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Cinque terre, quattro stelle, tre d’amore.

Le Cinque Terre Liguri sono porzioni di mondo incantato, dove rivivi magicamente il fascino discreto dell’epoca rimpianta del dopoguerra.

Quasi in bianco e nero la scena di un ferroviere sorridente che ti stacca il biglietto compilato a mano e ti invita a proseguire nel ventre della montagna ad attendere il mezzo ferrato. No, niente noia nel ritardo perché le veloci litorine in transito ti soffiano la fragranza della galleria in faccia, imponendo a cartacce unte e bucce d’arancia un allegro volteggio tra le masse festose in attesa.  Ancora inebriata dal vento, la folla dai mille idiomi e dalle aguzze picozze di traverso sugli zaini ti spinge sui sedili maculati delle carrozze regionali, testimonianza vitale dei fluidi di gitanti congestionati e affamati.

E poi tutti  in fila a comprare il biglietto per accedere al sentiero dell’amore, così finalmente indotti alla socializzazione che vale ben più dei sei euro esatti.  E come non condividere la scelta di occultare la seconda biglietteria al piano terra, frequentata da pochi scaltri asociali.

La magia dei sentieri ti rapisce, lasciandoti libero di scoprire i tragitti praticabili, per nulla contaminati da scritte ordinarie e banali sulle intervenute frane o sul ripristino dei collegamenti. Finalmente il gusto di esplorare la natura e di tornare sui tuoi passi in caso di sbarramento repentino, perché solo gli idioti non cambiano idea.

La rude ma sincera ospitalità dei ristoratori locali, che adorano l’ordine e non tollerano l’unione dei tavoli, foriera  di indegne gazzarre, ma anche gelosi delle proprie ritirate tanto da disincentivarne l’uso e allenare così le rammollite vesciche dei forestieri impazienti.

E infine coricarsi in alloggi incontaminati, dall’immutato stile post bellico, con poche posate e bicchieri spaiati, sorseggiando un cappuccino fatto proprio come si faceva una volta senza la macchina dell’espresso, come viene. Freddo. Senza schiuma.

Insomma quasi spiace destarsi  da tanta poesia solo per saldare, infine, il dazio del soggiorno alla Cinque Terre Liguri, quello sì scrupolosamente aggiornato.

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Sahara

A Erfoud, vicino Ouarzazate, ci eravamo arrivati con una fiammante R4 bianca noleggiata all’aeroporto di Agadir. L’unico mezzo in grado di affrontare seriamente le piste del Marocco meridionale, ci avevano assicurato, e pure la sola auto che in caso (ovviamente remoto) di guasto te la sapeva aggiustare chiunque. Il problema più spinoso lo ebbi con la terza, che per farla entrare andava infilzato il “cruscotto” spingendo il tubo fino in fondo dopo una leggera torsione del polso verso destra. L’altro problema, non meno spinoso, riguardava la custodia della mia accompagnatrice biondina (gazelle), per la quale le ilari contropartite in cammelli si sprecavano.

A Merzouga comincia il Deserto.

Il Deserto ha uno strano modo di cominciare. La strada asfaltata diventa sterrata, poi polverosa, quindi una pista battuta e poi più nulla che delimiti il tuo cammino. Avevamo caricato  fuori dall’albergo l’ineluttabile guida locale che si affannava a suggerirmi, ora in francese ora in spagnolo, vai a destra ora dritto poi destra e quindi a sinistra. Tutto questo nella più totale assenza di piste, indicazioni, segnali o altro. Ma lui le vedeva le piste, le conosceva a memoria, forse aveva addirittura contribuito a disegnarle. Sconsolato dalla mia manifesta incapacità di seguire le sue puntuali indicazioni, mi chiese il permesso di guidare. Scoprii solo a fine giornata che il ragazzo non aveva la patente. E non ce l’aveva perché la patente mica la davano ai minorenni.

Il Deserto esordisce senza alcun romanticismo, apparendo come una distesa polverosa maculata di carcasse di auto, frighi abbandonati e qualche piccolo scheletro d’animale. Poi le tracce dell’ abbandono indifferenziato cominciano a diradarsi mentre la sabbia si fa sottile insinuandosi nelle narici e accomodandosi ovunque.

Un vecchio aereo monoposto impiantato nella sabbia, chiaramente appartenuto a Saint Exupery, segnò la fine del nostro viaggio alla ricerca delle dune. Un beduino ci servì l’immancabile the alla menta,  denso, robusto,  mitigato da enormi blocchi di zucchero cristallizzato che il cammelliere aveva appena spinto a pugni dentro alla teiera di stagno.

