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E’ un po’ come farsi fare un maglione ai ferri: si parte con mesi e mesi di anticipo per poi riservarsi qualche settimana. Ma sì, per le per le prove e gli aggiustamenti e i ritocchi.

A febbraio mi sono arruolato tra le file degli obesi, mi son fatto schedare, sciogliere, misurare, massaggiare, affamare, scoraggiare, consigliare, dileggiare, testare, inumidire e depauperare. Mi sono mentalizzato come un marine per arrivare al 15 maggio esattamente al peso previsto dal protocollo teutonico.

E poi il test più difficile: il mantenimento. Oscillare di pochissimo ricominciando a mangiare di tutto, ma nelle quantità che la tua nuova consapevolezza di neomagro ti suggerisce. Il tutto per trenta giorni. E poi per sempre.

Oggi, 15 giugno, che altro non è che il mio (ahahahesimo) compleanno, scarto il regalo che mi sono preparato in questi mesi. Salgo sulla bilancia e lentamente abbasso lo sguardo sul display. Il numero digitale che appare è il favoloso,  strafigo, adorabile, sexy e smilzo 68. A gennaio quello stesso strumento di Satana sentenziava 78,6.

Questo regalo mi piace un sacco. Come biglietto d’auguri mi porta la pressione entro limiti accettabili, a fiocchetto il cuore che non corre e come carta da regalo le polo che scendono dritte. Senza curve di declino.

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Tu manciare polpetina sighnore?

Scorgo da lontano l’amico che sto aspettando da dieci minuti. Mentre mi si avvicina stento a riconoscerne le fattezze: dalla giacca blu ben sfiancata che si apre ad ogni passo mi sfuggono le sue decennali rotondità. Gli guardo il viso: ancora tondo. Niente smungiture post malattia e patimenti da diete maldestre.  Sembra un uomo ben fotoshoppato, ma è vivo.

Anch’io voglio.

Un nome, un numero di telefono e la settimana dopo sono in mutande sulla bilancia di un dottore che è alto come me, ha dieci anni di più e pesa 14 chili di meno. Il dott. Mengele misura, annota, intervista e sentenzia: 66 chili.  70, ribatto io. La trattativa serrata si chiude a 68 senza l’ausilio di chimica, diuretici, lassativi e psicofarmaci. Ride beffardo che senza non ce la farò, schiaccia un pulsante e due infermiere mi prelevano. Le valchirie in camice bianco mi deportano in un locale buio a cento gradi e un megaschermo centrale.  Mi chiudono dentro per dieci interminabili minuti. Poi, al grido di metodo Kneipp irrompono decise e mi buttano sotto la doccia ghiacciata. Faccio l’uomo e simulo di poter respirare ancora. Di nuovo in sauna. Perdo il conto della sequenza del trattamento Kneipp. Ad ogni rientro all’inferno cambia il conduttore: non più Barbara D’Urso, bensì Mara Venier e poi Lamberto Sposini. Alla quarta sauna ho visioni agghiaccianti tra Brembate e Avetrana.

Mi prelevano, mi avvolgono in un sarcofago in pile e mi fanno coricare per finire la lessatura. Dieci minuti di grande riflessione in cui mi pongo delle giuste domande, ma non c’è tempo per ravvedersi:  una terza donna mi fa stendere su un lettino, mi abbassa lo slippino e comincia a spanpugnarmi energicamente alla ricerca dell’adipe braccato. L’estasi artificiale viene turbata da un urlo terrifico che rieccheggia dalle sale adiacenti: NO MANCIARE MAI PIZZA CHE INCRASSA DUE CHILI PER LIEVITIIIIII!!!

Sto per rivestirmi, perché voglio tornare a casa mia, tra i miei affetti, le cose più care. No, non è finita. Una quarta operatrice del benessere mi mette sulla bilancia, mi guarda e con la dolcezza di Mamma Ebe mi sussurra: TU TIENE QUESTO PESO FINO PROSSIMA FOLTA CHIARO!

Chiaro, sì.

Mi viene un sacco da piangere. 

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Ah ecco…

Cena della vigilia tra trentasei pochi intimi. Salmone dell’Alaska, zuppe della cognata, seppie e bacalà, e poi mostarda e mascarpone. Per finire: formaggio, perché come diceva Shakespeare “mouth is never tired ’till it tastes of cow” (la boca no a xe mai straca se no a sa de vaca).

