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White Stripes

Anticiclone africano. 35 gradi. Cosa induce un uomo apparentemente sano di mente a cimentarsi nella tinteggiatura del soffitto del bagno al sabato mattina? L’estetica del bello, certo. L’eterna competizione con se stessi, ovvio. Ma direi una desolante penuria di pittori liberi almeno fino a settembre.

La tinteggiatura aerea è un’ impresa titanica per un neofita, che va preceduta da un’accurata preparazione con gli appositi tutorial di you tube e allietata da una moglie seminuda e adorante che ti somministra a comando dell’acqua correttamente miscelata: non troppo gassata e non troppo fredda. Michelangelo in Cappella, ti fa sentire.

Ma scendiamo nel tecnico. La diluizione dell’idropittura è fondamentale e oscilla tra il 22 e il 31,2 per cento. Insomma ci devi mettere acqua a caso nell’impasto, dove intingerai il rullo. Già. Il vero uomo schifa la pennellessa, e usa il rullo, strumento infido che egli intinge  nell’apposita vaschetta e poi sgrulla con sapienti colpi di polso  sulla retìna. L’accento ci vuole perché in questo contesto anche la rètina imbiancata è un’ipotesi.

Il rullo va attaccato a un palo telescopico e con quello puoi raggiungere le vette annerite della tua magione.  E cominci ad andare avanti e indietro, senza spingere troppo altrimenti ti sgocciola tutto nelle pupille. E mentre vai avanti e indietro realizzi che il soffitto si bagna a piccolissimi pezzi, ma non si imbianca affatto. Lo sforzo che fai con la schiena è inaudito rispetto al risultato. Sconforto convulso che diventa panico perché ora non puoi più fermarti. Le tue rullate incerte hanno lasciato segni evidenti e se molli arrivano il disgusto e l’ira della adorante, oltre a un calo repentino di autostima. E allora continui. Insomma dai non viene male, e forza che ne hai fatto già un sesto. Vah che si sbianca. Una finale degli europei quanto a pathos.

Il giorno seguente alzi gli occhi, guardi il risultato e mentre le fitte ti devastano la schiena diventi un sacco indulgente: seconda mano? Naaaa, troppo bianco è volgare e poi acceca.

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Aloha

Lunghi e profondi movimenti degli avambracci sul corpo intero, dalla nuca ai piedi. Onde che evocano l’oceano Pacifico.  Essenze esotiche ed olii caldi che si allargano liquidi su tutta la pelle. E poi disegni di dita sapienti sul viso per disinnescare i punti dolenti e distendere insospettabili muscoli contratti. Il cuoio cappelluto toccato a cerchi concentrici e i capelli idealmente allungati, quasi a far uscire la negatività dei pensieri. Infine il raccoglimento al buio del lenzuolo ripiegato a bozzolo, a confrontarsi con l’armonia ritrovata e lo sprigionarsi di nuova energia.

Quello hawaiano non è solo un massaggio, è un rito di rebirthing, pare di origine polinesiana, che tende a ripristinare l’equilibrio tra il corpo e la mente, come mi spiega dolcemente la mia sacerdotessa mentre rinasco dal lenzuolo.  

Sì, il rito magico del massaggio hawaiano è l’ultima frontiera del piacere fisico che ultimamente mi concedo, conscio degli innegabili vantaggi che si riverberano sulla mia tormentata psiche. E proprio ieri, mentre gestivo la claustrofobia del mio bozzolo esotico in attesa dell’armonia promessa, ho focalizzato la vera causa dell’infelicità umana.

Il genere umano non si tocca abbastanza o lo fa a sproposito.

Sono note le terapie del contatto per animali, neonati, bambini autistici o sordociechi. Ma di noi adulti apparentemente abili, ne vogliamo parlare con franchezza?

Se non subiamo la nostra quotidiana dose di contatto fisico ci corichiamo insoddisfatti e a lungo andare, senza averne piena contezza, consolidiamo insoddisfazione, frustrazione e quindi infelicità. Insomma sottovalutare lo stress da mancata palpatio sarebbe un grave errore e allora, nel dubbio, facciamoci toccare.

E se nei dintorni non disponiamo di volontari? Ce li compriamo. Investiamo nel nostro benessere e facciamoci toccare e massaggiare almeno una volta alla settimana. Il diritto ad essere toccati dovrebbe assurgere a rango costituzionale, come il diritto universale al sesso.