Con un sorriso devastato dallo zucchero, il tuareg ci indicò la duna da raggiungere, volendo con modica spesa anche a bordo dei suoi cammelli, duna oltre la quale iniziava la distesa infinita di colline dorate dal sole basso di aprile.

الصحراء. Il Sahara.

Era il momento.

La guardammo molto a lungo, ci alzammo anche, ma su quella duna non ci salimmo mai.

Entrambi inadeguati al cospetto del nulla e dell’infinito o forse un paralizzante timore reverenziale, insomma cosa fu ancora non mi è chiaro, di certo non ci ritenemmo intimamente all’altezza di quello spettacolo, come se ancora non ce lo meritassimo: troppo piccoli per tutto il Sahara a perdita d’occhio.

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La riscossa di Pergamo

Non ho mai imparato il tedesco, nonostante la pluriennale frequentazione liceale con la formula del 5+1 che tanto induce la maturazione degli indisciplinati adolescenti. Insomma, non fu solo una questione di assiduità o seria applicazione negli studi, che pure mancarono, bensì di monotonia della lingua germanica. I suoni dei verbi mi apparivano troppo simili e nemmeno l’ipnosi serviva  a farmi memorizzare i sostantivi e il genere a cui appartenevano.

L’insegnante privata di tedesco che supplicai di prepararmi alla maturità, verificate con teutonica compostezza le incolmabili lacune che affliggevano la mia conoscenza linguistica, optò per una strategia ardita: mi scrisse un commento dei tre romanzi prescelti di Thomas Mann e me lo fece imparare a memoria. Ci concentrammo su pronuncia e intonazione e arrivai al banco della commissione con una sicumera degna di un cancelliere che annuncia la riunificazione. Mi ascoltarono ammirati, tanto da chiedermi, alla fine del mio impeccabile discorso, di continuare a disquisire nella lingua di Goethe delle cupe atmosfere di morte a Venezia… Dopo qualche interminabile secondo di muto imbarazzo, ripartii da capo col mio discorso memorizzato. Non so quanto la replica influì sul giudizio finale.

Per anni il mio tedesco inesistente è stato motivo di odioso dileggio da parte delle intelligenze che frequento; scherno durato fino ad una uggiosa mattina berlinese, davanti alla lunga fila per accedere al Pergamon Museum. Tra figli, nipoti e cugini siamo in tredici. Due ore di coda. Minaccia di piovere di nuovo. Mi lancio una sfida. Salto il serpentone umano, entro dall’uscita di sicurezza, affronto il custode e raccogliendo tutte le nozioni apprese in una settimana di silenti scorribande tra Baviera e Sassonia, riesco a dire: Ich habe sieben Kinder und die Jungste ist 6 Jahre alt. Gibt es eine Spezial Eingang für Familie mit Kindern? Il custode, dopo essersi complimentato con me per il dato demografico mi spiega che no, non c’è un ingresso speciale per famiglie con bambini piccoli, ma che ci sono due ore di coda, inaccettabili per un bambino di sei anni e che se aspetto va a parlare col direttore.

La scena di quel gruppo di italiani che – tra gli sguardi invidiosi dei plebei accodati –   lascia la fila e viene scortato direttamente alla biglietteria ve la lascio immaginare.   

Ich bin ein berliner, a confronto, è una frasetta. Ammettiamolo.

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Berlin

Berlino è un cantiere di speranze, una gigantesca voglia di ricominciare, una sorta di sito catartico utile a chiunque voglia iniettarsi nuove motivazioni esistenziali dopo un trauma. Mentre Parigi è indubbia fonte di illusoria ispirazione, Berlino lo è di concreta riflessione.

Sistemati con adeguati mausolei gli spettri del passato, resi folkloristici i simboli della divisione, sembra che gli architetti si siano ritrovati come bambini di fronte ad un foglio bianco con mille nuovi pastelli, senza la maestra a limitarne i contorni. L’effetto è di lucida esaltazione, lontano dall’apnea indotta dagli orizzonti newyorkesi e con le nuove costruzioni di cristallo a far da nipoti a quelle storiche, sorreggendole o abbracciandole con rispettosa devozione.

(Splendor digital images)

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La leggenda di San Silvestro

Un’antica leggenda tramandata nell’Italia centrale narra della inquietante presenza di uno spettro che si aggirerebbe – ancor oggi - tra le colline marchigiane di San Silvestro.