Alla mia destra un amico che non vedevo da tempo mi pare pallido, smunto, triste anche. Gli chiedo se sta bene e lui parte a raccontarmi del suo colesterolo impazzito e della dieta ferrea a cui i sanitari l’hanno sottoposto. Soffre l’uomo, perché la sue quotidiane proteine sono state soppiantate d’imperio da immense insalate condite con olio di riso e spaghetti in bianco.

Al racconto del dessert di yogurt magro, poco dopo aver appreso che nemmeno il petto di pollo alla piastra gli è concesso, i commensali sono visibilmente commossi, io stesso perdo il sorriso, prima indotto dalla simpatica verve dello smunto. Ad un tratto, dopo una breve pausa per riempire i calici di Cabernet dei Colli, l’ex proteico ci confessa sommessamente di sognare spesso cotechini farciti di broccolo fiolaro e gorgonzola spalmato su pane all’olio. Omette per decenza le polluzioni notturne che tali visioni oniriche certamente gli inducono. Ammette invece che il giorno del suo compleanno ha ingurgitato per tutta la giornata i piatti dei suoi sogni, godendo come un levriero pezzato del salento.

La tavolata si stringe intorno al poveretto. Chi suggerisce di ricorrere alla chimica, chi lo consola ipotizzando un solo trimestre di privazioni per poi tornare ad una dieta magari più equilibrata, chi saggiamente gli consiglia di cambiare il dietologo allievo del dott. Mengele.

Io, contrito, mi scaglio contro la genetica che rende intere famiglie schiave del colesterolo cattivo. Poi, per pura curiosità gli chiedo: “senti ma quante volte mangiavi carne in una settimana?

Due volte al giorno.”

A Natale vaffanculo non si dice, ma se lo pensano in 35, il destinatario se ne accorge.

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diet report

Yes we can, anca massa.

Grande giubilo alla Splendid House per il debello lipidico. I primi due chiletti hanno abbandonato Monsieur le Pansutin, e i love roll stanno assumendo le misere sembianze di due involtini primavera.

Il segreto di questo primo successo? Determinazione, sofferenza, privazioni e altre afflizioni che vi risparmio. Ma no, pavidi grassottelli che non siete altro, scherzo. La determinazione basta e avanza, anche se non è il caso di cantar vittoria visto che i primi 2 chili sono sempre i primi ad andarsene, come i migliori amici.

Pochi gli accorgimenti: poco burro alla mattina, brioche solo alla domenica, yoghurtino alle 11, a pranzo tanta verdura cotta e cruda e pesce, almeno quattro volte a settimana (costa dimagire…). A cena quintali di bresaola ( non tutti s’un colpo), crudo parma magrissimo e petti di pollo alla piastra come se piovesse.

Naturalmente bisogna fare sempre due spuntini, uno a metà mattina e l’altro alle 5 del pomeriggio: ciò ti evita di mangiarti il tavolo ai pasti principali e non fa impensierire il metabolismo, il quale, se s’incazza, comincia a trattenere i grassi anche dall’acqua minerale.

Ma il segreto assoluto è la mela: poco prima dei pasti toglie la famazza. E poi fa tanto bene una mela al giorno, come ben sanno i medici disoccupati.

Capitolo alcool. Lo spritz all’aperol apporta 140 calorie, un mojito 200, pina colada 500 (tipo un big mac) e un margarita può arrivare a 850, quanto una pizza. (No, Silvia, non puoi fare una dieta solo liquida. SMETTILA!). La mia dietologa mi diceva sempre: “essere a dieta e far festa di notte è come pulirsi col giornale radio“.

Tutta gioia ‘sta dieta? No. C’è anche tanta tristezza. Ci sono i caldi vini rossi che ondeggiano negli enormi bicchieroni, il pasticcio della suocera col formaggio che fila mentre lo serve agli altri, c’è il venerdì senza spritz che manco inizia il week end. E tu che tenti di suicidarti percuotendoti col sedano, il finocchio diventa il tuo compagno preferito (questa è servita su un piatto d’argento), la bresaola, diciamolo, stanca alla prima fetta e pasteggiare ad acqua è eccitante come le primarie del PD. E’ vero, è concesso un quadratino di cioccolata alle 22, ma la vera consolazione arriva solo da specchio e bilancia.

Allora, membri di dietology, coraggio. Il cammino è ancora lungo, ma lastricato di buone intenzioni. Gnam!

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