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Ops…

La taverna della mia morosa era costantemente in penombra, freschissima d’estate e perfetta per guardare la tv stesi sui divani senza troppi riflessi accecanti.

Anche quel sabato andai a pranzo da lei, con la sua famiglia al completo.

In ossequio ai miei compiti, scesi in cantina a prendere del vino rosato e, passando per la taverna, la notai in piedi davanti allo schermo: si attardava con le ultime notizie prima di salire a preparare la tavola. La luce fioca delle finestrelle disegnava in flebile controluce la sagoma amata. Mi avvicinai con passo felpato, le scostai i capelli dalla nuca e le baciai a lungo il collo cingendole la vita.

Lei si girò, e sorridendomi mi disse: “ a cosa devo tanto affetto?” Mi bloccai interdetto perché mi stavo rocolando mia cognata Laura, la quale per l’occasione aveva pensato bene di acconciarsi i capelli come la sorella maggiore, traendomi così in deplorevole inganno, complice il favore delle semitenebre.

Per anni fui graziato in virtù delle circostanze attenuanti appena riferite, tuttavia, la scorsa notte di Natale, la mia signora, con rigurgito revisionista, mi ha ricordato un contegno recidivo.

Pare infatti che nel lontano 1987, a bordo di una Panda 30 alla volta di Ajaccio, ebbi ad accarezzare furtivamente la caviglia di Antonella, seduta dietro, proprio accanto a Chiara. Insomma questione di millimetri e beccavo la caviglia giusta.

Mi consola il fatto che nessuna delle molestate abbia pensato di urlare o percuotermi e che la Procura si tuttora ignara delle mie malefatte.

Chi sarà la prossima?

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Bau tette!

Mi son sempre chiesto se - come la pancia – pure le tette, magari annunciate con prodromi gentili, si palesino sfrontate una mattina, mentre la giovane allo specchio rimira la morbidezza della stoffa che scende sul corpo.

Una volta spuntate, le tette fungono da monito al mondo che nulla è più come prima. E senza tentennamenti. Le tette sono la dichiarazione d’indipendenza della donna, mentre di diritti dell’uomo proprio non se ne parla. La palpata furtiva al cinema o lo sfioro leggero del capezzolo son conquiste che arrivano quando il ragazzetto – ormai ciecato dall’ipsazione compulsiva – ha quasi perso ogni speranza.

Le tette – al pari delle mine - hanno effetti plurioffensivi, perché se è indubbio che turbano l’adolescente dall’ormone festivo, è accertato che provocano nel di lui padre quarantenne una sorta di leggera tristezza. Insomma io non son pronto a vedere le figlie dei miei amici con le tette. Non lo sarò mai forse. Ma dai ragioniamo:  quelle sono bambine, fino all’altro ieri stavano sorridenti e sdentate sulle ginocchia del papà adorante che cantava loro ”to to  –  to to museta” . E poi una sera vai a cena, suoni il campanello e ti aprono la porta con due bocce da infarto. E’ ingiusto, è innaturale.

Quelle stesse tette, crescendo, diventeranno strumenti di tortura o di piacere, forme armoniose per abiti leggeri o, ancora, mezzi di sostentamento nella doppia accezione che magari allatti o che ti assumono solo se popputa. E poi nel tempo saranno ammirate, compresse, rialzate, leccate, ma sempre col rigoroso rispetto che si riserva a due principesse.

E come le altezze reali, misurarle sarebbe riduttivo: prima seconda terza e quarta sono sequenze da gran premio. Per non parlare del gonfiarle a dismisura: triste, patetico e assolutamente inutile,  poiché – credetemi – alla fine tutto ciò che non sta in bocca è superfluo.

