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Sogni d’Indocina

Bastardi. Paracadutarmi nel bel mezzo della Cambogia, solo, senz’armi né viveri. Mi lascio atterrare planando, leggero come un uccello, in mezzo alla boscaglia. Nascondo il paracadute e mi dirigo verso un centro abitato. Nella strada provinciale vengo quasi investito da un’ Audi 2500 guidata da un architetto spilorcio; l’auto schiva per un pelo anche un nonnino cantastorie che incede claudicando a bordo strada: pazzi cambogiani. Prendo una mulattiera interna, cammino guardingo e nelle capanne adiacenti scorgo l’indocina intenta negli affari quotidiani; odo nitidamente un accento di Saigon: è una donna con delle splendide scarpe fucsia tacco 12 che partorisce con dolore. Pazze vietnamite, senza epidurale. Mi accingo a soccorrerla ma ignoti, forse Thai, mi attaccano alle spalle brandendo una badòla, antica arma birmana in osso di seppia, che mi procura lesioni e abrasioni lacero contuse guaribili in pochi giorni. I guerrieri mi rincorrono per chilometri; scappo, corro, volo, sbuco vicino ad una strada sterrata. Rubo ad un uomo orinante dietro ad un cespuglio la sua Suzuki Balengo. Parto a tutto gas. Merda, i bastardi non mollano, mi tallonano con una Seat Arisa armata di mitragliette perforanti, mentre le mine anticarro fanno scempio del mio incedere. Giornata d’inferno benedettiddio e allora corro corro corro ma poi sbando e mi cappotto. Fuggo a piedi e mi nascondo in uno zuccherificio abbandonato. Entro e mi sovviene all’istante il bel culo di mia sorella. Chiudo gli occhi e mi concentro perché a volte si può prescindere da un bel culo, se serve. Certo che serve. Ecco, ci mancava: l’emozione mi stimola la minzione. Non la tengo. Entro in un wc chimico, la faccio, mi tiro su il tanga leopardato ed esco ma la porta non si riapre. Batto ma non c’è nessuno. Allora chiamo, urlo in francese, anche se io ho fatto aramaico alle medie e il francese non dovrei saperlo. Sfondo la porta ed esco.

Il rumore si allontana, adesso, e penso all’esilio che mi hanno imposto. Forse per le interminabili soste fuori dalla scuola di mia figlia. O magari per aver preso da tergo un’amica consenziente. Pazzi italiani.

La polvere si dirada. La pace si impossessa dell’ambiente circostante. Quiete ovunque adesso. La Cambogia è lontana: ho passato il confine e ora è solo pace, tranquillità, solitudine. E’ tutto irrealmente pacifico, in questo nuovo paese. Il silenzio adesso mi placa l’anima.

Laos Calmo.

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Rivelazioni

Stamattina mi sono svegliato con uno strano ronzio nelle orecchie. (No, non era l’invasor.)

La pressione alta produce un fastidioso ronzio. Questo già lo so.

Anche Sincerità della Arisa, che diolabbiaingloria, produce scompensi fonico-auditivi. Detta canzone è come la puzza di fritto:  ti alletta  nell’immediato, e ti ammorba per l’eternità. Per inciso,  se incontro ancora qualcuno che la canticchia, gli ballo la lambada sulle rotule. E io la lambada la ballo maluccio. Mica come la salsa e le meringue.

No, stamattina mi ritornava in cuffia con effetto larsen una parola tanto comune quanto gradita.

Il vocabolo in questione lo pronunziamo (bella la z aulica eh?), se siamo cortesi, almeno una decina di volte al giorno. Minimo.

Ne siamo avvezzi, è vero, ma lo pronunziamo ( aridaje co’ sta z) sempre in maniera scorretta.

La rivelazione è presto detta: noi diciamo GRAZIE con due z. Diciamo sempre GRAZZIE.

Provate. Anche senza sforzarvi nel raddoppiare. Semplice semplice, come fate di solito.

GRAZZIE. Così diciamo.

Provate a dire grazie, adesso. Sentito come suona, con una z sola?  Forzato, suona. Povero, quasi straniero. Eppure quando parliamo latino (e chi non lo fa) pronunciamo Gratia dei, con una singola z, quindi niente pippe fonetiche a giustificare il raddoppio.

Lo so. Son cose che fan pensare. Son cose che minano i capisaldi dell’incerta esistenza. Però promettete di dormire stanotte.

Grazie (?).

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