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Toccami

La osservi distrattamente mentre la sciarpa amaranto non riesce a  coprire l’alternarsi di bianco e nero, di avorio e legno, di toni e semitoni.

Che poi a volte non ti riesce proprio di tenerti e allora ti siedi, alzi il coperchio e sposti la sciarpina;  tocchi la tastiera senza nemmeno guardarla, ci passi sopra i polpastrelli, la stuzzichi, la sfiori e spesso indugi a occhi chiusi facendo una leggera e alternata pressione sui tasti limitrofi, che infatti trillano.

Le conseguenze delle tue graziose pressioni ti tornano amplificate dalla cassa armonica e ormai hanno già modificato inesorabilmente l’ambiente circostante: i suoni ora esistono, li hai prodotti;  indietro non si torna. I suoni li pensi, ti cantano dentro, ne senti l’eco lontano e finché non arrivano ai polpastrelli sono solo tuoi e spesso non sai se meritano di venire al mondo o devono strozzarsi nelle falangi. Il loro carattere - deciso, invadente, oppure dolce, discreto o semplicemente debole e vicario - si sviluppa durante il magico transito dall’anima alle dita.

Il verdetto sulle tue scelte armoniche è immediato e inappellabile, ma se riesci a non curartene,  continui a creare suoni senza freni, lasciandoli uscire esattamente come ti comanda quella specie di vento caldo che dalla base del collo ti si irradia leggero fino alle braccia, per spegnersi tra le mani. E finisce che ci balli con i tasti, li corteggi, li tormenti, li illudi, li abbandoni e poi ritorni e li percorri, li stuzzichi, li percuoti e ci litighi e poi asciughi i disastri.

Se quel vento ha indotto leggeri brividi increspando la pelle di schiene sensibili, hai fatto la magia e la fierezza ti è concessa.

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Piano piano

Le sensazioni tattili archiviano i ricordi forse meglio delle emozioni visive o delle parole parlate. Dei profumi no, certo. Tuttavia, mentre gli odori ti scagliano violentemente indietro nel tempo per poi tramortirti con flash emotivi inaspettati, toccare le cose lo scegli, quando e come vuoi. Ed è sempre un riaffiorare lento, pilotato, consapevole. A volte lo fai per rivivere piccole scosse, più spesso per rassicurarti.

Non mi sorprende che mio figlio principe mi chieda di accompagnarlo allo scaffale dei soffici maglioni di cachemire, né che le persone cerchino così spesso il contatto fisico, pur avendo superato i due anni di età.

La selezione degli oggetti prescelti è estremamente soggettiva e si avvale di scelte casuali. Lo scopri per caso ciò che ti piace toccare, ma devi quasi abusare delle mani per scoprirlo. Per questo è inconcepibile il divieto di sfiorare le statue di Rodin a Parigi. Non puoi farne a meno, semplicemente. E i custodi dovrebbero farsene una ragione.

Io tocco le risme di carta. Le scarto e poi le tengo tra pollice e indice. Con entrambe le mani. Non so perché ne sono attratto: forse inconsciamente assorbo sensazioni di opulenza, di pulizia del bianco, di ordine simmettrico. Poi le annuso pure prima di inserirle nel cassetto della stampante: l’odore della carta è rassicurante e buonissimo.

E poi cerco la manopola del gas della mia moto. Ma la mia moto non è più giuridicamente mia e ora scorrazza per il centro di Londra sotto al culo di chi sa chi e così mi capita di toccare quelle degli altri, parcheggiate fuori dai locali. Sono morbide le manopole della moto e per quanto la gommapiuma nera tenti di assorbire le vibrazioni che il gas le impone, qualcosa sfugge. E mentre  stringi  la destra e ruoti il polso, le residue scosse sfuggite ti salgono veloci sul braccio, su fino alla testa facendoti vibrare leggermente le ossa del cranio. Quel gas decide le accellerazioni della tua libertà ed è fin troppo facile spiegare l’invaghimento tattile.