Durante un viaggio siciliano di qualche tempo fa, una buffa ospite americana ci confidò che il suo ultimo desiderio prima di andarsene a causa delle diffuse metastasi, era quello di essere furtivamente toccata da un italico malandrino. Un clichè che mio suocero, nella sua  irresistibile umanità, ritenne di esaudire palpandole improvvisamente il culo durante un bagno in mare in un caldissimo mezzogiorno agostano.  Il ricordo della gioia disegnata sul volto di quella donna palpeggiata ancora mi accompagna, insieme all’ammirazione per l’indomito e generoso palpatore.  

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Intuizione

L’intuizione è un lampo. Una scintilla. Uno squarcio nella foschia del nulla. Ma non arriva da sola,  l’intuizione, no. E’ come l’ispirazione, l’estro, il momento creativo. Chi racconta che quelli son meri colpi di culo sbaglia di grosso: vanno indotti con metodo, pensieri laterali, analogie, arditi sillogismi, chimica talvolta.

L’intuizione è sorella della sensibilità. Da arido non intuisci gli stati d’animo,  la proiezione nella mente altrui ti è preclusa e l’empatia te la scordi. La sensibilità ti conduce invece a livelli di intuizione pericolosi, perché comprendi relazioni prima che si manifestino, assorbi emozioni ancora inibite, ti appropri di sguardi che non ti dovrebbero appartenere, rubi frutti acerbi. E precorrere i tempi significa fluidificare la normale dinamica degli eventi. Non sempre è sano.

L’intuizione è  lo sforzo costante di oltrepassare l’apparenza, addomesticando le farfalle nella pancia, lottando con l’ansia che ingiustificata non è mai. E così finisce che mischi sensi e raziocinio, i vizi si elevano in virtù, il magma creativo sembra preludere al conato e invece produce solo  una minuscola larva, indefinibile nel contenuto, che percepisci sulla schiena come lieve sensazione. Placida e assonnata. Muta e immobile. Che così resta per minuti. Miliardi di minuti. 

E poi arriva la rivelazione. La larva si farfallizza in pensiero, si squarcia la foschia e i nanetti nitidi della razionalità riordinano il caos e sistemano le idee nella casa del sapere, e tutto torna a sorriderti scontato nella sua ritrovata ovvietà.

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Gambler

Ora ho smesso, ma un tempo, lontano lontano, giocavo a poker. A soldi, certo, mica a fagioli come alla tombola di Natale coi nonni che non sentono mai i numeri. Una volta ci pagai pure le tasse universitarie coi proventi di un gioco.

Mi rapiva l’azzardo. Puntare, bluffare, sondare lo sguardo dei raccolti intorno al panno verde, indugiare sull’attenzione nervosa dei pochi giocatori ancora in corsa per quella mano.

Tipo un brivido quando torni a casa una sera di gennaio con la febbre incipiente.

Non resistevo alla scossa che mi percorreva la pancia mentre aprivo le carte appena cambiate; lentissima quell’apertura,  e sempre verso destra.  Poi rivederle tutte e cinque insieme, le mie carte, sperando di averne associate tante di uguali, oppure in scala perfetta o magari dello stesso colore.

Non contano i soldi. Conta la malattia. La stessa che ti fa rubare per vedere se ti beccano o frenare sempre più tardi la moto prima di quel tornante fatto mille volte o uscire  – forse in tempo - dal luogo più bello del mondo prima di riprodurti involontariamente.

Poi una sera, storditi dall’alcol e dalle mille cicche, la mano prese un verso strano, insolito . C’era rivalsa nelle puntate. Perdeva sempre lo stesso, peraltro il più abbiente, ma non per volontà concordata degli altri. Il ricco perdente, verso l’una di notte, con l’occhio destro chiuso dal fumo della cicca trattenuta tra le labbra, rilanciò. Rilanciò cattivo. Rilanciò di brutto. Prese le chiavi della Mercedes e le buttò tra i soldi del piatto.

Ridemmo. Ridemmo da matti, piegati in due, fino alle lacrime.

Lui no.

Fu l’ultima sera in cui giocammo a poker.  

