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La donna nuda

E’ buffo l’erotismo dei bambini. Sconcertante, a volte. Di certo luminosa fonte di aneddoti e ricordi esilaranti  che genitori, nonni o maestre non vedono l’ora di raccontarsi poi alla sera, al riparo dalle orecchie  innocenti dei piccini.

Io parlo dei maschi, perché di quelli so. Anzi parlo di quei pochi con cui ho avuto a che fare. 

Mia madre un giorno mi raccontò divertita che da piccolo avrei voluto fare il medico; e che alla sua domanda afferente ai motivi di tale encomiabile scelta professionale, densa di implicazioni eroiche, ebbi candidamente a rispondere: per vedere i culetti.

Non so se un brivido le percorse la schiena, ipotizzando scenari equivoci e gomorreschi, di certo si rasserenò poi negli anni ottanta, vedendomi così affezionato alla tradizione.

Il mio secondogenito a due anni non fu da meno,  la volta in cui, godendosi i gustosi bacetti della mamma sulla pancia, la esortò a non trascurare il pisellino.

Quell’erotismo gioioso che ammanta il contegno (comunque composto) dei maschi della mia famiglia, pare conservarsi intatto negli anni: ancora oggi, così come nella prima adolescenza, continuo ad avere moti di gioia infantile quando mi trovo una donna nuda nel letto. Anche se è sempre la stessa.

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Languore

Sono sempre stato ingordo dei giudizi degli altri, quelli volti a definirmi, intendo. Difficile incontrare persone che ti conoscono tanto a fondo da esprimerne di seri o che siano in grado di delinearli compiutamente. Il problema è che le valutazioni altrui rappresentano quasi sempre l’unico limite al dilagante egocentrismo o quanto meno l’unico serio riscontro all’ intimo giudizio autoreferenziale. Insomma: un buon giudizio donatoci da persona stimata ci aiuta a capire chi siamo. L’essenza della vita.

Il giudizio “universale” mi arrivò per caso. Dovevo preparare una tesina multidisciplinare per la maturità e un’adolescenza obnubilata dalle pulsioni terrene mi aveva tenuto molto lontano dalle arti e dalla letteratura. Chiesi consiglio  sulla scelta dei temi ad una insegnante di francese del liceo, che poi sarebbe diventata mia suocera, credo, invero,  più per meriti della figlia.

Lei mi disse: tu sei ontologicamente decadente, non ci sono dubbi. Tu hai il languore.

Lì per lì non la presi bene. Non mi sovvenne subito Verlaine, quanto il disfacimento fisico e morale che mi era stato ingiustamente attribuito, malamente filtrato dalla stessa ignoranza che genera i mostri.

Mi riempì le braccia di romanzi, di libri d’arte e di poesia. Passai un mese immerso tra profumi ed essenze, fiori finti che sembravan veri e veri che sembravan finti, scoprii finalmente ciò che mi affascinava della ritualità ecclesiale, misi un ritratto in soffitta e mi riempii gli occhi dell’oro viennese. M’immaginai di invertire il nome delle amanti, camminai triste sulle spiagge veneziane che sapevano di morte imminente in attesa che il languore del sole tornasse a danzare.

Non mi tolsi le costole e rimasi eterossessuale ma respirai comunque la decadenza del secolo che volgeva al termine. Ero maledetto. Soprattutto maledettamente in ritardo per la consegna della tesina.

Esame o meno, la mia vera maturità si era già compiuta dopo quell’inebriante immersione, tanto da rendere ininfluente l’esiguo quanto ingiusto voto finale.

Sapevo finalmente chi ero.

Avevo capito il principio informatore di ogni mio atteggiarmi.

Il languore.    

Ed è da allora che mi assolvo.

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Ci siamo

“Allora, glielo vuoi dire a tuo figlio tredicenne che il suo corpo sta per cambiare o devo farlo io?”

Ecco. Ci siamo.

Ma mica mi vergogno; è che mi dispiace per lui, in fondo. Non son certo notizie che dai a cuor leggero. Insomma: da bambino hai diritto a dei bonus, a dei fringe benefit direttamente accordati da madre natura, ormai di rango pari ai diritti quesiti. Lagne, richieste di attenzioni, voce miagolante, pianti repentini, edipici turbamenti e malcelate gelosie non saranno più tollerati, anche perché strideranno con la nuova figura di preadolescente dalla larghe spalle e coi mostaccetti sopra il naso, che pure si sta ingrandendo.