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pari opportunità

 La questione sta tutta in vedere se le donne possano o non possano essere ammesse all’esercizio dell’avvocheria (…). Ponderando attentamente la lettera e lo spirito di tutte quelle leggi che possono aver rapporto con la questione in esame, ne risulta evidente esser stato sempre nel concetto del legislatore che l’avvocheria fosse un ufficio esercibile soltanto da maschi e nel quale non dovevano punto immischiarsi le femmine (…). Vale oggi ugualmente come allora valeva, imperocché oggi del pari sarebbe disdicevole e brutto veder le donne discendere nella forense palestra, agitarsi in mezzo allo strepito dei pubblici giudizi, accalorarsi in discussioni che facilmente trasmodano, e nelle quali anche, loro malgrado, potrebbero esser tratte oltre ai limiti che al sesso più gentile si conviene di osservare: costrette talvolta a trattare ex professo argomenti dei quali le buone regole della vita civile interdicono agli stessi uomini di fare motto alla presenza di donne oneste. Considerato che dopo il fin qui detto non occorre nemmeno di accennare al rischio cui andrebbe incontro la serietà dei giudizi se, per non dir d’altro, si vedessero talvolta la toga o il tocco dell’avvocato sovrapposti ad abbigliamenti strani e bizzarri, che non di rado la moda impone alle donne, e ad acconciature non meno bizzarre; come non occorre neppure far cenno del pericolo gravissimo a cui rimarrebbe esposta la magistratura di essere fatta più che mai segno agli strali del sospetto e della calunnia ogni qualvolta la bilancia della giustizia piegasse in favore della parte per la quale ha perorata un’avvocatessa leggiadra (…). Non è questo il momento, né il luogo di impegnarsi in discussioni accademiche, di esaminare se e quanto il progresso dei tempi possa reclamare che la donna sia in tutto eguagliata all’uomo, sicché a lei si dischiuda l’adito a tutte le carriere, a tutti gli uffici che finora sono stati propri soltanto dell’uomo. Di ciò potranno occuparsi i legislatori, di ciò potranno occuparsi le donne, le quali avranno pure a riflettere se sarebbe veramente un progresso e una conquista per loro quello di poter mettersi in concorrenza con gli uomini, di andarsene confuse fra essi, di divenirne le uguali anziché le compagne, siccome la provvidenza le ha destinate”.

(Corte d’Appello di Torino, 11 novembre 1883 in ordine alla richiesta della dottoressa Lidia Poet di essere iscritta all’Albo degli Avvocati)

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Desperately Paris

Nei giardini adiacenti alla stazione, su una panchina, ho trovato un appunto accartocciato, in francese. Mi è parso vero, disperato, toccante. Ve lo riporto tradotto letteralmente.

“Oh, basta ora. Mi sfogo.

Lo so, non dovrei dirtelo, ma stasera va così. E te lo dico.

Sì, lo so che adesso sarai con lui a Rue de Rivoli a mangiare coquillage et crustacés, innaffiati pure da abbondante champagne.

Lo so che vi siete dati i baci con la lingua a Jardin des Plantes, e magari ti ha pure sfiorato i brufoli pettorali a Montmartre.

Lo so che tu, ebbra, magari ti sarai concessa a quel bellimbusto, a quel damerino, a quel gaga, all’ombra della Tour, dopo la promenade, o il bateau sur la seine.

Ma per quanto tempo lo vuoi ingannare quel pover uomo? Lo sa che non fumi più e le accendi solo per non isolarlo nel periglioso vizio?

Lo sa quel disgraziato, che tu il venerdì sera tu fingi di avere un altro solo per venire da noi?

Ma quando gli svelerai che bevi solo perché sei sommelier? E che ti sei licenziata da oltre due mesi e frequenti la ditta solo per non deluderlo?

E che ti dirà sentendoti urlare ora in russo ora in spagnolo mentre inforchi scosciata una ducati? 

Ovviamente, l’appunto è frutto delle deliranti doglianze di una mente malata.

Mica esistono donne così.   

  

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le trentenni

Mi hanno fatto notare che di recente la frequentazione elettronica o sociale  con le mie coetanee è sensibilmente scemata, a favore di colleghe, amiche, lettrici, blogger  che  realizzo ora esser quasi tutte d’età intorno ai trent’anni.

Se vi togliete subito quel sorrisetto dalla faccia e liberate la vostra torbida mente da congetture poco edificanti, tento di dare una plausibile spiegazione al curioso fenomeno.

Le quarantenni. Età dorata e adorata. Ecco, però nonostante la doratura, ‘ste ragazze mi sembrano generalmente deluse. Se single, si sentono ingiustamente abbandonate, o addirittura mai volute, con dei bilanci esistenziali in rosso, spesso in preda - pur essendo magari oggettivamente strafighe - ad un crudele quanto precoce invecchiamento. Se divorziate, accusano dei pesanti conti in sospeso con il genere che rappresento e divengono sovente portatrici sane di un ph acido di fondo che  inquina le conversazioni sui grandi temi generali della vita.  

Si salvano le maritate,  anche se mentre ci prendi un caffè rispondono a 3 sms delle figlie preadolescenti, ordinano al marito di prendere il body da danza, pensano al pulisecco che chiude e alla fine scappano dicendoti: ciao Giacomo. E tu quasi mai ti chiami Giacomo.

Le trentenni. Ecco, loro, quelle infelici, dico, hanno lagnanze simili (si passa dal nessuno mi ha voluta al qualcuno mi vorrà?),  ma per quanto contrite, esse hanno una luce diversa negli occhi, tonalità differenti nel dolersi quotidiano e amarezze agrodolci. Questo perché conservano la Speranza. 