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La macchina del capo

Più o meno come al trenino di capodanno, quello del medley carioca con meu amigo ciarlibraun. Tu sei lì che saltelli lievemente e arriva sempre il più ebbro di tutti che si accoda e fa ondeggiare tutto l’allegro serpentone. La sensazione fisica che qualcuno ti sposti di peso e con la coda dell’occhio ti trovi a sbirciarti per un secondo le terga. Ma è solo una sensazione, credo.

Poi per un attimo, un lampo proprio, realizzi che non hai il controllo di ciò che ti sta accadendo, come nei vuoti d’aria mentre voli controvoglia, come in prossimità di un luccicante tornante nella gelida notte d’inverno. Il panico non è il timore delle imminenti conseguenze, ma la lucida consapevolezza di non poter modificare la situazione.

Il cuore ti sale alle tempie, la schiena si irrigidisce e le gambe spariscono, non prima di averti comunicato un leggero tremolio. Poi, come entità di carne e sangue, come congerie di emozioni convulse, come spirito in affanno, vieni semplicemente accantonato e al tuo fianco si siede l’incosciente che non resiste alle curve sulla neve senza un colpetto di freno a mano, che il controllo dell’ESP gli limità la libertà, che oddio quando guidi così non ti sopporto.  E atterri sulla piazzola. E respiri piano facendo rumore di cuore, mentre tenti di accordarlo col ritmo delle quattro frecce.

Questo succede quando ti scoppia una gomma in autostrada.

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McCurry

foto di Steve McCurry (http://www.stevemccurry.com/main.php)

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Here comes the son

Quando manca ancora un’ora all’uscita da scuola, suona la campanella di mezzogiorno e io non me ne accorgo quasi mai quindi, anche se mancano solo quindici minuti alla fine delle lezioni, chiedo a Emma quanto manca. In quell’ultimo quarto d’ora, la maestra ci chiede di scrivere i compiti sul diario e di fare la cartella e solo in quel momento mi accorgo che poco tempo dopo saremmo andati a casa manca poco per andare a casa.

Si comincia a sentire un rumore simile a un esercito di cavalieri che galoppa e una piccola campana attaccata al muro annuncia l’uscita da scuola. Disordinati come mucche al pascolo, ci alziamo e ci dirigiamo verso la porta per andare a prendere le giacche. Nel corridodio i suoni sono ancora più forti, le voci degli alunni delle varie classi sono assordanti e a quel punto gli ultimi bambini escono dalle aule gridando frasi come “c’erano compiti di italiano?”, e di conseguenza aumentando il chiasso.

Appena uscito dall’edificio mi divido dai miei compagni, cammino dalla parte opposta alla loro in cerca della mercedes di mio papà, gli chiedo che cosa mangiamo e lui come tutti i giorni mi risponde che non lo sa.

… “e lui come tutti i giorni mi risponde che non lo sa”. Quest’ultima frase del novenne mi ha mandato il cuore in pezzi, per la rassicurante ritualità che i bambini cercano ed il pervicace rincoglionimento dei padri, che mai s’informano sul quotidiano desinare.

Magari sono imbranati con la WII, impediti con la Playstation, e totalmente privi del cellulare, però i figli che amano leggere dan tante soddisfazioni.

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Sfido chiunque

Ci sono delle situazioni della vita che ti si ripropongono con delle leggere varianti, e che finiscono per regalarti quel leggero sgomento, quel non so che, quel vago sentore di inadeguatezza rispetto alle umane faccende che si trasforma in frustrazione strisciante.

Orbene, capita che per lavoro io mi debba recare in una ridente cittadina della costa adriatica tanto cara a Fellini. Tipo Rimini.

Succede che la fortuna mi faccia scovare un albergo adeguato al decoro che la professione m’impone e che, guardacaso, l’hotel prescelto abbia un centro benessere sotterraneo con piscina termale e idromassaggio necessario a mitigare lo stress che la professione m’infligge. Tipo questo.

Capita poi che mi accoglie una sorridente biondina e che non faccio nemmeno in tempo a posar la valigia che ella mi tenta subito col wellness acquatico. Mi porta di sotto e mi consegna accappatoio e ciabatte. Nello spogliarmi, realizzo che non ho il costume e che quello adamitico magari è sprecato per l’ambiente. Torno dalla biondina, le spiego il problema e lei mi consegna una bustina contenente un costume “di quelli usa e getta”.