Dall’oggi al domani il fanciullo comincerà una frase in falsetto e terminerà due ottave sotto e io, atterrito, incrocerò le dita intimandogli di uscire da quel corpo.

Le sue enormi scarpe da ginnastica, mai allacciate e sempre in mezzo alle porte, saranno oggetto di accordi per il disarmo iraniano.

La nostra interlocuzione oscillerà tra due immense categorie: Le Risposte Impertinenti e Le Domande Del Cazzo.

Girerà per casa con l’aria in bianco e nero del poeta francese incompreso, con i pantaloni con la vita a livello rotula e i capelli a frangia emo.

I Jonas Brothers sovrasteranno Pat Metheny. Musicalmente, a tutto concedere, dondoleremo all’unisono su Tik Tok di Kesha.

Ammetto però che sulla rivelazione più sconvolgente ci devo ancora lavorare, non son mica pronto. E’ una di quelle notizie destinate a mutare la visione cosmica dell’esistenza universale degli esseri umani e non.

Una cosa tipo: “ehi, da domani e fino alla tua morte sarai ossessionato dal sesso”.

Aaaaaaaaaaaaaaaahhhhhhhhhhhhhhh.   

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Vola, colomba

Ho cenato in un posto dove, dopo il caffè, volavan le spose.

Nel senso che c’erano giovani pulzelle sorridenti agghindate con una coroncina in testa e un litro di rosso in corpo che da sopra il tavolo si lanciavano a volo d’angelo sugli astanti sconosciuti. Questi si disponevano solerti in improvvisati cordoni di accoglienza, affratellandosi mani e braccia. Così organizzati, e ancheggiando al ritmo di meoamiguciarlibraun nell’orrendo medley di capodanno, assecondavano le sposette volanti, affinché il nubilato non si concludesse in tragedia sul lurido pavimento della trattoria.

Una, raccogliendo l’ultima pudicizia, poco prima del lancio ha aperto le ali e ha biasicato: “fioi, mi me buto ma no ste tocarme e tete” (trad.:” o miei giovani amici, mi affido a voi implorandovi di astenervi da lascivi sfioramenti”).

 

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La vergogna

Sono un uomo senza vergogna, io. Non me la potrei nemmeno permettere una sana vergogna, col lavoro che faccio.

Me l’ero quasi scordata quella intima sensazione di inadeguatezza. Perché questo è la vergogna: smetti per un momento di avere una dignitosa posizione nel mondo. Dura poco, giusto il tempo di sprofondare o arrossire, poi riemergi e il mondo non è più quello di prima, tu non sei più quello di prima, il tuo interlocutore è più divertito di prima.

Ieri sera sfogliavamo  al computer le foto digitali del mare. Alla mia destra Lady Splendor, alla mia sinistra un’amica blogger marchigiana, ospite da noi per partecipare alla manifestazione milanese: “Hopper il pittore della solitudine, della malinconia e beviamoci su dalla Sid”. Foto della Puglia, dei sorrisi delle amiche, delle terre di Otranto, di monumenti al tramonto. Guarda che bel mare, vedi come vieni bene con questi colori dell’acqua, guarda come mi stava quel costume.

Ad un tratto sullo schermo ad alta definizione appaio io, in piedi, di spalle: completamente nudo e con le chiappe così bianche che più bianche non si può. Splendide chiappe al vento che, in pieno contrasto col colore ambrato donatomi dal sole salentino, sembravano delle adamitiche mutande virtuali. Non ricordavo che i miei figli birboni avessero rubato quello scatto a testimonianza della mia abbronzatura d’agosto inoltrato. L’(ex) amica blogger mi parte con un riso convulso con tanto di mano sulla bocca e occhi lucidi. Saltella pure sul divano per un attimo. Lady Splendor non mi sfoggia contegni più rispettosi. Io semplicemente muoio.

Le donne bisogna farle ridere. Se ti riesce da nudo, non è un buon inizio.

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Hand jobs.

Spendersi il primo denaro guadagnato è un piacere che non ha eguali.

Durante gli studi universitari mi guadagnai vacanze, pizze e cotillons impegnandomi con entusiasmo in svariate occupazioni. Non tutte di concetto, ma tutte oneste e quindi scarsamente remunerate.

