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Soli

 All’alba, stamane, nello spicchio di notte che sovente mi vede affrontare i nodi gordiani dell’umanità intera mentre agogno invano il ritorno del sonno, ormai scioltosi nelle luci che filtrano dai buchini della tapparella, ho focalizzato l’attenzione sulle persone sole che ho incontrato in questi anni. Le ho catalogate, mentre con l’altro emisfero del cervello vaneggiavo una stesura ragionata dell’articolo 18, con esiti  – modestamente  – anche più lucidi di quelli poi riportati dalla stampa del mattino. E credetemi: non ci voleva molto.

I single, dicevo, vivono un discrimine esistenziale che li porta naturalmente a suddividersi in due macrocategorie: gli amanti di se stessi e gli abbandonati dal mondo crudele.

I primi si godono la beatitudine della libertà solinga, orgogliosi di rifuggire gli scomodi compromessi della convivenza, si coccolano, aprono bottiglie pregiate senza ospiti, intrattengono rapporti privilegiati col divano sul quale spesso si producono in sessioni ipsatorie senza tema di reprimenda, anzi con una punta di intimo compiacimento anche estetico. Non si sentono soli, ma semplicemente in compagnia di se stessi e si piacciono, magari non sempre, però con l’autocompiacimento che non occultano alle masse. Spesso sono soli per scelta, ma se annoverano abbandoni, si godono la solitudine per ripicca. Sentono il bisogno degli altri sottoforma di nostalgia, giammai di pura tristezza. E trovano sempre gli altri, anche solo concedendosi graziosamente.

Gli abbandonati dal mondo crudele godono invece di una sempiterna compagnia: il senso di colpa. Loro è la colpa di essere stati lasciati, di non aver saputo mantenere vivo il rapporto, di non essere attraenti abbastanza per conoscere semplici amanti o interessanti un minimo per intrecciare nuove relazioni sociali . E si trascurano, mortificandosi con enormi bigodini esistenziali. L’autoerotismo non è mai una festa quanto un surrogato di amori sempre impossibili, in quanto – ovviamente – immeritati. La solitudine per loro è la giusta punizione per non-essere.

Facile tifare per la singletudine fiera, più difficile condividere il silenzio fragoroso della solitudine assoluta, che atterrisce quanto un abisso buio, sordo e umanamente immeritato.

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Lifestyle

Era tempo che avevo voglia di qualcosa di nuovo, con piattaforma malleabile, che mi facesse tornare la voglia di scrivere quotidianamente. E allora ecco  un nuovo blog: Splendidi Quarantenni Lifestyle (www.splendidiquarantenni.com), dove –  insieme all’amico Sergio Mistro -  l’uomo tutto d’un pizzo, il mago dei numeri elettronici, colui che rende poesia la merceria, salpiamo per una regata elettronica.

Navigheremo tra attualità, donne, acquisti, mode e modelle, marchette, voglia di vivere e frivolezze. Il tutto come ci verrà, senza ansia da prestazione, con la leggerezza della nostra età dorata e smilza e l’impegno a una frequenza di interventi degna di un blog che si rispetti.

Ma, sidgi, tesoro,  questo ovviamente resta eh, quantomeno quale memento amori.

E allora ci vediamo di qua e dillà.

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Desperately Paris

Nei giardini adiacenti alla stazione, su una panchina, ho trovato un appunto accartocciato, in francese. Mi è parso vero, disperato, toccante. Ve lo riporto tradotto letteralmente.

“Oh, basta ora. Mi sfogo.

Lo so, non dovrei dirtelo, ma stasera va così. E te lo dico.

Sì, lo so che adesso sarai con lui a Rue de Rivoli a mangiare coquillage et crustacés, innaffiati pure da abbondante champagne.

Lo so che vi siete dati i baci con la lingua a Jardin des Plantes, e magari ti ha pure sfiorato i brufoli pettorali a Montmartre.

Lo so che tu, ebbra, magari ti sarai concessa a quel bellimbusto, a quel damerino, a quel gaga, all’ombra della Tour, dopo la promenade, o il bateau sur la seine.

Ma per quanto tempo lo vuoi ingannare quel pover uomo? Lo sa che non fumi più e le accendi solo per non isolarlo nel periglioso vizio?

Lo sa quel disgraziato, che tu il venerdì sera tu fingi di avere un altro solo per venire da noi?

Ma quando gli svelerai che bevi solo perché sei sommelier? E che ti sei licenziata da oltre due mesi e frequenti la ditta solo per non deluderlo?