Pare si tratti di un ectoplasma dalle molteplici metamorfosi diurne: ora è scorpione, ora cervo volante, ora zanzara tigre, ora mòsciolo fraido. D’indole burlona ed incline a frizzi e lazzi, la cronaca riporta di gustosi ma crudeli scherzetti giocati agli ignari avventori delle colline sinuose, dai colori morbidi e soavemente ornate di sorridenti girasoli.

Alcuni visitatori delle antiche dimore collinari si trovarono vittime di oscuri malefici: occorse un giorno che l’acqua che sgorgava dai rubinetti fosse carica di elettricità! I resoconti dell’epoca, invero ilari e boccacceschi, dan conto di un involontario quanto persistente priapismo e strane secchezze conseguenti alle abluzioni ad alto voltaggio. 

Spesso lo spettro sottraeva subdolamente le energie ai gitanti, iniettando loro massicce dosi di inaudita ignavia. Così ridotti, essi vagavano oziosi e svogliati per le gialle colline, alla ricerca di misture rossastre per dissetarsi ed enormi crostacei panati per placar l’appettito ingiustificato. Poi, appagati, venivano notati ondeggiare nelle distese di girasoli per poi spiaggiare scomposti come ebbre testuggini, colmi di stolte riviste patinate e con l’unica impellenza di bagnarsi l’epidermide oscurata dall’immobilismo, ma si badi, non nell’imminente Adriatico, no - incolmabile la distanza per le loro offuscate membra - bensì nelle adiacenti docce pubbliche!

Ma col favore delle tenebre, la crudeltà dello spettro di San Silvestro giungeva a picchi agghiaccianti. Nel cuore della notte, l’indomito spiritello squarciava i sonni dei coricati astanti con lamenti orrendi e pelosi, e poi frasi sconnesse, e ancora formazioni del Torino e finanche mugugni simulanti amplessi e mirabolanti fellationes, in spregio e dileggio all’assoluta castità che colà, su quelle dolci colline, si osserva da millenni.

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Isola

Quasi vent’anni sono passati dalla mia ultima visita all’Elba. Ci andai con un Suzuky DR 500, quattro tempi e una malefica e rinculante accensione a pedale. La fila al traghetto, il motore su di giri per paura che morisse proprio al momento di salire. E poi, all’abbaiare impaziente dei marinai a terra, un colpo deciso di manetta e pof. E certo. Perché le moto a quattro tempi sono more e se le tratti come bionde a due tempi s’incazzano e ti lasciano sul più bello. Pof.  E poi fan le permalose ingolfate e tu hai voglia a smadonnare di pedale, col carico che oscilla e la tua accompagnatrice che teme per la caviglia, la sua.

Quella volta, sul traghetto, incontrai proprio l’ultima persona che le dinamiche cosmiche dovevano farmi incrociare: Bortolo, compagno di stanza all’università, salutato qualche giorno prima sotto le due torri. Lui:  ricchissima Honda CBR bianca luccicante, figona di serie e campeggio prenotato. Non ci frequentammo molto, quella volta, col Bortolo. Giusto qualche corsa tra motociclisti sulle ripide colline che calavano a picco sulle spiaggette.

Domani ci torno all’isola. E ci torno per scaramanzia, perché la prossima settimana dovrei rimanere a gestire, guastare o gustare ciò che ho preparato in un anno di lavoro. E invece salgo su uno scoglio e animo le truppe a colpi di cellulare. E poi, male che vada, l’esilio all’Elba mi avvicinerà al ricordo di condottieri di ben altra levatura.

L’isola isola. Ci si va apposta. Appena la nave salpa, il cervello si stacca, la carne smette di pulsarti nei timpani. Il corpo riprende forma flessibile, i pensieri perdono le nubi dell’ansia e ti torna l’azzurro nella pancia. Dovrebbe andare così, almeno. Sennò che fuggo a fare?  

Bisogna metterci il mare intorno alla convinzione di essere indispensabili.

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Splendid Tour 2009

L’ultima curva prima di arrivare a Portonovo (Ancona) mi costringe a rallentare. Lo scenario toglie il fiato. Fermo il cabrio la splendida vetturetta convertibile sul ciglio della strada e mi metto a guardare il Conero che si congiunge al mare, tramite un minuscolo lembo di spiaggia bianca. 

E’ quasi sera, il sole si attarda a baciarmi, il vento mi accarezza i capelli. Mi fa compagnia una farfalla che prima mi gira timidamente intorno, poi si posa sulla spalla e mi annusa il collo.

Sono un uomo felice, io. Perché ho tutto.

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http://www.fabiofava.it/conero/portonovo/youtubeportonovo.html

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