Ma sono i tasti del pianoforte gli oggetti di cui non posso proprio fare a meno. Un piano l’ho sempre avuto in casa: verticale, poi a coda, in futuro magari elettrico, ma il bianco e il nero dei tasti di legno e avorio hanno scandito con immutato rigore cromatico i miei eventi. Come io non sia ancora diventato un pianista non è dato sapere. Forse la materna sacralità che ammanta quello strumento mi ha impedito di giocarci. Magari dovrei imparare a toccarlo senza reverenza.

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m’è scappato!

La sala prove è ricavata nella cantina. Insonorizzata vera, mica coi cartoni delle uova. E poi ha tutto: porta pesante, ricambio d’aria, prese elettriche, interruttori, neon. Perfetta, anche se in sette: tastiera, basso, chitarra, voce, chitarre e direttore artistico, ci si muove appena.

Il direttore artistico sono io: seleziono i pezzi, li canticchio, consiglio le tonalità, individuo la scaletta a seconda delle portate della cena che occasionerà l’evento, insomma, concretamente, non servo assolutamente a nulla.

Ieri il batterista non c’era e si provava senza. L’unico posto a sedere era davanti ai rullanti e allora mi ci son seduto io. Visto che c’ero,  ho dato goliardicamente l’attacco di Californication con le bacchette che trovato. Via di Red Hot. Bella sensazione.

Sono andato avanti a battere ipnoticamente quei pezzi di legno sul bordo metallico del rullante, controllando suoni, accordi e assoli. Ogni pezzo prendevo confidenza e battevo involontariamente più forte. I musicisti fingevano d’ignorare la mia utile quanto discreta base ritmica.

Toccava ai Nirvana. Sì, quella: Smells like teens spirit. Provate a lasciarla in sottofondo mentre leggete, così ci capiamo. Bon, avete presente l’attacco di batteria al settimo secondo che trovate nel video che vi ho graziosamente linkato? Forte eh? Ecco io non l’ho fatto apposta ma avevo tutta la batteria davanti e il pedale della grancassa pronto sotto il piede destro. E poi loro schitarravano come pazzi. Insomma io non l’ho fatto apposta. C’era un’atmosfera dura dura da testosterone tipo birracazzoculofigatette. Io non l’ho fatto apposta ma al settimo secondo io ho fatto l’attacco di batteria dei Nirvana picchiando duro sui rullanti e sulla grancassa. Quello del settimo secondo. Tun ci tun ci tunci.

Si son girati tutti. Compiaciuti.

Han  pure sorriso.

Sono il direttore artistico, io.

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אחינועם ניני

Devo aggiungere una creatura alla mia lista dei preferiti al mondo.

L’ho conosciuta ieri sera. Tratti mediorientali yemeniti,  israeliana di nascita, quarant’anni che son di lustro per la splendida categoria, compleanno in giugno: la ciliegina, direi.

Se non ti bastano gli occhi nocciolini per condividere le sue poesie, ci pensa il suo italiano fluente.

Ha rapito la piazza ieri sera, strapazzandola dolcemente con le ripide ottave della sua magnifica estensione vocale, saltando tra le mille lingue del suo canto, fino ai gorgheggi italici per presentare i suoi musicisti, selezionati direttamente da Dio. 

L’inglese si fa israeliano e poi diventa napoletano, e mentre cerchi di capire se adesso si librerà fino alle statue della Basilica, lei diventa furia composta, ti ipnotizza in un assolo di congas che impone il movimento anche alla morigerata folla del festival biblico.

Alla fine niente God bless you good night, ma grazie mamma baby sitter, di tre bimbi, di cui l’ultimo di pochi mesi.

Che meraviglia di donna.

אחינועם ניני  (Noa).

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Oscenità

Martedì sera mi domandavo: ma sarà educativo consentire la visione del festival dei fiori al mio primogenito, musicista in erba?

