Archivi del mese: settembre 2011

lo scalpore dei giusti

La soglia umana dell’orrore si eleva per necessità: è così che il medico si abitua al sangue, il soldato alla morte, il commercialista ai fallimenti, l’avvocato alla menzogna.

Ma la soglia umana della decenza, quella no. Quella dipende dai modelli, dagli esempi, dai leader.

Siamo preda di omuncoli prostituiti e privi di coraggio che si accompagnano a donne dalle grandi labbra e dalla poca virtù. L’Italia dei miti, degli attoniti disgustati e dei colti impotenti sembra attendere, inerte, chiusa in un bunker con la tv a manetta, la fine della devastazione.

Meglio smettere di ascoltare e tornare a leggere, riprendersi le parole terse degli onesti, appoggiare gli occhi sulle verità della storia raccontata dai vecchi, attendere senza cedere alla violenza che questa follia fatta di immonde scorciatoie si calmi.

E a te, donna mediatica che venderesti la mamma, voglio rivelare che il gossip è pigrizia, la corruzione non è segno di astuzia, il denaro arricchisce ma non eleva e la figa non è soggetta a partecipazione statale.

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Beppe

Primo giorno, al liceo: mi guardo attorno spaesato, alla disperata ricerca di volti amichevoli o almeno non del tutto sconosciuti.

Niente. Proprio non conosco nessuno.

Mi viene incontro Beppe, tutto scuro in viso, capelli ricci, di sembianze negroidi ma in realtà soltanto calabro. Ha tutte le mani e gli avambracci ingessati. Lo guardo, mi guarda e mi dice:

- ho fermato una vespa con le mani.

- madonna ma così tanto ti ha punto?

- era una Vespa Piaggio, precisa Beppe.

Poi siamo diventati amici, ma non tanto perché lui era tantissimo comunista.

 

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Me ne infisco

“Fai nero tu? Eh, magari potessi”.

La spiegazione è tutta qui. Per gli italiani pagare le tasse è un contegno da sfigati, proprio come occupare la corsia più libera a destra in autostrada, passare le ferie con la suocera o guardare la tv a capodanno.

La reprimenda morale non manca e ce la propinano i forzati del fisco, quelli tassati alla fonte, spesso mossi solo da invidia verso gli evasori. Si elude sulla parcella, sulla manutenzione della caldaia, sulle ripetizioni o sull’alloggio romano frequentato per pochi giorni. E’ un fatto culturale, come correre in macchina fottendo l’autovelox o saltare la fila dei musei all’estero.

Eppure l’etica esiste nel popolo italico. Prendete una partita di calcio: lo spettatore può avere appena parcheggiato il SUV nel posto disabili fuori dallo stadio, magari dopo aver investito un reduce di guerra zoppo, di colore, all’uscita dalla sinagoga, ma a quel primate non fate vedere un gol di mano o l’ingiustizia di un rigore negato. Le regole sono sacrosante nel calcio. O in carcere, vedete che fine fanno quelli al gabbio per reati odiosi alla comunità dei reclusi.

La realtà è che siamo un popolo culturalmente immaturo, pigro e refrattario alle regole civiche, come se avessimo ancora nel dna l’urgenza di incularci i Borboni. Sorge l’esigenza di un’educazione civica efficace: regole chiare, spaventose e inflessibili,  che rendano estenuante ogni tentativo di elusione. Per capirci: l’introduzione del tutor, strumento inflessibile che calcola la velocità media e quindi ineludibile, ha falcidiato tasche e punti degli automobilisti indisciplinati, ma ha dimezzato i morti sulle autostrade. Quel sistema funziona perché è fortemente repressivo.

Finiamola però con i finti moralismi e la gara tra chi evade per necessità e chi per diletto, proviamo ad ammettere che la festa è finita davvero, diamoci e accettiamo nuove regole, magari serie e non destinate a punire solo corridori finto monegaschi o tenori defunti.

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il cerchio

 e c’è stato un momento in cui ci siamo disposti in cerchio, tutti e cinque, con mezze gambe nel mare. Un impulso, nessuna preordinazione, solo l’urgenza di subitanea condivisione: pareva un segnale codificato. In quella posa abbiamo naturalmente abbassato le difese, innalzato la confidenza, esteso l’intimità. I consigli, i pareri, i dubbi e le risa a galleggiare sugli increspati e sinceri riflessi assolati.

Minuti. E poi, quasi vergognosi del girotondo, abbiamo rotto il cerchio e ognuno è tornato a pisciare nel suo mare.

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