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Così.

Serrare le palpebre, ma forte, fino ad avvertire  la contrazione palpitante delle tempie. Il respiro, breve, che asseconda battiti da sforzo vero. Il fischio dei timpani da isolare solo deglutendo. La finestra della fronte  che non si apre. E allora buio. Niente colori. Niente aria.

Trattengo il respiro,  le dita trovano le vocali sorridenti con ritmi da carezze notturne, e mi distraggono finalmente anelli azzurri  di fumo che volteggiano fino alla cazzo di finestra che ora si colora e si schiude d’aria.

Infilzo le idee e  aspetto che esca il succo. 

Scrivere.

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Rivelazioni 11/ Suoni

Mi succede, a volte, di trovarmi in posti che raggiungo in virtù di oscure combinazioni spazio temporali: la Silvia, in genere.

Alle 19.16 di sabato scorso, per esempio, ho realizzato di trovarmi a Reggio Emilia, in una biblioteca, ad ascoltare Giuseppe Bellosi che leggeva pezzi di Baldini, autore che, come tutti certamente sapete, scriveva in dialetto di Santarcangelo di Romagna.

Ci divertivamo tutti come pazzi a sentire Bellosi, che è bravissimo, ma alle 19.16, in quella biblioteca di Reggio Emilia,  io ho realizzato che  quella lingua mi era incomprensibile e che io in fondo coi poeti dialettali romagnoli non c’entravo un cazzo. Però mi stavo divertendo.

Ho realizzato che alle 19,14, due minuti prima, avevo smesso di cercare il significato di quelle parole recitate e mi ero concentrato sui suoni,  sullo scivolare delle consonanti tra le vocali ingoiate. Bellosi era talmente bravo a rendere il senso degli scritti santaracangiolesi che con la sola intonazione ti dava il tempo della commozione e la liberazione della risata. Poi ho chiuso gli occhi e ho ascoltato solamente i suoni, senza intonazione.

E ho sentito suoni orientali. Sì, ho realizzato che il dialetto romagnolo è una una lingua slava. E allora ho svelato a tutti questa rivoluzionaria scoperta linguistica, che magari ha pure solide origini storiche, ma nessuno mi ha badato. Ma proprio nessuno.

Allora, sgomento per tanta ingiustificata indifferenza, l’ho detto a Paolo Nori, che, da persona sensibile, almeno mi ha risposto: “ah non ci avevo fatto caso.”

Ecco.  

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Stalk Hutson

” Oggi sono stato ripreso. Con garbo, gran classe e tatto felino, ma la reprimenda è giunta inattesa.

Imputata è stata la mia insistenza, che a torto ritenevo gradita, verso alcune persone che evidentemente non avevano in animo di condividere la delicata porta della reciproca confidenza. Avevo affrettato il sacro processo di intimizzazione, senza tener in alcuna considerazione la circostanza che ogni anima si schiude con dinamiche e tempistiche proprie, a volte intelleggibili. Non ho voluto interpretare i garbati segnali di diniego, le manifestazioni di velato fastidio che mi giungevano sempre più frequenti. Tardavo nella comprensione che se bussi all’uscio e non ti aprono non importa se la magione è disabitata oppure non ti gradiscono: non insistere è sempre la regola migliore.

La confidenza è un invito. Lasciare al prossimo questa opzione è un segno dovuto di grande rispetto; al contrario imporsi risulta quantomai devastante, genera ipocrisia e rifiuto. E  quello brucia. 

Perseverare infittisce il solco della separazione. Forse è meglio  riflettere sulle ragioni del diniego fino ad accettare che sovente una ragione non c’è. Semplicemente non era il modo o il momento. Punto.

Il mondo non è obbligato ad accettarci per il solo fatto che esistiamo.”

(Stalk Hutson da “I said no” 1956 Ed. Latratidivini, pagg 210, euro 13)

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Milady

Era facile scorgere quella Bentley color champagne spettinare i girasoli nella commovente pianura toscana. Nel Chianti non ci si sorprendeva più per lo sfoggio di opulenza britannica. Quell’automobile d’altri tempi era quasi un appuntamento fisso per i contadini della zona, che quotidianamente interrompevano le loro gesta millenarie, si toglievano il cappello di paglia e strizzavano gli occhi contro il sole per carpire il segreto celato dai vetri oscurati.