Lo so, ”musicista in erba” ricorda il Grande Escluso, su cui peraltro torneremo appresso, ma ora retoricamente mi chiedo: non dovrebbe esserci un’etica della musica, una soglia minima di decenza che impedisca la rappresentazione di alcune evidenti oscenità?

Non ce l’ho col festival, anzi vetrina importantissima, grandioso spettacolo nazional popolare, festa della televisione pubblica e bla bla bla. Ce l’ho con chi ha selezionato alcuni pezzi con sadico retrogusto trash, solo per creare attesa e gossip sull’evento mediatico. (Ché, magari passava in sordina?)

Alla prima stecca di Toto Cutugno il piccolo musico si è coperto il viso con le mani. Alla seconda mi ha guardato incredulo. Poi gli è stato inflitto in sequenza devastante: Pupo e l’odioso esilio savoiardo e infine l’eutanasia che credo tutti concederemmo a Povia senza rimorso alcuno. In famiglia ho sentito: abbattiamolo a badilate. E siam democratici.

S’è censurato giustamente l’elogio della sostanza psicotropa, ma in fondo un festival della musica solo canzoni dovrebbe proporre e allora, benedettiddio, che si bandisca con altrettanza fermezza l’oscenità cacofonica e l’idiozia conclamata dei testi.

Certo: a Sanremo mica si ascoltano pezzi memorabili per armonie o parole, come, d’altro canto, se vai in un rifugio alpino non mi ordini le cozze. Ecco, però un conto è la banalità, che ti scivola, altro è l’oscenità, che invece t’offende.

La musica è una delle migliori espressioni dell’anima; facciamo che non regredisca a maleodorante deiezione somatica.

(Questa è la modalità Savonarola. E oggi va così).

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Last night a DJ…

Gli amici ventenni o appena trentenni mi sa che si son persi l’età romantica dell’ellepì. Il 33 giri in bakelite che dovevi girare sul più bello, la polvere da togliere con strumenti in panno rosso antistatico e poi la puntina da abbassare con leggerezza d’ali per sentire quel suono morbido ma fritto, magari interrotto dagli strisci provocati da maldestri fratelli minori, con ripetizione e salti improvvisi delle note. Oppure i 45 giri ascoltati fino alla morte del timpano per asfissia.

Certo, per creare l’atmosfera mentre approcciavi col tuo amore di turno, l’interruzione ogni 20 minuti infastidiva alquanto, ma sopperivano magicamente le cassette, direi C90 con autoreverse - che un’ora e mezzo mi pareva bastasse per amoreggiare - e naturalmente al cromo, per i cultori del suono. Sconsigliate le C120: affaticavano il motore della piastra (mangianastri no per favore) con agghiacciante arrotolamento del nastro magnetico attorno alle testine e annesse saracche ben poco musicali mentre tentavi di riavvolgere la cassetta con una matita.

Attaccare l’Ipod e scoprire di avere due settimane di musica ininterrotta non fa certo rimpiangere il passato, ma per far ballare la gente il vinile rimarrà insostituibile for ever and ever. O yea. Tuffiamoci in disco per un attimo. Anzi se ce l’avete mettete  su “Disco Inferno”, così ci capiamo. Allora innanzitutto il bravo DJ ti mixava i pezzi che proprio non te ne accorgevi. Aveva due piatti (giradischi no, per favore) con un cursore per accellerare o diminuire la velocità. Mentre un disco andava,  il diggei sentiva il pezzo successivo in cuffia (ecco perché le cuffie solo in un orecchio), portava la canzone alla stessa velocità della prima tramite il cursore, sceglieva il momento per sovrapporle e poi lentamente o a strappo le mixava, scemando la prima. Magari poi te la rimetteva un attimo per farti risentire i fiati o il ritornello o un coro, per darti l’illusione di un unico infinito e travolgente pezzo.

Si usavano dischi appositi: i cosidetti mix. Vinili grandi che però giravano a 45 giri, contenenti le “long version”, ossia versioni con lunghe parti strumentali o intro infinite per consentirti la compenetrazione dei brani.