Le trentenni credono ancora di avere delle chances nella vita e vorrei ben vedere: l’ottimismo si fonda spesso sul dato anagrafico. Non hanno quindi alcun merito, semplicemente la loro gioventù trasmette una naturale freschezza d’intenti che ben s’attaglia a spiriti virili e vivaci, sebbene (spesso ottimamente) attempati.

Ma c’è una cosa che, a ben vedere, sposta naturalmente la frequentazione verso le giovani donne.

Le trentenni, quando parli, ti ascoltano.

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mich, in sintesi

Magari subito ti appare algida, o addirittura altera, finanche saccente; però ha un suo modo malinconico d’esser torinese, quell’ombra cupa delle Alpi che lei definisce sabaudade.

La leggi, la guardi, l’ascolti e t’accorgi che sembra non aver bisogno di nulla. E l’appagamento si fa contagioso e s’accompagna ad una serenità profusa agli astanti che quasi s’appisolano sazi, e la metafora post prandiale le si addice eccome, specie d’inverno.

Si porta appresso i colori classici di una bellezza innegabile, mitigata saggiamente dall’autoironia dei pronti di spirito e dispensata con semplicità, quasi senza trucco, complice l’anagrafe clemente, appena appena incrementata dai giorni di fine marzo, proprio come questo.

E’ noto come il creatore a primavera si lasci andare ad allegre profusioni di profumi, fiori e farfalle, ma ti domandi sei sia cosmicamente sospetta una tal concentrazione di virtù apparenti. I malfidenti delle bionde, saggia categoria a cui appartengo,  attendono al varco l’ineluttabile e devastante difetto che  – infingardo – tarda a palesarsi.

Nel frattempo, vigendo la presunzione d’innocenza anche per i visini d’angelo, alla Mich si tributano gli auguri: caldi, caraibici e pieni di zuccheri. 

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Carmen

Mi capitò, appena dodicenne, di incontrare una ragazzina americana giunta di recente in Italia col padre, militare di stanza nella ”nostra” base Nato. Era bionda, Carmen, con un’acconciatura che mi ricordava Frida degli Abba, e una corporatura decisa, sviluppata al pari di una ventenne, complici gli hamburger estrogenati d’oltreoceano.

Carmen profumava di fragola come il suo lucidalabbra e ancora oggi quell’essenza sprigiona malinconiche implicazioni proustiane, che mi riportano a sensazioni dolci, fresche, che sanno di primavera.

Quelle sere allungate e miti dell’estate imminente mi vedevano inforcare la Graziella blue, ripiegabile in due e con le ruote ripiene bianche, e dirigermi lesto verso il quartiere della mia bella, sovente accompagnato da un fratello ormai quindicenne, sempre in preda ai tormenti amorosi procuratigli dalla figlia del postino e quindi incline al malinconico ed inerme stazionamento di fronte alla dimora del portalettere.

Io aspettavo Carmen dietro l’angolo di casa sua, celato prudentemente ai marziali cazziatoni, e poi, insieme, si facevan lunghe passeggiate di sorrisi: non conoscevo ancora la lingua dei baci, né l’idioma anglosassone della mia fidanzatina. Quanto a lei, si esprimeva ridendo. Rideva. Rideva tanto, Carmen.

Ascoltavamo spesso una radiolina rosa legata al cestino della sua bellissima bicicletta olandese e mentre lei intonava i recenti ritornelli di Easy, Hot Stuff oppure Ring My Bell, io addomesticavo le farfalle impazzite che mi volavano in pancia.

Un sabato pomeriggio incontrai il mio amico Massimo. Mi disse: ” Te non vieni mica dalla Carmen?” ” E a fare che?”  Risposi curioso. E lui: “Mostra le tette nel garage. Sabato scorso io gliele ho anche toccate e oggi vedrai che ci metto sopra la bocca anche.”

Ecco, la scelta della mia amata di estraniarmi dalla volgarità del gruppo, di non uniformarmi a quell’orda di preadolescenti in cerca di materiale ipsatorio per accecarsi di pippe negli anni a venire, di non mischiare, in fondo, il sentimento col sesso, ecco quella scelta, al tempo, io non la compresi subito.

Nel frangente pensai: che troia, Carmen.

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argent de porsche

“Papi, la mamma ci deve 300 euro.”

“eeehhh?”

“Sì, 100 a me e 200 a Ric.”

Con questa denuncia, resa sì da minore, ma ritenuta attendibile per la particolare relazione della parte lesa con l’imputata, ho realizzato con sgomento ciò che sospettavo da tempo e che mai avremmo voluto sentire in una famiglia di nobili e rispettate origini.