Mollemente adagiata sui lussuosi divani posteriori, viaggiava lei, tra un Soroptimist e un Rotary, bellissima quanto annoiata dagli agi immeritati della sua fortunata esistenza di ereditiera. Il grosso cappello, diverso ogni giorno per foggia e nuance, la riparava dal sole generoso di giugno e dagli sguardi invidiosi del popolo bestemmiatore.

Al ritorno dai noiosi the di beneficienza era solita abbassare il vetro divisorio e rivolgersi pigramente all’autista:” Well, I’m not really hungry. I just..” A quelle parole il conducente era solito rimproverarla con mediterranea dolcezza. “In italiano, Milady. In italiano.” Poi accostava la vettura sul ciglio sterrato e conduceva la dama tra i girasoli, ottimi ad occultar il turbine dei loro amplessi, sovente consumati al costume delle fiere per far scempio di quelle terga d’oltremanica.

Quella settimana la beneficenza impose viaggi quotidiani e con altrettanta cadenza si consumarono gli spuntini bucolici tra i girasoli. “Well I’m not really hungry, but…” A quelle parole il maggiordomo accostava la Bentley color champagne e senza nemmeno togliersi la livrea espletava le sua mansioni, tormentando i lombi della sua graziosa datrice di lavoro.

Il sabato, la dama, visibilmente provata dai viaggi, abbassò il vetro dell’auto e con fortissimo accento british disse:

Ambrogio, it hurts me…… ho come un dolore al sedere.”

“Milady, con tutta la cioccolata che mangia!”  

 

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(* per Elena quella di Londra)

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Write or die (Kamikaze version)

E’ una follia mettersi alle 8 del mattino a scrivere col write or die. E poi ho scelto la modalità Kamikaze perché amo le sfide io. Si scrive di morti oggi. Oggi è la commemorazione dei defunti ma tutti lo chiamano il giorno dei morti, che pare un film horror con gli zombie che escono dalle tombe. Oggi quelli che hanno il culto dei morti vanno in cimitero, fanno la coda per entrare e poi per comprare i fiori e poi si attardano sul portone di ferro del camposanto a parlare con gli altri avventori e si dicono: son passati due anni e sembra ieri. Pensati che apparecchio ancora per lui. Mi sembra che ci sia ancora. Il culto dei morti è semplice nostalgia. A  volte è paura. Di certo non nel caso delle vecchiette che inculano i fiori nelle tombe dei morti degli altri e le mettono nei morti propri. Sono idiote le vecchie che fan così. Se credi che ti vedano dall’alto, pensi che gradirebbero avere sulla tomba dei fiori rubati?. (Se ti fermi a pensare i bordi dello schermo diventano sempre più rossi e poi se non scrivi in tempo si cancella tutto. mette ansia ‘sta roba.) Io il culto dei morti forse ce l’ho. Sicuramente l’ho avuto vent’anni fa quando ogni domenica andavo sulla tomba di mia madre a con la mente le raccontavo quanto difficile era gestire i pezzi di famiglia che mi aveva lasciato in eredità. Non avevo rancore, si badi, ma solo urgenza di un report dal mondo dei vivi, quasi che a raccontar le cose il dolore si lenisse e io mi sentissi ancora più forte e guidato dall’alto a gestire tutte quelle cose adulte a soli 22 anni. Il babbo invece ha pensato di andarsene la notte di Halloween, ma questa è un’altra storia e le trecento parole sono finite. E ora è finito anche il tempo.

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Consulting

Quest’estate incontrai un vecchio pastore nell’entroterra marchigiano. Era solo o forse era in compagnia del suo sterminato gregge che placidamente si godeva la collina verdissima profumata di sole. Fumava la pipa il pastore e leggeva attentamente un libro in francese, seduto su un largo tronco tagliato di recente.

Fu più forte di me avvicinarmi e farmi burla del villico: Maestro  – dissi -  se individuo il numero delle sue pecore, me ne regala una? Mi guardò incuriosito e rispose: certo

Sono 245 dissi. Lui stupito allargò le braccia e sconsolato mi fece cenno di riscuotere il premio.

Mi allontanai con la bestia sul collo ma giunto in cima alla collina egli mi urlò: Se individuo il suo mestiere, mi restituisce l’animale? Al mio sì disse con sicumera: lei fa il consulente!