Mentre oggi i lettori cd hanno un display che ti segnala i battiti per minuto del pezzo (bpm), allora la difficoltà o meglio l’abilità stava proprio nello scegliere brani che avessero velocità o ritmo simili. Il cursore poteva intervenire limitatamente sul tempo e così i più arditi Diggeis – tra cui l’avrete capito immeritatamente m’includo – se s’impuntavano che quel pezzo doveva entrarci, intervenivano col dito per frenare il ritmo o per imprimergli maggiore velocità. Ah e poi c’era il preavviso. Far sentire un pezzettino del brano che stava arrivando, poi toglierlo, poi rimetterlo, un po’ come si fa nel sesso quando hai capito come si fa.

Insomma, se oggi sento Like a Virgin, non posso non cantarci sopra gli Industry. Con le pause di Kiss di Prince, mi parte automatico il riff di Long Train Running.

E ai primi archi che facevano da contrappunto al basso di Billy Jean continua a venirmi la pelle d’oca.

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Anche no

In un post recente sul blog dei felicementi disadattati avevo citato Morgan quale archè del talent show che inizia con la X e finisce per factor. Quando ho saputo che l’istrionico artista avrebbe partecipato ad una nota manifestazione canora ligure mi son detto: beh ma ci sarà l’intellighenzia della canzone italiana per indurlo a mischiar la sua ugola a quella kermesse nazionalpopolare.

E infatti guardate un po’ chi allieterà le serate sanremesi:

ARISA con ‘Ma l’amore no’
MALIKA AYANE con ‘Ricomincio da qui’
SIMONE CRISTICCHI con ‘Meno male’
TOTO CUTUGNO con ‘Aeroplani’
NINO D’ANGELO con ‘Jammo j…’
IRENE GRANDI con ‘La cometa di Halley’
MORGAN con ‘La sera’
FABRIZIO MORO con ‘Non e’ una canzone’
NOMADI Feat. IRENE con ‘Il mondo piange’
NOEMI con ‘Per tutta la vita’
POVIA con ‘La verit… (Eluana)’
PUPO, EMANUELE FILIBERTO con il tenore LUCA CANONICI con ‘Italia amore mio’
ENRICO RUGGERI con ‘La notte delle fate’
VALERIO SCANU con ‘Un attimo con te
SONHORA con ‘Baby’
MARCO MENGONI (vincitore di X Factor ovvianmente ancora senza canzone).

Ecco Toto Cutugno, Nino D’angelo e Povia nello stesso show sono anticostituzionali, ma Pupo che mi canta con Emanuele Filiberto rasenta il momento eversivo.

 

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Vascreep

Il Vasco mi fa una cover di Creep dei Radiohead senza preavvisarmi.

Creep ti culla con un motivetto accattivante, degli accordi in sequenza rasserenante ma mai banali, ritmo che non distrae.  Poi, poco prima del ritornello, c’è quella chitarra che simula il rumore di una lampadina il cui filamento è in procinto di bruciarsi E’ una scarica elettrica che si trattiene due o tre volte per poi esplodere nell’accordo distorto che signoreeeeeeeeeeeeeeechecosanonè’stoaccordo. Avete presente quando ci si trattiene per due o tre volte e poi ci si lascia andare. Ecco, una roba così. La canzone è tutta in quel trattenersi prima di esplodere.

Creep è, attualmente, il mio motivetto preferito. Nella versione acustica esso raggiunge livelli di raro lirismo e io penso all’infinito (no, non quello di leopardo da vinci).

Vasco lo sento molto (feel, non hear). E’ il migliore rocker italiano semplicemente  perché è l’unico vero rocker italiano. Vasco spesso mi entra dentro come un pugno,  poi sì stupendo mi viene il vomito, ma va bene va bene così.  

Ecco, ora il Vasco che mi canta Creep mi mette un po’ in imbarazzo, perché non sempre due cose che ami stanno bene insieme. Tipo tua moglie e tua madre, per fare un esempio. Tipo la tua macchina sportiva e tua moglie, per fare un altro esempio.

