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La riscossa di Pergamo

Non ho mai imparato il tedesco, nonostante la pluriennale frequentazione liceale con la formula del 5+1 che tanto induce la maturazione degli indisciplinati adolescenti. Insomma, non fu solo una questione di assiduità o seria applicazione negli studi, che pure mancarono, bensì di monotonia della lingua germanica. I suoni dei verbi mi apparivano troppo simili e nemmeno l’ipnosi serviva  a farmi memorizzare i sostantivi e il genere a cui appartenevano.

L’insegnante privata di tedesco che supplicai di prepararmi alla maturità, verificate con teutonica compostezza le incolmabili lacune che affliggevano la mia conoscenza linguistica, optò per una strategia ardita: mi scrisse un commento dei tre romanzi prescelti di Thomas Mann e me lo fece imparare a memoria. Ci concentrammo su pronuncia e intonazione e arrivai al banco della commissione con una sicumera degna di un cancelliere che annuncia la riunificazione. Mi ascoltarono ammirati, tanto da chiedermi, alla fine del mio impeccabile discorso, di continuare a disquisire nella lingua di Goethe delle cupe atmosfere di morte a Venezia… Dopo qualche interminabile secondo di muto imbarazzo, ripartii da capo col mio discorso memorizzato. Non so quanto la replica influì sul giudizio finale.

Per anni il mio tedesco inesistente è stato motivo di odioso dileggio da parte delle intelligenze che frequento; scherno durato fino ad una uggiosa mattina berlinese, davanti alla lunga fila per accedere al Pergamon Museum. Tra figli, nipoti e cugini siamo in tredici. Due ore di coda. Minaccia di piovere di nuovo. Mi lancio una sfida. Salto il serpentone umano, entro dall’uscita di sicurezza, affronto il custode e raccogliendo tutte le nozioni apprese in una settimana di silenti scorribande tra Baviera e Sassonia, riesco a dire: Ich habe sieben Kinder und die Jungste ist 6 Jahre alt. Gibt es eine Spezial Eingang für Familie mit Kindern? Il custode, dopo essersi complimentato con me per il dato demografico mi spiega che no, non c’è un ingresso speciale per famiglie con bambini piccoli, ma che ci sono due ore di coda, inaccettabili per un bambino di sei anni e che se aspetto va a parlare col direttore.

La scena di quel gruppo di italiani che – tra gli sguardi invidiosi dei plebei accodati –   lascia la fila e viene scortato direttamente alla biglietteria ve la lascio immaginare.   

Ich bin ein berliner, a confronto, è una frasetta. Ammettiamolo.

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Berlin

Berlino è un cantiere di speranze, una gigantesca voglia di ricominciare, una sorta di sito catartico utile a chiunque voglia iniettarsi nuove motivazioni esistenziali dopo un trauma. Mentre Parigi è indubbia fonte di illusoria ispirazione, Berlino lo è di concreta riflessione.

Sistemati con adeguati mausolei gli spettri del passato, resi folkloristici i simboli della divisione, sembra che gli architetti si siano ritrovati come bambini di fronte ad un foglio bianco con mille nuovi pastelli, senza la maestra a limitarne i contorni. L’effetto è di lucida esaltazione, lontano dall’apnea indotta dagli orizzonti newyorkesi e con le nuove costruzioni di cristallo a far da nipoti a quelle storiche, sorreggendole o abbracciandole con rispettosa devozione.

(Splendor digital images)

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Pensieri febbrili

Sopra i 38 e mezzo la febbre ti rende migliore, etereo, evanescente, quasi guru. Ecco,  i pensieri sono un po’ confusi, ma basta ordinarli coi numeri.

1) Ho scoperto Friendfeed. O meglio ci sono entrato per sbaglio per commentare la Sid, e poi tutto è venuto da sè. FF, così lo chiamano gli appassionati, è un turbine di piccoli post o link che continuano ad apparirti con una frequenza di uno ogni 10 secondi e tu commenti come un forsennato, all’interno di tante mega chat, con l’abilità di un appassionato di videogame. E’ l’evoluzione della blogosfera che gira a mille. Fa compagnia se sei ammalato, ma fa perdere ore e ore. Lì ho scritto che FF è come il pisello: appena lo scopri ti trastulli fino a perdere la vista.

2) Mia moglie, tornata dal suo viaggio da single a Parigi, ha scoperto che a casa mia, in questi giorni, c’è stato un certo movimento femminile. Sacchetti di cibo giapponese, tracce di autoinviti su friendfeed, ma mica mutande abbandonate sotto al divano, maligni che non siete altro. La malattia forse mi ha esentato dalle censure? Vi farò sapere terminata la luuuuunga convalescenza.

3) Ho bisogno di andare in una capitale europea a riempirmi gli occhi. Ho bisogno di idee nuove, di vedere biblioteche moderne, di mangiare cibo etnico originale, di sentire musica nuova. Berlino, forse ho bisogno di Berlino, ecco.

4) Lavorare mi ha rotto le palle. Ma mi mancano almeno vent’anni per la pensione. E allora si lavora e silenzio.

5) Il segreto per rimanere sposati a lungo è farsi sangue vicendevolmente, nel senso metaforico del termine.

6) Ma quanto mi piace mia moglie.

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