Rimasi basito. E sa come ho fatto a indovinarlo? Per tre motivi:

1) nessuno aveva richiesto la sua presenza;

2) mi ha detto cose che sapevo già;

 3) si è portato via l’unico cane della collina.

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In the air tonight

Brandon e Steve si erano conosciuti al college, durante  gli allenamenti del cannottaggio. Per mesi avevano plasmato i loro corpi statuari, sbirciandosi furtivamente i bicipiti in spogliatoio. Il MIT di Boston li aveva accolti entrambi per la innegabile smania di conoscenza che li accomunava, assecondata da un’intelligenza fuori dal comune.

Non ci misero molto ad innamorarsi e per suggellare tale unione avevano organizzato quel viaggio in Oriente.

Si presero per mano emozionati davanti alla scaletta che li introduceva nella pancia enorme del 747 della Cathay Pacific e la pelle delle poltrone della business class conferì il lusso necessario a quella magica luna di miele.

Terminato il decollo, gli steward spensero le luci per assecondare il sonno di quel viaggio notturno, ma Brendon esternò con le sue ardite carezze, ben altre intenzioni. “Ehi ma sei matto, ci vedono“. “Macchè, dormono tutti…guarda” -alzando la voce – “QUALCUNO HA UNA CARAMELLA?”

Il silenzio che seguì autorizzò la languida discesa negli inferi amorosi, dove il piacere funse da cuscino e la lussuria da coperta.

Il mattino seguente, poco prima che iniziasse la fase di atterraggio, Steve andò al bagno e sulla porta incrociò un passeggero dolorante con una mano premuta su una guancia.

“Signore, ma lei sta male, posso aiutarla?”

“Un mal di denti terribile che mi perseguita da ieri”

“Ma non poteva chiedere un’aspirina al personale o ai passaggeri?

“Scherza? Qui dentro? Ieri  solo perché uno aveva chiesto una caramella se lo sono inculato tutta la notte!”

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100

Questo è il centesimo post. E’ tempo di bilanci. Trentaduemila contatti e millecinquecento commenti in otto mesi rappresentano un dato di partenza confortante, ma se non vendi pubblicità, i numeri non ti bastano. Vuoi di più.

Scrivo solo per me stesso. Non mi interessa che mi leggano“. Cazzate. Per me non è così. 

Mi diverte scrivere. Mi diverte vivere. In realtà non riesco a svolgere alcuna attività che non mi comporti intimo godimento. Ma sono le persone che interagiscono nel tuo spazio che lo rendono interessante, stimolante, vivo, pulsante, come i fermenti lattici nello yogurt, sì, anche quelli responsabili della tua regolarità intestinale.

Siete voi, cari lettori, lurker occulti o disadattati dal commento immediato, maniaci sessuali o avventisti del settimo giorno, puttanieri elettronici e madri di famiglia, single per scelta o sfigati irrimediabili. Siete voi che decretate il successo di un blog. Ma si badi, non alzando il dato numerico dell’audience, come in tv, no; lo fate lasciando pezzi di voi stessi: i commenti intelligenti, quelli divertiti e divertenti, quelli che stimolano il controcommento e trasformano il blog in un chat bar virtuale dove il cazzeggio diventa l’archè di tutt’ cose.

I miei commentatori sono veramente strafighi: intelligenti, spiritosi, acuti, sintetici, colti. E vogliamo parlare della bellezza? Io ho i commentatori più avvenenti della blogosfera. No dico e la voce? Ma le avete sentite le voci coi reading? Magnifiche, sexy, accattivanti, verdi secondo i canoni rinaldiani. Mi fermo solo per decenza ma vi dico solo che la piaggeria mi onanizza e paraculo mi lusinga.

Insomma si scrive per farsi leggere, e tutti i blogger onesti dovrebbero ammetterlo.

Ma si sa, i blogger sono come i nudisti: ti raccontano che adorano star liberi, ma in realtà godono nel mostrarsi nudi.

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Mòsciola

Bella non lo era mai stata, Mòsciola. Il nomignolo affibiatole da un gruppo di pescatori marchigiani attestava quanto la poveretta fosse totalmente priva di fascino ed avvenenza.

Ciò che la feriva di più era il ludibrio a cui era continuamente sottoposta anche in famiglia. La madre la osservava con malcelato compatimento ed il padre quasi si toccava quando le passava accanto.

Lo status morfologico di cozza cominciava seriamente a minare il suo equilibrio psico fisico.