E che ti dirà sentendoti urlare ora in russo ora in spagnolo mentre inforchi scosciata una ducati? 

Ovviamente, l’appunto è frutto delle deliranti doglianze di una mente malata.

Mica esistono donne così.   

  

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Problem solving

Il  problema stendilo sul pavimento, come una coperta leggera.

Salici sopra e fissalo con calma.  Fino a quando non si pigmenta a zone.

E’ un puzzle variopinto. Ha parti scure, alcune incerte, altre limpide. 

Stacca i tasselli che colorano di futuro. I pezzi azzurri e verdi.  Quelli che suonano in scale maggiori.

Spostali altrove questi pezzi profumati di positività, e ricombinali.

Con tutto il tempo che serve, riattacca attorno al nuovo nucleo cromatico gli altri tasselli, quelli scuri e quelli incerti.

Finito.

Non è più lo stesso.

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Last night a DJ…

Gli amici ventenni o appena trentenni mi sa che si son persi l’età romantica dell’ellepì. Il 33 giri in bakelite che dovevi girare sul più bello, la polvere da togliere con strumenti in panno rosso antistatico e poi la puntina da abbassare con leggerezza d’ali per sentire quel suono morbido ma fritto, magari interrotto dagli strisci provocati da maldestri fratelli minori, con ripetizione e salti improvvisi delle note. Oppure i 45 giri ascoltati fino alla morte del timpano per asfissia.

Certo, per creare l’atmosfera mentre approcciavi col tuo amore di turno, l’interruzione ogni 20 minuti infastidiva alquanto, ma sopperivano magicamente le cassette, direi C90 con autoreverse - che un’ora e mezzo mi pareva bastasse per amoreggiare - e naturalmente al cromo, per i cultori del suono. Sconsigliate le C120: affaticavano il motore della piastra (mangianastri no per favore) con agghiacciante arrotolamento del nastro magnetico attorno alle testine e annesse saracche ben poco musicali mentre tentavi di riavvolgere la cassetta con una matita.

Attaccare l’Ipod e scoprire di avere due settimane di musica ininterrotta non fa certo rimpiangere il passato, ma per far ballare la gente il vinile rimarrà insostituibile for ever and ever. O yea. Tuffiamoci in disco per un attimo. Anzi se ce l’avete mettete  su “Disco Inferno”, così ci capiamo. Allora innanzitutto il bravo DJ ti mixava i pezzi che proprio non te ne accorgevi. Aveva due piatti (giradischi no, per favore) con un cursore per accellerare o diminuire la velocità. Mentre un disco andava,  il diggei sentiva il pezzo successivo in cuffia (ecco perché le cuffie solo in un orecchio), portava la canzone alla stessa velocità della prima tramite il cursore, sceglieva il momento per sovrapporle e poi lentamente o a strappo le mixava, scemando la prima. Magari poi te la rimetteva un attimo per farti risentire i fiati o il ritornello o un coro, per darti l’illusione di un unico infinito e travolgente pezzo.

Si usavano dischi appositi: i cosidetti mix. Vinili grandi che però giravano a 45 giri, contenenti le “long version”, ossia versioni con lunghe parti strumentali o intro infinite per consentirti la compenetrazione dei brani.

Mentre oggi i lettori cd hanno un display che ti segnala i battiti per minuto del pezzo (bpm), allora la difficoltà o meglio l’abilità stava proprio nello scegliere brani che avessero velocità o ritmo simili. Il cursore poteva intervenire limitatamente sul tempo e così i più arditi Diggeis – tra cui l’avrete capito immeritatamente m’includo – se s’impuntavano che quel pezzo doveva entrarci, intervenivano col dito per frenare il ritmo o per imprimergli maggiore velocità. Ah e poi c’era il preavviso. Far sentire un pezzettino del brano che stava arrivando, poi toglierlo, poi rimetterlo, un po’ come si fa nel sesso quando hai capito come si fa.

Insomma, se oggi sento Like a Virgin, non posso non cantarci sopra gli Industry. Con le pause di Kiss di Prince, mi parte automatico il riff di Long Train Running.

E ai primi archi che facevano da contrappunto al basso di Billy Jean continua a venirmi la pelle d’oca.

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Buon Natale eh

 

 Avrei voluto scrivere un post, ma questa si è posizionata sugli splendidi zebedei.

E allora Buon Natale, che poi ci riprovo.