Insomma mi costringe a giudicarlo, questa cover. Ma è difficilissimo prendere le distanze dall’originale. Poi c’è il testo, l’energia, i paragoni, le emozioni, il passato, l’affetto, l’adolescenza, il presente.

No, dico, ma non potevi farmi una cover di Sergio Endrigo, che c’ho già i miei problemi?  

Cià, cominciamo ad ascoltare, intanto. Ma pensa te.

Creep (Radiohead) http://www.youtube.com/watch?v=POPv20dqoxs

Ad ogni costo (Vasco Rossi)  http://www.youtube.com/watch?v=JcAPNU_X_gA

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Pensieri tangenziali

Milano viale Certosa alle 6 del pomeriggio fa venir voglia di vivere in Molise.

Il segreto per rimanere sposati tanti anni è somministrare alla propria moglie un concerto del suo gruppo preferito almeno ogni quattro anni. La frequenza non la decidi tu, ma il gruppo.

Il cambio automatico è stato ideato tra Milano Nord e San Siro.

Chi sta sempre in corsia di sorpasso ha un ego ipertrofico o semplicemente la testa di cazzo.

I navigatori dovrebbero raccontarti delle barzellette quando sei in coda. Mica è difficile programmarli no?

Non ce l’hanno un singolo che tira come Elevation o Vertigo. L’inizio è tutto. A Torino il Delle Alpi vibrava che metteva quasi paura. Era luglio 2001 e ancora la paura vera non c’era. Sarebbe arrivata in settembre, quella.

Il clima automatico è un optional che uno debole di nervi dovrebbe imporsi. Quello manuale è una chiavica. E accendi e spegni e alza e abbassa. Così ti vien caldo.

Dis is not e rebel song. Dis song is sandèi bladi sandèi Tarara ta ta tara ta tara ta. Ma come cazzo parlano gli irlandesi.

Ecco, se mi viene la serata emozionale da minzione reiterata proprio mi rovino il concerto. E dove vado a farla col casino che c’è.

In moto bisogna venire ai concerti. In moto. Che la parcheggi vicino al baracchino della porchetta.

Chissà quanti anni avrò al prossimo concerto. Magari guida Riccardo. Con la macchina della mamma, però.

Ma me li ricorderò domani ‘sti pensieri? E sai che perdita…

La freccia coglioneeeeeeeee

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Acido folico

Stasera a cena racconto di quanto io invidi profondamente i musicisti veri, quelli che leggono la musica; quelli che dicono: la facciamo due toni sotto questa, ché in re viene col groooove che spacca.

L’antefatto era che ieri sera ero a tirarmela in una sala prove; a fare il direttore artistico di un “evento” che sto organizzando. E questa la facciamo e questa no. E quest’altra è troppo alta per le tue corde e non mi tieni la nota. Però loro erano lì aggrappati ai loro strumenti e mi ascoltavano, perché io davo magicamente direttive giuste, perché è innegabile che io la musica ce l’ho dentro, ma loro erano musicisti e io un cazzaro che andava a sentimento,  a orecchio. Ecco, io vivo a orecchio. Io vivo improvvisando. E improvvisando, organizzo.

Comunque, stasera decido che riprendo a studiare musica, perché altrimenti mi rimarrà il rimpianto. E io odio il rimpianto, ben più del rimorso.

Ma tu sei avvantaggiato con l’orecchio che hai, mi dice my sweet half. E sì ma se non so neanche in che tonalità strimpello, farfuglio io.

Allora Papà, si guarda il penultimo bemolle. Se c’è un solo bemolle è fa maggiore. Oppure se ci sono i diesis devi guardare l’ultimo diesis e aumentare di mezzo tono. Così la trovi la tonalità.

Ecco. Secondo me è l’acido folico che fanno prendere in gravidanza. Mica è normale tutta ‘sta intelligenza a 11 anni.

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