Inutile dire che di uomini non se n’era mai parlato. Alle soglie dei quarant’anni era irrimediabilmente illibata e deflorazioni imminenti non erano previste. Le mancava il sapore salato degli uomini sulle labbra, il loro gusto proibito nella gola, le linee dei glutei disegnate dai suoi titubanti polpastrelli.

Il giorno del suo quarantesimo compleanno Mòsciola agì d’impulso. Prese la corriera e si recò dalla chiromante del paese, la Sibilla Numana, detta anche Maga Sintesi per l’assoluta carenza di fronzoli dei suoi verdetti. L’operatrice dell’occulto la accolse nella sua tenda, la annusò, le lesse l’iride, le diagnosticò una lesione cartilaginea in zona menisco da confermarsi tramite risonanza magnetica e, finalmente, le lesse la mano e verificò l’analisi consultando gli immancabili tarocchi. Alla fine scosse la testa e sentenziò: “Non ci sono cazzi.”

Grazie maga questo l’ho notato pure io” – rispose stizzita Mòsciola – “qualche previsione per il futuro?”

In questa vita no” – aggiunse la maga – “ma nella tua prossima vita sarai piena di uomini.”

Mòsciola pagò in fretta ed uscì in preda ad un pianto convulso di delusione.  Camminò lentamente come un automa, ma passo dopo passo cominciò ad assaporare l’ipotesi di un’altra vita. Una vita diversa da questa. Una vita serena, piena di uomini, di sesso, di felicità. Cominciò a ridere, e ancora a singhiozzare dalle risate, sempre più forte, urlava di gioia adesso e saltellava come una gazzella impazzita. Giunta al cavalcavia che superava la provinciale per il mare, chiuse gli occhi e si lanciò di sotto, di schiena, a braccia aperte, come in volo.

Atterrò sul camion di frutta di Gino il Maceratese, quel giorno stracolmo di banane. Per l’impatto Mosciola perse i sensi per qualche minuto. Al suo risveglio non aprì nemmeno gli occhi. Tastò il suo letto di banane, le toccò ad una ad una e col sorriso della gioia disse: “Ok ragazzi, adesso uno alla volta però.”

 

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Pigi, ancora tu muso ispiratore.

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lettera d’amor

Chiarissimo dottor Nori,

Vi metto a parte, con questa mia, di un increscioso episodio occorsomi proprio ieri, all’ombra dei veronesi ruderi.

Giunto in una graziosa libreria, ebbi a domandar nuove sul Vostro scritto intitolato si chiama francesca questo romanzo, non rinvenendo nemmen una misera copia negli affollati scaffali testè consultati. L’operatore, dopo un accesso all’elaboratore elettronico, mi svelò che il romanzo non era colà annoverato ed era pressoché…. introvabile!

M’assalì allora un sentor d’angoscia degno delle peggiori sventure.

Perché dovete sapere, chiarissimo Dottore, che l’opera Vostra non era destinata ad allietar le mie notti insonni, bensì ad alleviar le pene di un’amica cara, di cui, per pudor mio e pudicizia di lei, non svelerò anagrafe alcuna.

Ella si ciba invero degli scritti che portano la Vostra firma, diciassette, se non vado errato, e con tale contegno ha finito per sviluppare una sorte di dipendenza fisica e finanche psicologica che la porta sovente a riferirsi a Voi quasi, mi perdoni la licenza, come un dio pagano.  Non v’è conversazione in cui ella non infili, spesso a cazzo, la nomea Vostra, graditissima si badi, ma ahimé inconferente col tema trattato nel frangente.

Mi giungono allertate voci patavine sull’astinenza della poverina, aggravata da schiuma alla bocca, frasi sconnesse, degenerati costumi sessuali durante riunoni sediziose che s’ostina ad appellar rooster party. Non Vi nascondo l’apprensione che tutto ciò comporta in noi che ci prendiamo amorevole cura della sventurata. 

Solo facendole dono del romanzo sopra citato riuscirò ad alleviar tanta pena ed è per questo che ho avuto l’ardire di scomodar la Signoria Vostra per conoscere il luogo ove acquisir, al soldo, s’intende, lo scritto in questione.

Nel ringraziarVi per tanta comprensione, Vorrete gradire le più splendide attestazioni di stima da colui che ha in comune con Voi una sol cosa. Pancetta.

SQ

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