La coscienza e il gusto

Migliorarsi. Forse una delle poche attività che meriti il dispendio delle nostre esauste energie vitali.

Osteggiare la rassegnazione, debellare l’ignavia depressiva,  ammettere che  il non credere in noi stessi finisce per essere comodo, eliminare l’odiosa litania del “sono fatto così”, porsi dei modelli ambiziosi ma frequentabili, approcciare coraggiosamente all’ignoto, tollerare i saccenti se trasmettono sapere.

Per implementarci  – così da non dover più usare parole come implementarci – è utile intervenire sulla coscienza e sul gusto. E lo dice uno che gettava dal finestrino pacchetti appallottolati di Merit, abbandonava Fantic Motor nei cassonetti, calzava stivaletti scamosciati con le frange di Robin Hood e adorava i pianoforti bianchi.

La coscienza si modifica a suon di vergogna, omologandosi gradualmente al comportamento ritenuto socialmente più corretto, per poi farlo proprio. Il mutato approccio all’ecologia ne è facile esempio.

Per il gusto l’operazione è apparentemente più ardua, essendo tutti protetti dalla comoda soggettività dell’adagio frainteso: i gusti sono gusti.

In realtà il bello e il brutto si rapportano come il bene e il male. Uno esclude l’altro. E allora il Brutto rimane oggettivamente inguardabile mentre  nel Bello ti è pure concesso disdegnare cose che non incontrano il tuo gusto, rispettabilissimo.

Chi stabilisce cosa sia bello o brutto è la stessa entità che discrimina il bene dal male. La Coscienza. Sempre lei. Mutevole e mutante.

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