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L’edonismo etico.

Corriamo un rischio subdolo, una polvere finissima che si insinua tra le pieghe dell’anima e gli interstizi umorali. Un crepuscolo che ci fa strizzare gli occhi alla ricerca di una luce piccola,  lontana,  incommensurabilmente distante.

L’incaprettamento mediatico post Lehman Brothers ci ha tolto il sorriso della speranza, e insieme alla speranza stanno scemando le difese immunitarie, tanto che i mali di stagione quest’anno non passano mai. Neppure  la primavera pare volerci sorridere. E non facciamo che lagnarci, fino ad infastidirci da soli o tramite megafoni autodistruttivi.

Ammettiamolo: la prolungata incertezza comincia a incidere sulla  già scarsa progettualità,  e questo è un sintomo tipico della depressione. La sfiga imperante che respiriamo sta dipingendo un quadro gotico che ci vedrà fluttuare in quella pece soffocante come fantasmi apatici, disinteressati, catatonici ed egoisti. E questa descrizione malata ne è una prova lampante.

La depressione non si cura negando la crisi, ma prendendo piena coscienza di ciò che si ha, magari non per meriti propri. La fortuna, l’iniziativa, il coraggio, le buone idee, il talento sono tutti beni che abbiamo ricevuto in dono e che possono far godere il prossimo senza bisogno di corrispettivi economici. 

E’ tempo di redistribuire democraticamente  il godimento nella sua accezione più ampia.  Occupiamoci del benessere altrui condividendo ciò che sappiamo fare: torte, libri, carezze, abbracci, pensieri, emozioni, cene, massaggi, baby sitting, consigli, lettere, confessioni, spritz, case di vacanza. Tutto disinteressatamente, con il solo e unico scopo di provocare benessere al prossimo.

Il fine oltrepassa quello cristiano di alleviare il disagio, divenendo laica aspirazione a indurre sfrontato godimento avendo quale intimo propulsore l’altruismo e giammai il senso di colpa.

Difficile imbrigliarlo in sintetiche definizioni, ma adoro la chiusa dei post e allora dai: l’edonismo etico è urgente solidarietà, ma senza mutande.

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Partito del Buon Senso (PBS)

Succede di perdere l’orientamento, per le condizioni soggettive o perché si vaga per lande desolate o semplicemente perché non si conosce la città nuova che ci ospita. E allora si ricorre alla cartina, alla mappa o all’applicazione dello smartphone, se c’è campo.

La cartina noi ce l’abbiamo. E’ la Cartina Costituzionale, la mappa che accende il faro e illumina gli approdi sicuri. La Costituzione è indiscutibile, una Bibbia, un Corano, un manuale di anatomia che riporta uno scheletro indistruttibile e  che ha in sé un imperituro programma politico per l’Italia.

La sistematica costituzionale non è casuale e il programma lo troviamo all’esordio, dove ci ricorda che la Repubblica si fonda sul lavoro.

La dignità, il consumo, l’economia, il denaro devono essere collegate alla tutela, alla salvaguardia e alla creazione del lavoro di ogni italiano, sia esso un operaio o un imprenditore. Eppure abbiamo lasciato che quel faro si spegnesse, portando la tassazione al 44% e la disoccupazione all’11,7%, per rispettare parametri irraggiungibili.

L’Europa è come una gita in montagna tra amici. C’è sempre quello figo, snello, spesso biondo, che stacca tutti con la sua fiera falcata, ma se ogni tanto non si gira a tendere la mano ai gitanti affaticati, in cima ci arriverà da solo, senza viveri e con l’invito a buttarsi da quella cima.

Noi non saremo mai tedeschi, abbiamo altre dinamiche da rispettare che vanno da Lampedusa a Gorizia, e possediamo  nel dna i geni di molti popoli, che ci potrebbero far divenire il faro del mediterraneo, perché il futuro non sta a Berlino ma in Africa.

Bisogna ripartire dal lavoro, a qualunque costo. Abbassare il cuneo fiscale, riportare la tassazione a livelli accettabili, imporre alle banche di riaprire il credito alle imprese anche con garanzie statali, ricominciare a produrre belle auto, ecologiche e a misura di città. Bisogna farlo subito, con un moto d’orgoglio degno degli anni 60, perché il lavoro genera risparmio, che genera consumo, che genera altro lavoro, che genera benessere, che genera figli.

Le risorse economiche, e pare siano miliardi di euro, stanno nella coscienza di ognuno di noi. Dal professore di filosofia con l’eskimo nell’armadio, all’orafo con i contanti in cassaforte, tutti, ma proprio tutti, crediamo di evadere per autotutela. Ma non dobbiamo più inculare i Borboni, dobbiamo far rinascere un paese. Dobbiamo sapere che l’evasione toglie la spina al respiratore di un bambino. Dobbiamo avere paura di finire in carcere.