Dare ripetizioni di italiano mi annoiò a morte. Imbottigliare lavande intime mi inebriò fino all’estasi; costruire campi da tennis mi abbronzò la pelle come in Maghreb; vendere spazi pubblicitari mi deluse irrimediabilmente.

Ma feci anche il mercante, e quel mestiere mi rubò l’anima. Parlo del mercato settimanale in piazza, con le bancarelle, le signore che chiedono lo sconto, il freddo che ti penetra nelle ossa alle sei del mattino e il tuo respiro che si mischia alla nebbia novembrina. Arrivavamo all’alba nelle stupende piazze venete, con  furgoni stracolmi di merce, teli, scatole e cavalletti. Ci si salutava sbadigliando coi colleghi che già avevano un’ombra di rosso in corpo. 

Eravamo comparse in palcoscenici pregni di storia, dove da secoli, magari proprio in quello stesso giorno, mercanti come noi avevano fatto pulsare il cuore della città. Si costruivano gli scheletri dei banchi e in poco meno di un’ora la piazza cambiava aspetto, con i colori dei tessuti, della merce esposta, degli enormi ombrelloni. Alle sette e mezza arrivavano i primi clienti. Alle undici la ressa era impressionante. Gli avventori eran tutti vestiti col vestito buono, perché quel giorno andavano anche dal medico, dall’avvocato oppure in banca. All’una si smontava. Alle tre a letto, distrutti.

Mi occupai di due settori merceologici ben distinti: bigiotteria e fiori. Entrambi mi furono imposti dalle circostanze e il bisogno supplì all’ignoranza.

Con collane, anelli e cerchietti me la cavai egregiamente, tanto da meritare l’encomio della titolare, che peraltro era mia zia.

I problemi giunsero col commercio dei fiori. Purtroppo non ho mai distinto un crisantemo da un gladiolo e ben presto il mio capo se ne avvide, complici alcune risposte traditrici offerte ai clienti. “Ragazzo, mi dia due gerbere” “Quali?” ” Ma come quali, quante ne vede?” Che poi le gerbere le noti, insomma.

Beh, un giorno giunse una cliente per una decine di roselline. Felice di conoscere l’articolo, gliele confezionai, come d’uso, nella carta di giornale. Gliele porsi con un sorriso e questa, stupita: “Ma facevi il macellaio prima?”

Gliele avevo incartate come delle salsicce, con pacchetto a caramella.

Il giorno stesso il titolare mi disse che a causa del rigido inverno si imponeva un immediato taglio dei costi. Del personale. Che ero io.

Sarà per quello che non regalo mai fiori.

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post card

Cominciano ad arrivarci le prime cartoline digitali dai nostri lettori in vacanza. Le pubblichiamo volentieri a memento dell’affetto e della vostra abbronzatura invidiabile (memento mori).

Qui sotto i due stilisti milanesi più glam del fuckin dress attuale in vacanza nella always fashion Ibiza, immortalati all’inaugurazione del trendy-ristorantino umbro “il culatello e la finocchiona.”

Grazie ragazzi e buone vacanze!

io e mike

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Rischio imminente

Mia nipote Maria odia essere contraddetta, ha 4 anni portati con disinvolto cipiglio e una passione per i presepi, anche estivi, che la inducono a trascorrere gran parte del tempo libero alla ricerca del Salvatore nei cassetti della nonna.

Sabato, poco prima del pranzo matriarcale, mi si avvicina con una specie di soldatino in mano: è ciò che resta di un lottatore di wrestling, il busto di un energumeno con le braccia aperte in segno di trionfo . Mi guarda e  me lo porge: “Ssio, quetto è Gesù, ma loro dicono di no“.

Mi giro verso di “loro” e trovo un ammasso scomposto di fratelli e cugini più grandi, due dei quali generati direttamente da me, che si scompisciano silenziosamente sul divano, mimando la crocifissione del lottatore e prendendosi giuoco della piccina. Animali preadolescenti senza vergogna e senzaddio.

Trattengo uno sbuffo di ilarità e mi comprimo fino alle lacrime. Nel mio contorcimento incrocio involontariamente lo sguardo severo di mia suocera, donna di immensa cultura, faro della comunità cristiana e da quest’anno pure insegnante di catechismo. Mi attende al varco col sopracciglio alzato.  Mi gioco tutto perché lei sospetta che del Testamento, nuovo o vecchio che sia, io mi interessi solo in caso di cospicue eredità in ballo. Una pressione immensa.