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I piaceri della carne

Non credo che mangiar carne sia un contegno particolarmente progressista. A dire il vero penso che il vegetariano sia sostanzialmente sinistrorso e il carnivoro conservatore, ma io, ragazzo moderato che delle etichette se n’è sempre impippato,  vi dirò che ultimamente mi sto abbuffando di carne.

I piaceri della carne li soddisfo fuori casa e a pagamento, anche perché la signora, se può, evita. Frase volutamente equivoca per muovervi un sorriso domenicale, ma che acclara vieppiù che Lady Splendor non apprezza la bistecca, sebbene talvolta affermi di adorare il manzo che nottetempo le giace accanto.

E allora al ristorante evito il carboidrato, che peraltro allarga gli orizzonti del girovita e mi concentro invece su agnello, maialino, manzo, sorana e cosine più esotiche.

Ieri sera niente entrée, e  vade retro bigolo: solo filetto di manzo al sangue.

Mercoledì sera, invece, proprio non ho resistito all’antipasto proposto dalla Ornella nella sua trattoria ai piedi dei colli e che risale al 1907 (ma la Ornella pareva più giovane): carpaccio di bisonte e mozzarella di bufala. Proposti così, insieme, con una salsina sul carpaccio a guisa di imprescindibile marinatura.

Beh, il bisonte crudo ha un gusto che solo gli Apache in una notte di plenilunio possono apprezzare, mentre quella bufala aveva il suo perché anche da single. Giacevano sul piatto,uno accanto all’altra, bisonte e bufala,  tristemente privi di senso e gusto definito, solinghi. Uno troppo forte, l’altra dignitosamente gradevole, ma insufficiente a se stessa.

E allora con le fettine di bisonte ho abbracciato la bufala. Il succo della carne si è mischiato al latte della mozzarella e i due elementi sono diventati  un sol boccone rotolante e gioioso nel bianco talamo di ceramica. E quello era il sesso.

Poi ho assaporato lentamente il risultato di quell’abbraccio bovino capace di creare una fragranza equilibrata, agrodolce, succosa, nuova e incredibilmente dissimile dai gusti originari. E quello era l’amore.

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Vascreep

Il Vasco mi fa una cover di Creep dei Radiohead senza preavvisarmi.

Creep ti culla con un motivetto accattivante, degli accordi in sequenza rasserenante ma mai banali, ritmo che non distrae.  Poi, poco prima del ritornello, c’è quella chitarra che simula il rumore di una lampadina il cui filamento è in procinto di bruciarsi E’ una scarica elettrica che si trattiene due o tre volte per poi esplodere nell’accordo distorto che signoreeeeeeeeeeeeeeechecosanonè’stoaccordo. Avete presente quando ci si trattiene per due o tre volte e poi ci si lascia andare. Ecco, una roba così. La canzone è tutta in quel trattenersi prima di esplodere.

Creep è, attualmente, il mio motivetto preferito. Nella versione acustica esso raggiunge livelli di raro lirismo e io penso all’infinito (no, non quello di leopardo da vinci).

Vasco lo sento molto (feel, non hear). E’ il migliore rocker italiano semplicemente  perché è l’unico vero rocker italiano. Vasco spesso mi entra dentro come un pugno,  poi sì stupendo mi viene il vomito, ma va bene va bene così.  

Ecco, ora il Vasco che mi canta Creep mi mette un po’ in imbarazzo, perché non sempre due cose che ami stanno bene insieme. Tipo tua moglie e tua madre, per fare un esempio. Tipo la tua macchina sportiva e tua moglie, per fare un altro esempio.

Insomma mi costringe a giudicarlo, questa cover. Ma è difficilissimo prendere le distanze dall’originale. Poi c’è il testo, l’energia, i paragoni, le emozioni, il passato, l’affetto, l’adolescenza, il presente.

No, dico, ma non potevi farmi una cover di Sergio Endrigo, che c’ho già i miei problemi?  

Cià, cominciamo ad ascoltare, intanto. Ma pensa te.

Creep (Radiohead) http://www.youtube.com/watch?v=POPv20dqoxs

Ad ogni costo (Vasco Rossi)  http://www.youtube.com/watch?v=JcAPNU_X_gA

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Hand jobs.

Spendersi il primo denaro guadagnato è un piacere che non ha eguali.

Durante gli studi universitari mi guadagnai vacanze, pizze e cotillons impegnandomi con entusiasmo in svariate occupazioni. Non tutte di concetto, ma tutte oneste e quindi scarsamente remunerate.

