Archivi del mese: luglio 2012

La coscienza e il gusto

Migliorarsi. Forse una delle poche attività che meriti il dispendio delle nostre esauste energie vitali.

Osteggiare la rassegnazione, debellare l’ignavia depressiva,  ammettere che  il non credere in noi stessi finisce per essere comodo, eliminare l’odiosa litania del “sono fatto così”, porsi dei modelli ambiziosi ma frequentabili, approcciare coraggiosamente all’ignoto, tollerare i saccenti se trasmettono sapere.

Per implementarci  – così da non dover più usare parole come implementarci – è utile intervenire sulla coscienza e sul gusto. E lo dice uno che gettava dal finestrino pacchetti appallottolati di Merit, abbandonava Fantic Motor nei cassonetti, calzava stivaletti scamosciati con le frange di Robin Hood e adorava i pianoforti bianchi.

La coscienza si modifica a suon di vergogna, omologandosi gradualmente al comportamento ritenuto socialmente più corretto, per poi farlo proprio. Il mutato approccio all’ecologia ne è facile esempio.

Per il gusto l’operazione è apparentemente più ardua, essendo tutti protetti dalla comoda soggettività dell’adagio frainteso: i gusti sono gusti.

In realtà il bello e il brutto si rapportano come il bene e il male. Uno esclude l’altro. E allora il Brutto rimane oggettivamente inguardabile mentre  nel Bello ti è pure concesso disdegnare cose che non incontrano il tuo gusto, rispettabilissimo.

Chi stabilisce cosa sia bello o brutto è la stessa entità che discrimina il bene dal male. La Coscienza. Sempre lei. Mutevole e mutante.

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White Stripes

Anticiclone africano. 35 gradi. Cosa induce un uomo apparentemente sano di mente a cimentarsi nella tinteggiatura del soffitto del bagno al sabato mattina? L’estetica del bello, certo. L’eterna competizione con se stessi, ovvio. Ma direi una desolante penuria di pittori liberi almeno fino a settembre.

La tinteggiatura aerea è un’ impresa titanica per un neofita, che va preceduta da un’accurata preparazione con gli appositi tutorial di you tube e allietata da una moglie seminuda e adorante che ti somministra a comando dell’acqua correttamente miscelata: non troppo gassata e non troppo fredda. Michelangelo in Cappella, ti fa sentire.

Ma scendiamo nel tecnico. La diluizione dell’idropittura è fondamentale e oscilla tra il 22 e il 31,2 per cento. Insomma ci devi mettere acqua a caso nell’impasto, dove intingerai il rullo. Già. Il vero uomo schifa la pennellessa, e usa il rullo, strumento infido che egli intinge  nell’apposita vaschetta e poi sgrulla con sapienti colpi di polso  sulla retìna. L’accento ci vuole perché in questo contesto anche la rètina imbiancata è un’ipotesi.

Il rullo va attaccato a un palo telescopico e con quello puoi raggiungere le vette annerite della tua magione.  E cominci ad andare avanti e indietro, senza spingere troppo altrimenti ti sgocciola tutto nelle pupille. E mentre vai avanti e indietro realizzi che il soffitto si bagna a piccolissimi pezzi, ma non si imbianca affatto. Lo sforzo che fai con la schiena è inaudito rispetto al risultato. Sconforto convulso che diventa panico perché ora non puoi più fermarti. Le tue rullate incerte hanno lasciato segni evidenti e se molli arrivano il disgusto e l’ira della adorante, oltre a un calo repentino di autostima. E allora continui. Insomma dai non viene male, e forza che ne hai fatto già un sesto. Vah che si sbianca. Una finale degli europei quanto a pathos.

Il giorno seguente alzi gli occhi, guardi il risultato e mentre le fitte ti devastano la schiena diventi un sacco indulgente: seconda mano? Naaaa, troppo bianco è volgare e poi acceca.

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