E allora accendo il diaframma,  modulo la voce in la minore, accarezzo la bimba con contegno che vorrei degno di Giovanni XXIII, il Papa Buono, ma forse ricorda padre Ralph di Uccelli di Rovo, le sorrido a lungo e poi dalla bocca mi esce questo: “Sì amore, hai ragione: quello è Gesù, perché lui è ovunque tu lo veda, ovunque tu lo senta.”

I preadolescenti cascano dal divano, mia suocera simula di girare il sugo pur di occultare il singulto, Maria si riprende il wrestler e lo posiziona nella greppia.

Grandissima performance. E’ inutile fare i modesti. 

 

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Let’s dance!

Venerdì sera: disco. Roba di lavoro. Tocca andare.

Intanto cosa ti metti? Jeans strappati e maglione aderente con scollo a V? Bravo e se “per caso” Natale t’ha lasciato appena un filo di panza? Patetico.

Pantalone con le pinces e cardigan? Può essere, però fa tanto libera uscita dal college.

Meglio non rischiare: total look nero. Consueta mise da figlio di puttana (dai mamma: è un modo di dire). Elegante, adatto ad ogni tipo di locale e conforme al quarantenne consapevole, che quando esce mette sempre la giacca. Tra l’altro, se invece della camicia metti il dolcevita, nero ovviamente, puoi anche virare sull’esistenzialista ungherese.

Le cene in quei locali iniziano ad ore in cui solitamente stai già russando sul divano mentre scorre l’ispettore Coliandro, ma a te hanno detto di essere lì alle 21.

Alle 21 non c‘è nessuno, e aspetti che aprano le porte, senza cappotto perché tu la sai lunga e non vuoi mica fare la fila al guardaroba, quando esci.

La scimmia che ti martella la cervicale ti distrae dai porchi che stai tirando perché non arriva ancora nessuno dei tuoi colleghi.

 

Finalmente aprono le porte e corro dentro a scaldarmi.  Una valchiria con disoneste tette in esposizione (mi hanno detto) mi viene incontro con una cartellina, controlla se esisto e mi mette in mano un prosecco. Guardo la barista: è la stessa che nel pomeriggio fa le ricariche ai cellulari in centro, ma adesso ha i capelli più alti di un metro e il trucco che spaventa.

Novanta minuti di aperitivo. Alle dieci e mezzo sono già ubriaco perché non riesco a raggiungere le mozzarelline, mentre i prosecchi me li portano a turno gli amici per i brindisi di saluto.

Ci sediamo; ne avevo bisogno. L’antipasto è così così, il primo è terribile, il bis di farfalle è da CSI, la carne la ingurgiti per sopravvivere, le patate fanno cagare e il gelato lo mangi per toglierti il gusto delle patate.

Bevo il caffè, ghiacciato, e mentre poso la tazzina un cameriere mi toglie il piattino, un altro la tovaglia e una squadra di uomini neri mi smonta il tavolo in pochi secondi. Allora mi alzo di scatto e due ragazze  bionde dello staff mi sottraggono la sedia e la impilano con centinaia di altre. Reagisco. Cerco minime coordinate spazio temporali. Uno che, non richiesto, ci ha tormentato con lo swing per due ore, urla al microfono che adesso si balla.

Si balla? Ma si balla ancora come negli anni 80? Si muove avanti prima una gamba e poi l’altra? Si ondeggiano i pugni chiusi sopra le spalle? O si ancheggia? No, ancheggiare no. Non si sa mai.

Gin tonic. Così intanto guardo come ballano gli altri. Ma aprono le gabbie e arriva un’orda assassina di gente che mi spinge ovunque; mi cade la cannuccia, qualcuno mi deposita la sua coca (cola) sulla giacca e io, caspiterina, che avevo appena cominciato ad ondeggiare al ritmo del funky remember.

