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weak in the presence of beauty

 

(photo by syl@)

Avrei voluto scrivere del valore della bellezza, dei canoni classici oppure orientali dell’avvenenza o, ancora, di quelli popolari  del bello ciò che è bello ma che bello che bello che bello, insomma: tentavo di condividere alcuni lampi sensoriali difficili da rendere intelleggibili.

Poi, per caso, ho trovato in rete la foto di questa donna, sconosciuta; forse uno scatto rubatole in confidenza. Anzi, mi piace pensare che ella magari mai saprà di questa effige ormai appannaggio del mondo, dono discreto agli occhi di tutti.

Ebbene mi sono messo ad osservarla, questa donna, e ho cercato di carpirne i segreti, rubarne le confidenze, indovinare l’oggetto della sua attenzione. In questa mia folle e scriteriata indagine dai risvolti imprevedibili sono incappato nella sensazione che cercavo, gradualmente divenuta - grazie alla consueta ipertrofia dell’ego - uno splendido dogma: la bellezza è potenza perché genera debolezza.

Osservatela, questa donna ed ammettetelo senza vergogna: ella vi domina con il solo sguardo. Intendiamoci: voi non le credete affatto e siete pienamente consci che vi sta prendendo per il culo. Eppure ne subite, rapiti, la forza magnetica, pericolosamente diffusa da pupille pervase di intrigante ilarità.

Liberatevi dai lacci della prudenza e tuffatevi in questa espressione. Nuotate tra le onde dell’inespresso e approdate sulle sabbie dorate dell’allusione. Cosa vi seduce se non il “sottinteso” da quello sguardo indomito e sfidante? Cosa vi annienta se non la lascivia di quelle labbra serrate? Cosa vi stordisce se non le onde corvine che incorniciano le gote sfacciate?

Mi piace pensare che questa donna faccia smodato uso di cotanto potere per sciogliere i nodi stretti della quotidianità, attorniarsi di folle adoranti o procurarsi le ghiotte occasioni del buon vivere.

Poiché, credetemi: nulla si può negare a una bellezza consapevole.

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farfallismo trentennale

Ci son persone che vivono in punta di piedi.

Non sbattono le porte;  le sbaciano dolcemente curando che i suoni prodotti non offendano.

Non alzano la voce, perché han concetti con la forma dei sussurri e il peso delle pietre.  

Affidano allo sguardo lo scontro dialettico da cui spesso escono vincitori, infliggendo pugnali di vergogna agli interlocutori urlanti.

Più che sentire, ascoltano.

Più che amare, venerano.

Bon: io lo chiamo farfallismo questo modo di esistere, per via della leggerezza dei modi e della fragilità dell’essere,  e c’è chi lo pratica da anni.

Da diversi anni.

Tipo trent’anni.

Tanti auguri, Laura.

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Stefano

Rischiava grosso, lui.

Un conto era partire per un week end tra amici, altra cosa imbarcarsi in un viaggio ai confini del disadattamento, dove stormi di blogger avrebbero sicuramente cammuffato le proprie complesse dinamiche relazionali disquisendo solo di aggregatori di feed o dissocial network. Il ruolo assegnatogli doveva essere quello di silente accompagnatore di una blogger letta e diletta, poi rivelatasi un pezzo di sole che quando la vedi già ti manca.

Ha ascoltato, Stefano. Poi si è messo gli occhiali e si è fatto crescere la barba e ha cominciato a far girare il mondo intorno a lui. Con leggerezza ha introdotto l’amore per le lingue desuete, il vino bianco delle vigne veronesi, le allieve sfacciate che lo concupiscono invano, la gratitudine verso il suo mentore, il cordoglio per una perdita importante.

Il fascino di chi non s’impone ma si rende gradualmente imprescindibile. La forza di argomentare senza gridare, esprimendosi sempre a piccoli passi, con le scarpe leggere dei sapienti.  E poi lo scatto felino, un ruggito rabbioso contro chi, per gioco, lo accusava di snobismo (“se lo dici ancora, ti rutto in faccia“).

E adesso provaci, a non aprire un blog.

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