Archivi del mese: dicembre 2011

Ops…

La taverna della mia morosa era costantemente in penombra, freschissima d’estate e perfetta per guardare la tv stesi sui divani senza troppi riflessi accecanti.

Anche quel sabato andai a pranzo da lei, con la sua famiglia al completo.

In ossequio ai miei compiti, scesi in cantina a prendere del vino rosato e, passando per la taverna, la notai in piedi davanti allo schermo: si attardava con le ultime notizie prima di salire a preparare la tavola. La luce fioca delle finestrelle disegnava in flebile controluce la sagoma amata. Mi avvicinai con passo felpato, le scostai i capelli dalla nuca e le baciai a lungo il collo cingendole la vita.

Lei si girò, e sorridendomi mi disse: “ a cosa devo tanto affetto?” Mi bloccai interdetto perché mi stavo rocolando mia cognata Laura, la quale per l’occasione aveva pensato bene di acconciarsi i capelli come la sorella maggiore, traendomi così in deplorevole inganno, complice il favore delle semitenebre.

Per anni fui graziato in virtù delle circostanze attenuanti appena riferite, tuttavia, la scorsa notte di Natale, la mia signora, con rigurgito revisionista, mi ha ricordato un contegno recidivo.

Pare infatti che nel lontano 1987, a bordo di una Panda 30 alla volta di Ajaccio, ebbi ad accarezzare furtivamente la caviglia di Antonella, seduta dietro, proprio accanto a Chiara. Insomma questione di millimetri e beccavo la caviglia giusta.

Mi consola il fatto che nessuna delle molestate abbia pensato di urlare o percuotermi e che la Procura si tuttora ignara delle mie malefatte.

Chi sarà la prossima?

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La cura

L’abitudine alle cose belle è un pugno in faccia alla buona sorte. Darle per scontate le impoverisce e poi le soffoca di egoistica anossia.

Certo, le induciamo perché siamo capaci, scaltri o caritatevoli, ma le cose belle, quelle belle veramente, sono pur sempre cosmiche botte di culo, tanto che  i nostri meriti riposano solo sulla cura di tali fortune, giammai sulla genesi.

La cura non ha regole scritte, la tradizione orale è paternalistica, saccente e sporadica, come ciò che state leggendo, tuttavia possiamo naturalisticamente mutuare le cautele che riserviamo ad una pianta, postulando che il pollice verde altro non sia che sensibilità.

E allora non anneghiamola di affetti se è un cactus, concediamole la luce degli altri se vogliamo che fotosintetizzi felicità, osserviamone i cambiamenti al passaggio delle stagioni, senza paura di imporle luoghi alternativi e nuova terra fertilizzata, se soffre l’ambiente.

E poi parliamole, così superando l’iniziale imbarazzo dato dalla presunzione che non ci sappia ascoltare.

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