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Solitude

Pensate un attimo alla solitudine.

Ad essa diamo sempre accezioni negative e colorazioni fosche definendola come una sorte di tremendo castigo che il mondo crudele ci infligge, per motivazioni che spesso affondano radici nella sfortuna o nel nostro sgraziato aspetto psicofisico o nella nostra innata antipatia. Un enorme buco nero da colmare con doni inopportuni, parole incessanti che stordiscono preziosi silenzi, continue ricerche di attenzioni, contegni appiattiti quanto patetici, contorte manifestazioni di affetto.

Beh, la rivelazione odierna è che quella concezione di solitudine forse è distorta e comunque non è l’unica.

Svuotiamo la mente, torniamo indietro e guardiamo la cosa con prospettiva differente.

La solitudine è lo stato naturale che ci accompagna dal primo vagito all’ultimo rantolo; una condizione cosmica irrinunciabile, che corrisponde al trovarsi al cospetto di noi stessi. Lo facciamo quando cogitiamo, quando programmiamo la nostra giornata, quando ci rimiriamo allo specchio, quando ci prendiamo cura della nostra salute. Quale condizione fisica e naturale, proprio come il caldo e il freddo, non necessita di giudizi particolari. C’è e basta.

Nel momento in cui ci consideriamo e ci giudichiamo, abbiamo già compiuto quel processo di riconoscimento della nostra alterità che scaccia l’accezione negativa della solitudine. In quel preciso istante e da quel magico momento non siamo più soli, ma in compagnia di noi stessi. E vi assicuro che a volte è la miglior compagnia possibile, come ben sa chi predilige le regate in solitaria o scala le vette ascoltando solo il battito del cuore che si accorda con il vento.

Chi sta bene con se stesso ha sempre un sacco di gente intorno. Perché la compagnia è come una banca: concede crediti solo a chi sembra non averne bisogno.

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weak in the presence of beauty

 

(photo by syl@)

Avrei voluto scrivere del valore della bellezza, dei canoni classici oppure orientali dell’avvenenza o, ancora, di quelli popolari  del bello ciò che è bello ma che bello che bello che bello, insomma: tentavo di condividere alcuni lampi sensoriali difficili da rendere intelleggibili.

Poi, per caso, ho trovato in rete la foto di questa donna, sconosciuta; forse uno scatto rubatole in confidenza. Anzi, mi piace pensare che ella magari mai saprà di questa effige ormai appannaggio del mondo, dono discreto agli occhi di tutti.

Ebbene mi sono messo ad osservarla, questa donna, e ho cercato di carpirne i segreti, rubarne le confidenze, indovinare l’oggetto della sua attenzione. In questa mia folle e scriteriata indagine dai risvolti imprevedibili sono incappato nella sensazione che cercavo, gradualmente divenuta - grazie alla consueta ipertrofia dell’ego - uno splendido dogma: la bellezza è potenza perché genera debolezza.

Osservatela, questa donna ed ammettetelo senza vergogna: ella vi domina con il solo sguardo. Intendiamoci: voi non le credete affatto e siete pienamente consci che vi sta prendendo per il culo. Eppure ne subite, rapiti, la forza magnetica, pericolosamente diffusa da pupille pervase di intrigante ilarità.

Liberatevi dai lacci della prudenza e tuffatevi in questa espressione. Nuotate tra le onde dell’inespresso e approdate sulle sabbie dorate dell’allusione. Cosa vi seduce se non il “sottinteso” da quello sguardo indomito e sfidante? Cosa vi annienta se non la lascivia di quelle labbra serrate? Cosa vi stordisce se non le onde corvine che incorniciano le gote sfacciate?

Mi piace pensare che questa donna faccia smodato uso di cotanto potere per sciogliere i nodi stretti della quotidianità, attorniarsi di folle adoranti o procurarsi le ghiotte occasioni del buon vivere.

Poiché, credetemi: nulla si può negare a una bellezza consapevole.

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farfallismo trentennale

Ci son persone che vivono in punta di piedi.

Non sbattono le porte;  le sbaciano dolcemente curando che i suoni prodotti non offendano.

Non alzano la voce, perché han concetti con la forma dei sussurri e il peso delle pietre.  

Affidano allo sguardo lo scontro dialettico da cui spesso escono vincitori, infliggendo pugnali di vergogna agli interlocutori urlanti.

Più che sentire, ascoltano.

Più che amare, venerano.

Bon: io lo chiamo farfallismo questo modo di esistere, per via della leggerezza dei modi e della fragilità dell’essere,  e c’è chi lo pratica da anni.

Da diversi anni.

Tipo trent’anni.

Tanti auguri, Laura.

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Rivelazioni/10 Friendfeet

Ieri sera, mentre mi scapicollavo a 38 all’ora tra Castel San Pietro Terme e Bologna, intervallando curiose apparizioni mistiche a canzoni di George Benson Live in L.A., ho  finalmente realizzato, dopo anni di sperimentazione, quale sia l’atto erotico per eccellenza, l’archè di tutti gli sconvoglimenti psicosomatico sensoriali, la summa dei piaceri della carne e del pesce.