L’italiano è ancora immaturo, è in fase adolescenziale. Ha scatti di nervi, si scaglia contro le istituzioni domestiche e ha spesso picchi ormonali. Credo sia venuto il momento di togliere le Nike puzzolenti dal tavolo, farsi una doccia e diventare uomini.

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Archiviato in il mondo, L'Italia al tramonto

Il come

Stiamo sempre a pensare al perché delle cose, nel convulso tentativo di dare una ansiosa spiegazione degli eventi occorsi, quelli negativi soprattutto visto che raramente chiediamo conto della gioia. E magari tentiamo pure una improbabile attività di mappatura del futuro tramite l’analisi empirica della ripetizione di alcuni avvenimenti, nella speranza quasi astrologica che non riaccadano troppo presto.

Forse però trascuriamo il come delle cose, come se le modalità di accadimento dei fenomeni prescindessero comunque dalla nostra volontà. Il che non è sempre vero. Una frana può dipendere da un dissennato disboscamento, come il cedimento di una relazione può dipendere da come ci si è detti le cose per mesi.

La comunicazione è sempre più scritta, senza toni, accenti o colori, lasciata solo alla scelta spesso acronima e acritica dei termini, col rischio immanente di fraintendimento. Questa almeno è la scusa che accampiamo quando veniamo tacciati di scortesia o di freddezza in una chat.

La comunicazione verbale nasce invece con toni e colori di serie e spetta a noi modificare il bouquet opzionale per accompagnare al meglio il concetto fino ai padiglioni del nostro interlocutore.

Il buongiorno, per esempio, quello che si vede dal mattino, va quasi cantato, non solo detto. Le tre sillabe buon-gior-no possono esprimere distacco e superiorità gerarchica se profferite monotone, disegnano invece gaudio e simpatica se tra buon e gior ci infiliamo un salto ascendente di quinta musicale. Ma se, al contrario, la quinta la rendiamo discendente, finiamo per esprimere sospensione, dubbio, attesa, discorsi irrisolti dalla sera prima.

Esprimere sgarbatamente un concetto corretto significa passare magicamente dalla ragione al torto. E se la forma diventa così spesso sostanza sarebbe meglio abbandonare la ricerca del perché, per concentrarsi sul come, che è modo, accento, cifra emotiva dell’interlocutore, rispetto che gli dobbiamo, amore che gli tributiamo.

Insomma, prima di consegnare le nostre parole al mondo, si imporrebbe un sound check emotivo.

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La Precedenza

In fondo è solo una questione di sguardi. Come l’amore. Affrontare correttamente un rondò alla francese impone una predisposizione all’empatia, allo sviluppo di una relazione fulminea. D’altronde, ogni cosa alla francese implica una immanente sensualità.

Insomma, giunti in prossimità del girotondo urbano, ecco la prima difficoltà: accedere al cerchio magico, perché una volta dentro  si potrà roteare maestosi pretendendo che ci venga ceduto il passo.

Ecco che assurge a chiave di (s)volta proprio lo sguardo: vi è da torcere il collo a sinistra e puntare gli occhi negli occhi dell’avventore motorizzato. Solo dalla sua espressione  si potrà intuire se tratterà la precedenza alla stregua della virtù di sua sorella o se invece dispenserà la dolcezza di chi annuisce con le palpebre, consentendoci graziosamente l’inserimento.

I piloti del primo tipo  strombazzeranno al primo cenno di avvicinamento al rondò, come un grido di guerra, aizzando l’imponente veicolo subumano alla conquista del diametro cittadino, compensando una triste quanto deficitaria virilità.

I piloti dolci arriveranno invece a diminuire l’incedere,  quasi felici di condividere la danza centrifuga,  fino a completare la piroetta e accomiatarsi  con un ultimo sguardo fugace.

Ma una volta all’interno dell’arcuata via, le insidie, si sappia, non sono finite.  Sovente si incrociano antiche utilitarie con nonnine coeve che si impossessano lentamente della precedenza, glissando -  insopportabili -  lo sguardo del re, come fanno i bambini, che si reputano invisibili sol perché tengono chiusi gli occhi.

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il cerchio

 e c’è stato un momento in cui ci siamo disposti in cerchio, tutti e cinque, con mezze gambe nel mare. Un impulso, nessuna preordinazione, solo l’urgenza di subitanea condivisione: pareva un segnale codificato. In quella posa abbiamo naturalmente abbassato le difese, innalzato la confidenza, esteso l’intimità. I consigli, i pareri, i dubbi e le risa a galleggiare sugli increspati e sinceri riflessi assolati.