A pensarci bene, dall’introduzione dell’euro, mi svuoto regolarmente le tasche di ragguardevoli somme di metallo che ripongo alla rinfusa sul comodino nuziale. Al mattino, esse d’incanto svaniscono. Un po’ come la formichina, ma al contrario. Solo che sul comodino non trovo manco i dentini, sì e no le monetine da 5 centesimi. Non ci avevo fatto caso ma le sparizioni nell’ultimo periodo afferiscono con maggior frequenza alle monete più importanti, quelle che varrebbero 4mila scarse del vecchio conio. Dev’essere la crisi.

Ho fatto quindi 2+2 (euro) e ho contestato l’ammanco alla maggior sospettata, la quale, candidamente, ha ammesso di utilizzarle per i parchimetri del centro. Pena sospesa perché incensurata.

Ora, immaginate per un attimo la giuria popolare mentre ascolta la pubblica accusa: “Sì signori della giuria, avete compreso correttamente. Quella donna ha rubato per mesi forse addirittura per anni le misere paghette dei figli, creature innocenti che ella stessa ha generato. 10 euro, 20 euro 50 euro. I regali dei nonni, capite, le mancette che i piccoli trovavano in quelle anonime buste bianche sotto l’albero, i proventi dei dentini caduti, le comunioni, i compleanni. Tutto. Ha svuotato tutto. E quei nonni, quei nonni, ora, non ci sono più. So, signori della giuria, di scuotere i vostri animi di timorati genitori ma nel giudicare l’imputata non fatevi ingannare dal bel visetto, e concentratevi invece sul contegno che non ho timore a definire ABOMINEVOLE.”

Ebbene, domenica, vinto lo scoramente per la notizia appena udita, ho interrogato il secondogenito, bocca della verità, sulle modalità presunte della distrazione dei fondi.

Mah, ogni tanto prende qualcosa e lascia dei bigliettini. Ah sì, certe volte si tiene il resto dei regali che facciamo alle nostre cugine!

Sono un uomo distrutto.

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Donne, du du du

Uomini si diventa. Donne si nasce.

No, stavolta i trans non c’entrano. Parlo di come gli uomini siano il risultato di un’evoluzione graduale del loro atteggiarsi, dove il risultato finale, salvo rari casi, non ha più nulla dell’origine infantile. Le donne invece nascono già donne. Il loro contegno femmineo, grazioso, dolce, ma  anche smorfiesco, malizioso e paraculo è presente già al primo vagito. La natura offre loro quest’arma micidiale da contrapporre al vigore fisico del sesso forte.

La determinazone, per esempio, è femmina. Le bambine non mollano mai e fino a quando non hanno ottenuto il risultato, continuano imperterrite il loro ballo gitano sugli zebedei paterni. I maschi hanno più misura, se non li hai viziati.

Il matrimonio, per dire, è una categoria che gli uomini fingono di non conoscere fin’oltre i trent’ anni. Le ragazze no. A 4 anni vogliono già accasarsi, siano esse disoccupate, ovvero parrucchiere, la professione femminile più ambita  in ambiti familiari di centro sinistra (veline per background più conservatori).

Ne ho avuto l’ennesima riprova stamattina, mentre andavo a recuperare la prole presso quell’accogliente ostello della gioventù che è casa di mia suocera.  Alle 7,30 una delle mie nipotine bionde, 4 anni abbondanti ma splendidamente portati, fa colazione con i baffi di cioccolata. Mi vede, sorride e mi svela di aver coronato il suo sogno:” Sai che ho dormito con il mio principe?”

I nove anni assonnati e principeschi del mio secondogenito scendono le scale, confermandomi la circostanza ineluttabile.

La sua espressione tradisce affetto e rassegnazione.

Appunto.

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Gratitude

A volte, in una sola giornata, si sommano cose inattese che ti riempion gli occhi di buon umore, che è fratello della speranza e cugino della felicità.

Sba, Lele, Elle che ti leggono ad alta voce, Laura che ti abbraccia coi suoi abbronzati silenzi, la Mitia che ti massaggia l’ego di parole, le anime blogghe che si rileggono, si specchiano e si commuovono, Matteo che ride di gusto, dimentico per un attimo dei colori della tua voce, e  Chiara che sfama tutti d’amore ricambiato. 

E poi succede che la più coccolata si ubriachi d’affetto catalizzato e, quasi incapace di gestire lover-dose, brandisca ciechi fendenti, scomponendosi in viziate istanze d’amor ingordo.

Commuove anche questo, se sei splendido.

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