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Life Coach

L’inadeguatezza verso se stessi e verso il mondo. Ecco il vero tarlo delle coscienze, quello che scava nel senso di colpa e si rintana nelle anime sensibili, modificando l’approccio generale verso l’esistenza tutta.

Ma perché questa frustrazione, questa tendenza autolesionistica, questo nichilismo autoreferenziale degli inadeguati? E se dipendesse dal peccato originale? In fondo far sentire in colpa i sudditi e i fedeli rientra nello standard strategico delle tirannie, anche confessionali. Trasformare in debitore il prossimo tuo  aiuta gli dei e i creditori a esigere devozione, quantomeno per timore che venga riscosso immediatamente  il saldo.

Beh la novità di oggi è che questa concezione ha fatto il suo tempo (il medioevo) e ha sinceramente rotto i coglioni.

Nasciamo per un atto d’amore o per semplice sesso (dai, la cicogna non ci ha mai convinto). Non scegliamo di nascere e quando vediamo la prima luce fredda dopo nove mesi di acqua caldina siamo già molto incazzati  di nostro senza doverci sentire in colpa, sia essa originale o quale porzione del debito sovrano maturato in decenni di cattivo governo.

Veniamo al mondo con un unico inviolabile e inalienabile diritto nel pannolino: essere felici. Tutta la nostra esistenza dev’essere finalizzata alla ricerca della gioia, che è appagamento, godimento (personale, di coppia e di gruppo), soddisfazione, altruismo, eroismo, erotismo, calore, cibo, carezze, assoluzione e spesso superamento del dolore.

E basta pure Epicuro. Basta piaceri effimeri ed edonismo anni 80, che poi tanto la nausea arriva puntuale. Pensiamo a progettare, a vivere con uno scopo, a piacerci mentre ci muoviamo.

Le regole per essere felici? Pronte qua. Alzarsi la mattina e coccolarsi. Avvitare la caffettiera come fosse un massaggio, farsi la doccia come metafora amniotica, specchiarsi e migliorarsi, prendersi cura dell’aspetto quale contributo  all’estetica del mondo. Compiere ogni azione, anche la più banale, quotidiana, ripetitiva e noiosa con la consapevolezza che si sta pesantemente influenzando il divenire della propria esistenza. Impegnarsi senza risparmio nei  rapporti con gli altri per alterare positivamente lo standard relazionale del proprio microcosmo. Che poi è  parte del microcosmo altrui. Che è porzione sensibile del mondo. Che migliora grazie a piccole azioni sensate e ben compiute.

Ma per fare tutto questo, prima di aprire gli occhi, è bene ricordare che nasciamo senza colpa, ogni giorno.

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La coscienza e il gusto

Migliorarsi. Forse una delle poche attività che meriti il dispendio delle nostre esauste energie vitali.

Osteggiare la rassegnazione, debellare l’ignavia depressiva,  ammettere che  il non credere in noi stessi finisce per essere comodo, eliminare l’odiosa litania del “sono fatto così”, porsi dei modelli ambiziosi ma frequentabili, approcciare coraggiosamente all’ignoto, tollerare i saccenti se trasmettono sapere.

Per implementarci  – così da non dover più usare parole come implementarci – è utile intervenire sulla coscienza e sul gusto. E lo dice uno che gettava dal finestrino pacchetti appallottolati di Merit, abbandonava Fantic Motor nei cassonetti, calzava stivaletti scamosciati con le frange di Robin Hood e adorava i pianoforti bianchi.

La coscienza si modifica a suon di vergogna, omologandosi gradualmente al comportamento ritenuto socialmente più corretto, per poi farlo proprio. Il mutato approccio all’ecologia ne è facile esempio.

Per il gusto l’operazione è apparentemente più ardua, essendo tutti protetti dalla comoda soggettività dell’adagio frainteso: i gusti sono gusti.

In realtà il bello e il brutto si rapportano come il bene e il male. Uno esclude l’altro. E allora il Brutto rimane oggettivamente inguardabile mentre  nel Bello ti è pure concesso disdegnare cose che non incontrano il tuo gusto, rispettabilissimo.

Chi stabilisce cosa sia bello o brutto è la stessa entità che discrimina il bene dal male. La Coscienza. Sempre lei. Mutevole e mutante.

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Settimo: non abbuffarti.

Ho passato ventidue anni con mia madre e ventidue senza.

Assenza incolmabile, come un suono in una stanza vuota che  rimbalza all’infinito nell’eco della mancanza, sporcato dal rimbombo dei muri disadorni.

Millecentoquarantaquattro pranzi domenicali materni mi sono perso, e anche se altri deschi adottivi,  alcuni dei quali principeschi, vi hanno sopperito, mi mancano le pietanze materne, quelle preparate col tempo lento della festa, il pan grattato sulle cime di rapa, le imperfezioni callose della pasta fatta a mano, il fegato un po’ duro ma squisito, l’intento malcelato di assecondare i miei gusti, osando tra le vette della sperimentazione con ciò che aveva in frigo.

Una madre che cucina per il figlio suona musica propria. Solo cover per gli altri.