No. Non parlo di quelle cose lì che ci si tocca l’intimità come dei primati, non disquisisco dei lascivi sfioramenti da uomini e donne di Neanderthal, né penso a volgari introduzioni di pezzi di uno all’interno dell’altra e/o viceversa che al giorno d’oggi tra uomini sensuali, transnazionali, eunuchi pentiti e Saffo col baffo, non si capisce più cosa va e dove.

No, non parlo nemmeno di quelle riunioni viziose e sediziose dove gli invitati si scambiano a caso partner e chiavi della macchina, tanto da rischiare di trombarsi la mamma della festeggiata nella Panda 4×4 del giardiniere.

E di certo non mi addentro nei meandri di filmini fatti col cellulare e riversati in rete su Tube di qua e redporn di là, dove ad ogni spinta il telefono si sposta fino ad inquadrare, al culmine dell’amplesso, il vaso finto Venini che hai sulla credenza della nonna.

No, eleviamoci per un attimo ad atti sì tangibili e carnali, ma che avvicinano catarticamente il corpo all’infinito, eludendo tutte le accezioni cronotopiche. E basta scherzare. 

Parlo del massaggio ai piedi. L’unico atto con cui  – aprendo sapientemente il pollice a 310 gradi su tutta la superficie plantare - riesci ad accarezzare il corpo intero della tua fortunata vittima, essendo colà disegnato e collegato ogni più recondito organo umano, dolcemente dolorante o intimamente bramoso di soffici digitazioni.

Si insiste sui polpastrelli, ci si insinua tra di essi, piegandoli a guisa di stretching, si preme in più punti fino a provocar sensazioni estatiche convulse tali da rasentar la riflessologia plantare preorgasmica. Senza dimenticare la caviglia, o meglio: il lembo tra tallone d’Achille e il polpaccio, laddove risiede il magico tendine dell’amore puro.

Allora, stasera, quando tornate a casa, date una carezza ai piedi dei vostri amati. 

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Rivelazioni/9 – mostardo!

A pranzo, mentre davo fondo gli avanzi delle libagioni natalizie, a dieta astutamente sospesa per rincoglionire l’arcigno metabolismo, ho assunto distrattamente una badilata di bagigi (che son arachidi oppure spagnolette se sei superpippo), ho avvicinato le vaschette trasparenti che sostavano a sinistra del bicchiere e ho assaggiato il mascarpone: buono, bianco, dolce come una crema, ma anche salato alla bisogna. Poi ho intinto la forchetta nella mostarda: densa, torbida, con i pezzi grossi che emergono quando meno te l’aspetti. Piccante, soprattutto, tanto da offenderti le narici, a volte. Terminati gli assaggi, complici le bolle di colesterolo giunte al cervello, prima di accingermi alla prelibata commistione degli elementi di veneta tradizione, ho avuto la mia nona rivelazione, che mi accingo testé a svelarvi.

Orbene, ho realizzato che gli uomini sono di due tipologie: il mascarpuomo e il mostardo. 

Il mascarpuomo è dolce, sensibile, capisce le donne, lo porti dove vuoi, non sporca, è assolutamente zerbinato, pulisce la casa, lascia alla donna le decisioni oppure le condivide fintamente per non deluderla, piace ai gay, forse anche un po’ lo è, sa cucinare, fa sesso solo se ama e spesso si agita tanto che i pantaloni li toglie per la seconda. Ama i figli, va in campeggio però in bungalow e piange quando nei film muoiono i cani, anche se di vecchiaia. Dà del lei alla suocera, lavora il sabato mattina ma giammai la domenica, partecipa personalmente ai visitoni, non si abbona a Sky sport e taglia l’erba al sabato pomeriggio dopo le 3. E’ deluso dal centrosinistra, ma lo vota perchè non lo sa neanche lui, fa beneficenza e a Natale non compra cazzate. Ascolta la musica degli anni 70, spesso perde i capelli, accetta deprimendosi l’invecchiamento cerebrale e predilige le posizioni dell’amore dove ci si guarda negli occhi.

E il mostardo? Non ve lo direi neanche com’è il mostardo. Perché quello aspettate voi, e lui lo sa e vi farebbe morire nell’attesa, il mostardo, lui.

Lui non chiede: prende, decide, si arroga, avoca, comanda. Lui ha una macchina sportiva e guarda il culo alle donne. Lui considera la monogamia maschile come un inutile laccio occidentale e per l’apologia dell’adulterio aforisma Schopenauer senza averlo letto. Lui è disordinato, si rade quando ne ha voglia, vizia le figlie, non gioca mai a Scarabeo, fuma, beve e spesso prende la donna al costume delle fiere (a pecorina se sei superpippo). Ma quanto piace il mostardo. Gli si perdona tutto, perché è maledetto, poeta, geniale, incorreggibile, uomo. Ecco, è finalmente, veramente, inesorabilmente, dannatamente,  rudemente e porcamente U O M O.

Il palato si gode la perfezione della sublime unione del mascarpone con la mostarda. 

E l’uomo perfetto non può che essere il risultato della fusione dei due archetipi. L’alternanza è schizofrenia, la giusta fusione si ha solo nella magica commistione tra le due anime dell’uomo.

