i concerti, le esposizioni e le mostre devono essere gratuiti per gli studenti e per gli insegnanti. Il patrimonio storico italiano deve essere enfatizzato e diventare importante volano di interessi economici e occasione di lavoro: i francesi intorno ad un rudere t’inventano spettacoli teatrali con suoni e luci, dando lavoro a due compagnie che si alternano per tutta la giornata.

E’ tempo di forgiare nuove coscienze, sensibili all’etica e orgogliose dell’onesta intellettuale. Il senso della conoscenza è confrontare il proprio pensiero con quello altrui, sapere che esiste un’altra soluzione al problema o comprendere un fenomeno perché storicamente si è ripetuto, apprendere le leggi e il motivo per cui bisogna rispettarle. Significa capire il senso di appartenenza ad una comunità, approcciando al diverso col giusto contegno, magari rifiutandolo, ma con la consapevolezza che la scelta fatta per ignoranza è sempre sbagliata.

La conoscenza genera conoscenza e il confronto evita l’isolamento.

Per questo un uomo con un libro in mano non sarà mai solo.

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anime blogghe

Sono anime senza pelle, i blogger.

Li scovi nei blogroll altrui, tra un impegno e l’altro e succede che te li bevi a piccoli sorsi, gli rosicchi un po’ l’anima, ti appropri delle loro paure e dei loro sogni. E loro te lo fanno fare: ne hanno bisogno.

Si schiudono in modi diversi, il loro about è il viso truccato, ma nei post intimisti scopri chi sono e chi vorrebbero essere, cos’hanno perso per sempre, cosa li atterrisce, cosa li fa godere.

Sono tutti delusi, i blogger. Sono insoddisfatti dall’ipocrisia della conoscenza fisica, dall’apparire a discapito dell’essere, dal dover avere a tutti i costi. A volte sono esausti della quotidianità e si rifugiano nel loro circolo virtuale, che è privo di vincoli e quindi non tradisce.

Sono sognatori, i blogger. Vorrebbero scrivere di professione e camparci e farci i reading e leggere montagne di libri invece di lavorare o accudire; sono artisti intimiditi dall’apprezzamento delle proprie opere, oppure attanagliati da una disperata solitudine capace di fargli produrre strazianti scorci di sofferenza.

Sono compulsivi e monotematici, a volte. Trattano il sesso e la letteratura come la medicina che lenisce i vuoti inesorabili delle delusioni d’amore.

Sono poeti e poetici. Alcuni scrittori veri in attesa di editore, altri, geni, ma privi di talento letterario. Altri ancora, pochi, dei gran cazzoni in cerca di vetrine negategli altrove.

Raramente trovi straordinari catalizzatori d’affetto, col carisma esuberante che miscela l’amore all’alcool, che ti domandi come hai fatto a viverci senza, prima.

E quando succede che li incontri di persona, la dinamica d’approccio risulta stravolta. Perché gli conosci già l’anima e non ti curi del loro aspetto. Perché gli sei già amico, pur non avendoli mai visti. E spesso non dici ciao, o piacere. Dici: finalmente.

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