Minuti. E poi, quasi vergognosi del girotondo, abbiamo rotto il cerchio e ognuno è tornato a pisciare nel suo mare.

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Capita

Capita, a volte, di aprire gli occhi prematuri all’alba precoce, all’ora buia dei risvegli ingiusti e di occuparmi inconsciamente del mondo e dei suoi mali. Lo sdegno mi mantiene insonne ed ecco i risultati definitivi come l’impraticabilità dell’energia nucleare o l’imbarazzo della politica estera.

Le consapevolezze del mattino sono lucide, inappellabili, spietate: sono stanco delle pagliacciate che raccontano le compagnie telefoniche, degli uomini senza coraggio che  fingono di osteggiare uomini senza etica, della rassegnazione mascherata da disinteresse e del finto sdegno che cela ideologie stantie.

Ho voglia di guide illuminate, di sentirmi intellettualmente inferiore a chi mi governa, di ascoltare dibattiti che si arricchiscono nel confronto e di respirare ancora il profumo del rispetto.

Non ne posso più di strilli.  Il sussurro della ragione, pretendo. E la carezza dell’arte che sazia anche se non si mangia, l’entusiasmo disinteressato alla divulgazione del bello, i raduni spontanei per  le parole pulite, e poi la musica senza iva e i libri letti a piedi nudi nei parchi.

E poi ho una fottuta voglia di pizza.

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de verecondia

Quando sei padre e il tuo capolavoro raggiunge l’età della ragione o direttamente lo stadio della pungente ironia, senti l’urgenza di verificare se abbia efficacemente assimilato le categorie fondamentali del corretto vivere sociale, ossia la Vergogna e il Rispetto. Fa parte del tuo compito educativo e non ti puoi esimere.

La Vergogna gliela inculchi da piccolo e pretendi che assurga a sanzione interiore che dovrebbe autogenerarsi alla semplice  contestazione della marachella compiuta. ” Ma non ti vergogni?” o il più secco “vergognati!”, fino all’umiliante “vergogna marcia!!” sono incitamenti che nel tempo aiutano a sviluppare nel soggetto quel sentimento di mortificazione collegato a contegni sentiti come sconvenienti, disonesti o indecenti. La vergogna appunto.

Se sei accorto o semplicemente fortunato, riesci a stimolare nell’erede anche la genesi del vergognoso disagio che si accompagna a ciò che normalmente appare contro la moralità, definito Pudore.

Vergogna e Pudore sono utilissimi alla conservazione della specie. Nel campo sessuale, per esempio, il tener celate le proprie grazie ai più, riservandole a pochi fortunati, accrescerà l’interesse verso il corpo, farà avvertire lo svelarsi di esso come un dono all’altro, il quale ricaverà  dalla visione un’enfatica eccitazione sessuale. A cascata si accrescerà l’intimità della coppia che quindi tenderà a reiterare copule appaganti e per ciò maggiormente feconde. 

Il Rispetto assolve invece la funzione di definire i ruoli dei soggetti con cui il pargolo si relazionerà. Non si grida alla mamma, non si risponde male al nonno, ci si alza quando entra la maestra, non si sputa all’arbitro, ci si ferma col rosso, si risponde ai magistrati. Il rispetto più che insegnarlo, lo si infligge, tramite sanzioni graduate a seconda dell’età del reo. Da “a letto senza cena”, alla disattivazione del modem per una settimana, alla confisca della paghetta, all’espulsione dal campo, all’esilio a Gedda.

Stasera darò corso in famiglia al test delle categorie assimilate , ma sono speranzoso e anche sinceramente orgoglioso. So che otterrò risultati soddisfacenti.

E così potremo sederci tutti intorno al mappamondo illuminato e scegliere in quale Paese andare a vivere. 

 

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s i p u ò f a r e e e e e

I bilanci sono scomodi e spesso fanno pure male, ma eluderli equivale ad ignorare la storia, il che genera mostri e costruisce futuri incerti.

Che il rendiconto di fatti e misfatti dell’anno trascorso non sia l’ennesima scusa per autocommiserarsi, consolidare fallimenti o piangersi addosso. Meglio considerarlo un trampolino per nuovi traguardi, sempre più ambiziosi, tipo non cambiare nulla della propria vita perché va bene così, o stravolgerla completamente perché fa oggettivamente schifo.

Oggi bisognerebbe passare almeno un’ora a svuotarsi. S v u o t a r s i. Oh sì, proprio facendosi domande scomode, ridendo a crepapelle, magari piangendo a dirotto, ma strappandosi da dentro tutto ciò che va cambiato, replicando il rito partenopeo di lanciare dalla finestra le cose vecchie, sperando che non rimbalzino sulla monnezza.