Mi prendono per un braccio e mi trascinano al piano di sotto, dai giovani, con la musica di adesso. Tun ci tun ci tun ci tun ci tun ci. Auguri Stefanooooooo. Padovaaaaa. Tun ci tun ci tun ci. Auguri Jessicaaaaa. Veronaaaaa. Salta salta salta Tun ci tun ci tun ci tun ci. Auguri Mary. Codroipooooo. E mentre mi domando quanta gente compia gli anni oggi, dei ventenni altissimi mi percuotono il fegato col ginocchio. Altri ci spingono in continuazione verso la consolle abitata da quattro marziani. Non c’è spazio fisico nella pista. Tengono le strobo accese per troppo tempo e comincio ad avvertire una leggera nausea. Auguri Gianlucaaaaaa Veneziaaaaaaa. Tun ci tun ci tutunci.

Proviamo a tornare al piano superiore, dagli anziani, ma ci mettiamo venti minuti perché le scale sono intasate di ragazzi che scendono. L’uomo dello swing adesso scimmiotta Tom Jones. Ne approfitto e vado in bagno. Ci metto solo un quarto d’ora.

Guardo il cellulare. Le due. Può bastare.

Saluto in fretta, pago, vedo la fila di gente che vuole entrare, realizzo che il fischio nelle orecchie me lo terrò tre giorni. Cerco il bavero del cappotto, ché sicuramente si gela. Ma il cappotto è in macchina, perché la so lunga io e non faccio mica la fila al guardaroba.

Quando sono fuori chiudo gli occhi.

Respiro il silenzio.

Chissà se mi hanno registrato Coliandro.

  

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La promessa

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foto-31Ciò che di seguito pubblichiamo è un contributo di pura fantasia. Ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è accidentale, quasi involontario. Gli allegati visivi sono frutto di riusciti fotomontaggi.

 

La promessa

 

Successe la sera di un piovoso venerdì di gennaio. Quattro fulgidi professionisti accarezzavano col gessetto la punta delle loro stecche  nuove di zecca, in attesa di farle risuonare rabbiose sul panno verde maculato maionese.

Sulla cornice del tavolo da biliardo riposavano incerte una birra rossa media, una bionda piccola e due cochini; il grado alcolico delle bevande era direttamente proporzionale alla bravura dei giocatori.

Nel bel mezzo della seconda partita, il più anziano del gruppo fu investito dagli sguardi inquisitori degli altri: “Fabio, in tribunale gira una voce insistente che tu stia per risposarti.”

“Cazzate”.

“Infatti. No, dico: pensati l’assurdità di uno, divorziato, che dopo quindici anni di felice convivenza con una donna, peraltro senza problemi di acquisizione di cittadinanza, decida di rifare il passo falso. Non esiste. Non ci crediamo.”

“E’ una bufala.”

“Stiamo tranquilli?”

“Sereni.”

“Guarda, ti crediamo….vogliamo crederti… Comunque se ti azzardi a risposarti, veniamo al matrimonio travestiti. E sai che lo facciamo.”

Le matte risate.

“Certo. E magari mi fate pure da testimoni”.

Piegati in due da una convulsa ilarità, conclusero lo stage di biliardo con la consueta inettitudine, condita, a tratti, da qualche autentico colpo di culo tipo ottavina reale.

Non se ne parlò più. Fu ancora il biliardo del venerdì. E poi l’oblio.

Ma presto la primavera irruppe maliarda, latrice di una leggera brezza pulita, delle follie dell’amore. E dell’invito al matrimonio di Fabio.        

Attoniti, confusi, quasi traditi, i compagni di biliardo realizzarono di avere un impegno imminente col travestitismo. La decisione fu fulminea ed unanime: Elvis.

A loro si unì un collega, stimato e con importanti incarichi nelle riviste di settore, ma con un’imbarazzante passione per i travestimenti maturata a Recife nei primi anni 80.

Convulsa la ricerca di siti internet dedicati al re di Memphis, frettolosa la visita ai negozi di costumi, e poi furono stoffe e paillettes, gadget cinesi, sarte dell’ultimo minuto e addirittura trasferte pomeridiane in Lombardia.

La mattina del 10 maggio 2008 una mercedes decappottabile blue, con alcune parrucche corvine e una zazzera naturale alla guida, fu notata allontanarsi furtivamente dal centro della città.

Giunta innanzi alla Casa comunale del paesino ove si sarebbe svolta l’odiosa cerimonia, l’auto fu avvicinata da un’elegante signora in rosso.

Io sono il vicesindaco celebrante. Voi?”

“Noi…. saremmo i testimon..i” risposero in coro i deficienti.

“Ah…. mi avevano preannunciato un certo folklore. Un po’ di allegria non guasterà. Benvenuti.”

  

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