Una certa inquietudine comincia a turbare i preliminari del mio benessere. Mi rispoglio e con un’ansia dilagante apro la bustina trasparente. Lentamente svolgo quell’origami di carta giapponese grigio scuro. Non ha la forma di mutanda. E’ più una sciarpa con una strozzatura elastica al centro. Certamente sono impreparato, ma posso farcela. Comincio ad avvolgerlo sui fianchi come un pareo per pigmei. Non copre quasi nulla e lo specchio mi rimanda una sorta di Zorro col naso lungo (insomma, lungo rispetto ad un naso). Mi immagino l’idromassaggio che da sotto mi solleva la paratia e fa baussetete ai poveri avventori della piscina.

Non mi scompongo perché la vità e una sfida e allora mi passo lo straccetto sotto il cavallo e tento di legarlo ad un fianco. Copre solo da un lato e sembro Capitan Harlock dopo un incidente alla Parigi Dakar. Mi viene da piangere tantissimo perché comincio a pensare che il destino mi prenda seriamente per il culo. Mi tornano in mente immagini cupe di Hulk con l’abbonamento alla palestra scaduto da un anno, slippini scrausi della Hollywood e penso che forse tutto ciò un senso lo deve avere. Sconsolato, mi avvolgo l’origami sull’innominato, a turbante, in un ultimo disperato gioco al massacro. Risultato ovvio: culo fuori e Moira Orfei davanti.

Ora, io avrò i miei limiti, ma quest’affare come cazzo si indossa?

 

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Present perfect

E’ solo un pensiero.”  

Ecco. Così solitamente giustifichiamo con malcelata vergogna l’esiguo valore economico di un dono. Se costa è un regalo, altrimenti degrada a mero “pensiero”.

E invece é tempo di rivalutarli, i pensieri, e di regalarli veramente, che non son bagatelle, frivolezze e cazzatine: se ti regalo un mio pensiero significa che ho meditato sui tuoi gusti, a ciò che hai, ho voluto farti ridere o piangere e ho sintetizzato una sorta di piccolo giudizio su di te. Magari rischiando di sbagliare, ma mettendomi in gioco, e dimostrando che ci tengo, a te.

Il pensiero è un concetto. E’ tempo tolto a noi stessi. E’ una riflessione sul prossimo che colma per un attimo i suoi vuoti.

Saranno i miei due capelli grigi sulla tempia sinistra, sarà che mi sto stancando dell’ipocrisia, sarà che rincorrere il denaro non mi diverte come un tempo (quando c’era qualcosa da rincorrere), ma quest’anno ho diffidato tutti dal prodursi in strenne economicamente rilevanti e impersonali: per me, eventualmente, solo pensieri, lettere, sacrifici, idee, emozioni, libri che leggerei, canzoni, Tshirt usate, torte fatte in casa, cene, notti di fuoco (intese come volontariato nei pompieri).

Non sai cosa regalarmi? Significa che non mi conosci o non hai tempo di pensarmi. E allora astieniti.

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Attese

La vita è un susseguirsi di attese. Gli avvenimenti che la costellano altro non sono che l’epilogo di un intervallo sospeso e il contemporaneo avvio di un nuovo indugio. Le pause sono catalizzatrici dei pensieri più speranzosi, delle fantasie più recondite, delle illusioni più sfrenate e delle paure più buie.

L’attesa, come il vino, enfatizza le emozioni. Nell’attesa ci si macera oppure si gode, ben più che nel momento a cui finalmente si approda.

Chi come me ha urgenza di vivere, dimentica spesso il gusto dell’indugio e brucia tutto come un cerino, anelando – con dispendioso affanno - al risultato finale, che forse non delude, ma è sempre orfano della sua attesa e quindi inesorabilmente incompleto e parziale.

Trattenersi un attimo. Questo è il segreto, poco occidentale forse, velatamente tantrico e perverso,  ma facilmente sperimentabile.

Ieri ho provato. Una chiamata da Roma avrebbe cambiato la sorte di un’operazione importante. Mentre il display lampeggiava il nome del mio referente, ho lasciato imperterrito che la chiamata svanisse.

Poi ho goduto. 

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