L’anno che verrà sarà l’anno del Coraggio.

Il coraggio di cambiare lavoro, perché alzarsi alla mattina deve tornare ad essere un atto gioioso.

Il coraggio di andare finalmente a vivere da soli, perché rovinano più le madri protettive della solitudine.

Il coraggio di sposarsi, perché i fidanzamenti precedenti si sommano come il possesso per le usucapioni.

Il coraggio di prendere coscienza dei propri limiti, ma solo dopo averli realmente sperimentati.

Il coraggio di lasciar andare le persone, perché accanirsi uccide il buon ricordo.

Il coraggio di perdere degli amici perché la sincerità sfoltisce gli affetti.

Il coraggio di mostrare le debolezze senza ostentarle strumentalmente.

Il coraggio di affrontare la paura, quantomeno per arginarla.

Agli amici che ora nutrono il legittimo dubbio che qualche frase augurale di questo post li possa in qualche modo riguardare, voglio dire: sì, è esattamente così.

 

 

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Present free

La meraviglia di un Natale senza regali mi mancava. E me lo sono regalato.

No, non è solo merito mio. Anzi il processo non è stato certo indolore o esente da sofferenze, ma ne sono fuori. Sono uscito dalla dipendenza da regalo coatto, sia attiva che passiva. Mi sono sciolto dai lacci dello shopping affannoso del 23 pomeriggio, ho abbandonato l’ansia del last minute packaging. Basta, ho bandito la strenna natalizia, non ne faccio e non ne voglio, salvo ovviamente pensieri, opere, canzoni, creazioni e manufatti creati appositamente per me, come già ebbi a riferirvi lo scorso Natale.

Ho vietato i regali natalizi tra soci, stornando  il corrispettivo ai bisognosi, giusta una cosa per i figlioli, recentemente orfani di Santa Klaus (no, wikileaks non c’entra, l’han scoperto da soli) e assolutamente niente per lady Splendor, che pare essere al settimo cielo per una scelta che in cuor suo ardeva da tempo.

Il senso che si prova è di libertà pura. E’ come smettere di fumare: ti pare di esser quasi obbligato alla cicca, ma poi scopri che non solo puoi farne a meno, ma è semplicemente naturale e pure sano astenersi.

L’ inebriante arriva quando realizzi che non ti interessa se la tua scelta verrà capita o meno. Non hai più nulla da dimostrare tramite il regalo, non devi più annotarti il budget e non devi ricambiare con pari valuta. Torna la libertà di fare i regali senza esservi obbligato.

Ma soprattutto torna il piacere di riceverli.

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saggezza

La fidanzatina se l’aspetta di certo un regalo, insomma  almeno un segno o un piccolo pegno dell’impegno. A 15 anni il primo regalo che fai alla morosa ti mette addosso un’ansia che ti annichilisce anche lo spirito natalizio.

D’impeto entra in gioielleria, il ragazzo. Si fa mostrare gli anelli. Gli piace vincere facile. Questo, sì è carino, quest’altro ha la pietra del colore giusto e questo? Oddio ma questo è perfetto.

Perfetto, certo. Ma cazzo costa 480 euro!

Mi mostra dell’altro? dice il ragazzino. Il commesso si fida. Esce dalla stanza senza esitazioni, alla ricerca, nel retro, di altri monili da mostrare al giovane esigente.

Un lampo: il ragazzo prende l’anello perfetto e lo inverte con quello sì carino, ma da 80 euro. Si fa incartare quello figo, pagandolo 80, e questo nella confusione prenatalizia delle gioiellerie vicentine può anche succedere.

Il giorno seguente il commesso ricontrolla gli anelli; non gli tornano i conti. La videocamera di controllo svela l’arcano. Ne parla con un amico carabiniere, c’è imbarazzo, la voce poi gira e arriva alle orecchie del padre dello scaltro acquirente, conosciuto e stimato nel quartiere. Non v’è cronaca del dialogo intergenerazionale, ma posso immaginare come il ragazzo sia stato amorevolmente indotto al ravvedimento operoso.

Padre e figlio tornano in negozio, il figlio si scusa, il padre vuole pagare tutto. Il commesso, commosso, offre sconti sull’anello di valore. Alla fine  il giovane innamorato si ravvede e chiude:” meglio che prenda quello da 80, sennò la mia fidanzata pensa che la voglio sposare!”

Il simpatico resoconto dal sapore tanto natalizio era sul giornale locale di ieri. 

La notizia temo fosse la nazionalità marocchina dell’innamorato.

 

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