La perfezione è quindi l’uomo dei gemelli.

 

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Stefano

Rischiava grosso, lui.

Un conto era partire per un week end tra amici, altra cosa imbarcarsi in un viaggio ai confini del disadattamento, dove stormi di blogger avrebbero sicuramente cammuffato le proprie complesse dinamiche relazionali disquisendo solo di aggregatori di feed o dissocial network. Il ruolo assegnatogli doveva essere quello di silente accompagnatore di una blogger letta e diletta, poi rivelatasi un pezzo di sole che quando la vedi già ti manca.

Ha ascoltato, Stefano. Poi si è messo gli occhiali e si è fatto crescere la barba e ha cominciato a far girare il mondo intorno a lui. Con leggerezza ha introdotto l’amore per le lingue desuete, il vino bianco delle vigne veronesi, le allieve sfacciate che lo concupiscono invano, la gratitudine verso il suo mentore, il cordoglio per una perdita importante.

Il fascino di chi non s’impone ma si rende gradualmente imprescindibile. La forza di argomentare senza gridare, esprimendosi sempre a piccoli passi, con le scarpe leggere dei sapienti.  E poi lo scatto felino, un ruggito rabbioso contro chi, per gioco, lo accusava di snobismo (“se lo dici ancora, ti rutto in faccia“).

E adesso provaci, a non aprire un blog.

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Rivelazioni/8 – il tradimento

About Adam. L’ho visto ieri sera con Agata spalmata sull’addome (pancia è anacronistico).

Adam è un figazzo irlandese munito di Spider Jaguar d’epoca che fa innamorare contemporaneamente tre sorelle, intrattenendo gli afferenti congressi carnali. Sposerà la bionda (che novità) e poco prima del tormentato sì, rifiuterà, sereno, la confessione della nubenda, fedifraga pure lei. Che ognuno si tenga i suoi segreti, le sussurra lo scaltro Adam guardandola negli occhi sognanti. E con quelli che conserva lui, non è che lo possiamo biasimare.

La gatta mi guarda. Io penso.

La gatta mi ama. Io realizzo.

La parte più vile del tradimento è la confessione.

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Rivelazioni/ 7 – la felicità

La felicità non è un sentimento qualitativo. Non è che ti definisci felice sol perché i tuoi momenti di letizia sono particolarmente intensi.

A ben vedere non si tratta nemmeno di un sentimento quantitativo. Non basta avere reiterati lampi gioiosi per essere felici.

Sentirsi felici, infatti, non é essere felici. La prima è una percezione piacevole ma inesorabilmente transitoria, la seconda è una qualità dell’esistenza.

Forse, l’ottica corretta è quella di considerare la felicità come l’ottimistica dilatazione nel tempo delle sensazioni di gaudio.

Allora, non è felice chi gode, ma chi è convinto che godrà ancora.

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Rivelazioni/6

Insonnia afosa, costellata solo da punture d’insetti. La mia mano si fa nuvola nell’ombreggiare la luna glutea che mi giace accanto.

Mentre ragiono sui modelli comportamentali che portano alla felicità, le fusa preannunciano Gianfilippo che balza sul letto, lecca la gamba di lei e le si addormenta sul polpaccio.

Il gatto non si preoccupa di essere accettato: lui esiste. Non chiede: esige. Non gironzola: si appropria dello spazio circostante. Concede affetto a suo piacimento e non tollera costrizioni. E’ pulito, soffice, autonomo, paraculo, magro, agile, ben accetto sui divani, silenzioso, mai invadente, amato, rispettato, utile, decorativo.

Eccola la rivelazione che mi soggiunge felpata: il contegno felino porta alla felicità, mentre va certamente abbandonato il modello canino, foriero di solitudine, vita grama e bastonate.

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Rivelazioni/5

Ora è già tardi, ma è presto se tu te ne vai.

Questo canticchiavo stamattina in macchina, mentre mi stavo spalmando sulla ruota di scorta di un SUV bianco che mi precedeva, nel tentativo di spiegare via sms ad un amico dove si trova la mia umile dimora. E ho riflettuto.

Ho realizzato che quando si è intenti a fare all’amore il tempo si dilata, si perdono completamente le accezioni cronotopiche poiché spazio e tempo cessano di avere consistenza, divenendo elementi relativi, volatili, inutili forse.

L’inizio dell’amplesso è certo, ma la fine non è nota, alla faccia di Erri De Luca.

E allora succede che ti senti dire “vorrei che non finisse mai” e tu magari stai tentando di inibire la magica aspersione pensando al rinnovo dell’assicurazione sul furto, alla difficoltà di trovare il valore dell’auto se non compare il modello su quattroruote e cose così. E poi succede che la tua lei, nel tentativo di prolungarsi l’estasi, non sopraggiunga in tempi umani. Ma tu, uomo, invece sì.

Troppo presto? E no, perché quando a lei piace è sempre troppo presto.

Ora è già tardi, ma è presto se tu te ne vai.  Questo voleva dirci Gino Paoli.

L’eiaculazione precoce non esiste.

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