Dare ripetizioni di italiano mi annoiò a morte. Imbottigliare lavande intime mi inebriò fino all’estasi; costruire campi da tennis mi abbronzò la pelle come in Maghreb; vendere spazi pubblicitari mi deluse irrimediabilmente.

Ma feci anche il mercante, e quel mestiere mi rubò l’anima. Parlo del mercato settimanale in piazza, con le bancarelle, le signore che chiedono lo sconto, il freddo che ti penetra nelle ossa alle sei del mattino e il tuo respiro che si mischia alla nebbia novembrina. Arrivavamo all’alba nelle stupende piazze venete, con  furgoni stracolmi di merce, teli, scatole e cavalletti. Ci si salutava sbadigliando coi colleghi che già avevano un’ombra di rosso in corpo. 

Eravamo comparse in palcoscenici pregni di storia, dove da secoli, magari proprio in quello stesso giorno, mercanti come noi avevano fatto pulsare il cuore della città. Si costruivano gli scheletri dei banchi e in poco meno di un’ora la piazza cambiava aspetto, con i colori dei tessuti, della merce esposta, degli enormi ombrelloni. Alle sette e mezza arrivavano i primi clienti. Alle undici la ressa era impressionante. Gli avventori eran tutti vestiti col vestito buono, perché quel giorno andavano anche dal medico, dall’avvocato oppure in banca. All’una si smontava. Alle tre a letto, distrutti.

Mi occupai di due settori merceologici ben distinti: bigiotteria e fiori. Entrambi mi furono imposti dalle circostanze e il bisogno supplì all’ignoranza.

Con collane, anelli e cerchietti me la cavai egregiamente, tanto da meritare l’encomio della titolare, che peraltro era mia zia.

I problemi giunsero col commercio dei fiori. Purtroppo non ho mai distinto un crisantemo da un gladiolo e ben presto il mio capo se ne avvide, complici alcune risposte traditrici offerte ai clienti. “Ragazzo, mi dia due gerbere” “Quali?” ” Ma come quali, quante ne vede?” Che poi le gerbere le noti, insomma.

Beh, un giorno giunse una cliente per una decine di roselline. Felice di conoscere l’articolo, gliele confezionai, come d’uso, nella carta di giornale. Gliele porsi con un sorriso e questa, stupita: “Ma facevi il macellaio prima?”

Gliele avevo incartate come delle salsicce, con pacchetto a caramella.

Il giorno stesso il titolare mi disse che a causa del rigido inverno si imponeva un immediato taglio dei costi. Del personale. Che ero io.

Sarà per quello che non regalo mai fiori.

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Pensieri febbrili

Sopra i 38 e mezzo la febbre ti rende migliore, etereo, evanescente, quasi guru. Ecco,  i pensieri sono un po’ confusi, ma basta ordinarli coi numeri.

1) Ho scoperto Friendfeed. O meglio ci sono entrato per sbaglio per commentare la Sid, e poi tutto è venuto da sè. FF, così lo chiamano gli appassionati, è un turbine di piccoli post o link che continuano ad apparirti con una frequenza di uno ogni 10 secondi e tu commenti come un forsennato, all’interno di tante mega chat, con l’abilità di un appassionato di videogame. E’ l’evoluzione della blogosfera che gira a mille. Fa compagnia se sei ammalato, ma fa perdere ore e ore. Lì ho scritto che FF è come il pisello: appena lo scopri ti trastulli fino a perdere la vista.

2) Mia moglie, tornata dal suo viaggio da single a Parigi, ha scoperto che a casa mia, in questi giorni, c’è stato un certo movimento femminile. Sacchetti di cibo giapponese, tracce di autoinviti su friendfeed, ma mica mutande abbandonate sotto al divano, maligni che non siete altro. La malattia forse mi ha esentato dalle censure? Vi farò sapere terminata la luuuuunga convalescenza.

3) Ho bisogno di andare in una capitale europea a riempirmi gli occhi. Ho bisogno di idee nuove, di vedere biblioteche moderne, di mangiare cibo etnico originale, di sentire musica nuova. Berlino, forse ho bisogno di Berlino, ecco.

4) Lavorare mi ha rotto le palle. Ma mi mancano almeno vent’anni per la pensione. E allora si lavora e silenzio.

5) Il segreto per rimanere sposati a lungo è farsi sangue vicendevolmente, nel senso metaforico del termine.

6) Ma quanto mi piace mia moglie.

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