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La cura

L’abitudine alle cose belle è un pugno in faccia alla buona sorte. Darle per scontate le impoverisce e poi le soffoca di egoistica anossia.

Certo, le induciamo perché siamo capaci, scaltri o caritatevoli, ma le cose belle, quelle belle veramente, sono pur sempre cosmiche botte di culo, tanto che  i nostri meriti riposano solo sulla cura di tali fortune, giammai sulla genesi.

La cura non ha regole scritte, la tradizione orale è paternalistica, saccente e sporadica, come ciò che state leggendo, tuttavia possiamo naturalisticamente mutuare le cautele che riserviamo ad una pianta, postulando che il pollice verde altro non sia che sensibilità.

E allora non anneghiamola di affetti se è un cactus, concediamole la luce degli altri se vogliamo che fotosintetizzi felicità, osserviamone i cambiamenti al passaggio delle stagioni, senza paura di imporle luoghi alternativi e nuova terra fertilizzata, se soffre l’ambiente.

E poi parliamole, così superando l’iniziale imbarazzo dato dalla presunzione che non ci sappia ascoltare.

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il senso di colpa

La colpa è il laccio della libertà e tarlo imperituro delle nostre anime.

C’è quella atavica, che profuma di incenso o di minestra della nonna. Colpisce quelli con una spiccata sensibilità, una cultura meditata o una madre rompicoglioni.

C’è quella generata dalla vergogna dei nostri contegni, ormai non più un confine alla decenza – ormai superato - bensì la sentenza del rimorso, la morsa delle conseguenze, il tramonto delle promesse.

Infine c’è quella dei fortunati, che nel viver belle vite avvertono la colpa di non essere felici.

La battaglia va quindi combattuta, perché la colpa atavica è mera superstizione, la vergogna attende solo contegni più accorti e l’infelicità dei fortunati è solo incredulità.

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Beppe

Primo giorno, al liceo: mi guardo attorno spaesato, alla disperata ricerca di volti amichevoli o almeno non del tutto sconosciuti.

Niente. Proprio non conosco nessuno.

Mi viene incontro Beppe, tutto scuro in viso, capelli ricci, di sembianze negroidi ma in realtà soltanto calabro. Ha tutte le mani e gli avambracci ingessati. Lo guardo, mi guarda e mi dice:

- ho fermato una vespa con le mani.

- madonna ma così tanto ti ha punto?

- era una Vespa Piaggio, precisa Beppe.

Poi siamo diventati amici, ma non tanto perché lui era tantissimo comunista.

 

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dillo

Per una volta non aver frenato la lingua, lasciando che i pensieri fluissero liberi, scevri da orgogliose timidezze e svincolati da vergognose reticenze, mi fa stare meglio, ora.

La prudenza verbale inibisce le espressioni più crude, diventa bandiera avvolta di architetture diplomatiche e aiuta a galleggiare sulle acque comode e oleose del quieto vivere, ma soffoca la spontanea  manifestazione dei concetti, quelli autentici, che sgorgano col tepore animale dei baci alcolici o del latte appena munto.

In una manciata di frasi le ho espresso stima, riconoscenza, affetto e progettualità da condividere. Un frullato variopinto pure al sapore di frutta con tutti i concetti che vorresti sentire da un socio. Occhi lucidi di gioia. Ciao, vado al mare, io.

.  .  .                                                                .             .          .          .       .

Ora che gli occhi bagnati di sua madre esigono speranze, io elargisco certezze perché non ammetto alternative, mi specchio nel pavimento asettico del reparto per distogliere lo sguardo dagli intubati e mi chiedo come mi sentirei, ora, se avessi taciuto.

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Old on

Invecchiare.

Mh.

Lo so, l’aura negativa non gliela leva nessuno, un po’ come l’ombra delle “minuscole” faglie che all’alba insonne solcano il viso stropicciato dei quarantenni.

Però il termine andrebbe ricondotto alla sua corretta neutralità. E’ solo l’ innocuo trascorrere del tempo, mera vita in fieri, un dato naturale, certo: inesorabile, inarrestabile pure, ma comunque sfacciatamente democratico.

E poi, insomma, c’è modo e modo di invecchiare. Lo si fa male solo smettendo di sorridere, mentre  la saggezza profusa conferisce ai saccenti quel fascino imperituro di chi comunque sa e chissenfrega dell’età.

Ti accorgi di invecchiare  – bene -  quando smetti di provare rimorso per esserti perso qualcosa. Quando apri un libro e metti i piedi sul tavolino domestico lasciando che la folla si accalchi in piazza contentendosi la salsiccia bruciacchiata dell’imperdibile evento; quando esserci non attesta mondanità ma solo pezzi di vita che tornano a pulsare la semplicità delle emozioni; quando gli amori passati cessano di pungere per divenire storia.

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se

sprofondassi nel lago ghiacciato delle cose indicibili

galleggiando immobile senza urgenza di salvezza

se nudo in piazza ruttassi la bestemmia più feroce

lasciando scivolare sulle cosce la vergogna liquida e immonda

se percuotessi chi lo merita senza ascoltarlo

urlando con gli occhi che il (mio) silenzio è un diritto.

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