Archivi del mese: aprile 2011

Cinque terre, quattro stelle, tre d’amore.

Le Cinque Terre Liguri sono porzioni di mondo incantato, dove rivivi magicamente il fascino discreto dell’epoca rimpianta del dopoguerra.

Quasi in bianco e nero la scena di un ferroviere sorridente che ti stacca il biglietto compilato a mano e ti invita a proseguire nel ventre della montagna ad attendere il mezzo ferrato. No, niente noia nel ritardo perché le veloci litorine in transito ti soffiano la fragranza della galleria in faccia, imponendo a cartacce unte e bucce d’arancia un allegro volteggio tra le masse festose in attesa.  Ancora inebriata dal vento, la folla dai mille idiomi e dalle aguzze picozze di traverso sugli zaini ti spinge sui sedili maculati delle carrozze regionali, testimonianza vitale dei fluidi di gitanti congestionati e affamati.

E poi tutti  in fila a comprare il biglietto per accedere al sentiero dell’amore, così finalmente indotti alla socializzazione che vale ben più dei sei euro esatti.  E come non condividere la scelta di occultare la seconda biglietteria al piano terra, frequentata da pochi scaltri asociali.

La magia dei sentieri ti rapisce, lasciandoti libero di scoprire i tragitti praticabili, per nulla contaminati da scritte ordinarie e banali sulle intervenute frane o sul ripristino dei collegamenti. Finalmente il gusto di esplorare la natura e di tornare sui tuoi passi in caso di sbarramento repentino, perché solo gli idioti non cambiano idea.

La rude ma sincera ospitalità dei ristoratori locali, che adorano l’ordine e non tollerano l’unione dei tavoli, foriera  di indegne gazzarre, ma anche gelosi delle proprie ritirate tanto da disincentivarne l’uso e allenare così le rammollite vesciche dei forestieri impazienti.

E infine coricarsi in alloggi incontaminati, dall’immutato stile post bellico, con poche posate e bicchieri spaiati, sorseggiando un cappuccino fatto proprio come si faceva una volta senza la macchina dell’espresso, come viene. Freddo. Senza schiuma.

Insomma quasi spiace destarsi  da tanta poesia solo per saldare, infine, il dazio del soggiorno alla Cinque Terre Liguri, quello sì scrupolosamente aggiornato.

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Capita

Capita, a volte, di aprire gli occhi prematuri all’alba precoce, all’ora buia dei risvegli ingiusti e di occuparmi inconsciamente del mondo e dei suoi mali. Lo sdegno mi mantiene insonne ed ecco i risultati definitivi come l’impraticabilità dell’energia nucleare o l’imbarazzo della politica estera.

Le consapevolezze del mattino sono lucide, inappellabili, spietate: sono stanco delle pagliacciate che raccontano le compagnie telefoniche, degli uomini senza coraggio che  fingono di osteggiare uomini senza etica, della rassegnazione mascherata da disinteresse e del finto sdegno che cela ideologie stantie.

Ho voglia di guide illuminate, di sentirmi intellettualmente inferiore a chi mi governa, di ascoltare dibattiti che si arricchiscono nel confronto e di respirare ancora il profumo del rispetto.

Non ne posso più di strilli.  Il sussurro della ragione, pretendo. E la carezza dell’arte che sazia anche se non si mangia, l’entusiasmo disinteressato alla divulgazione del bello, i raduni spontanei per  le parole pulite, e poi la musica senza iva e i libri letti a piedi nudi nei parchi.

E poi ho una fottuta voglia di pizza.

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Keep on movin’

Dopo eventi universalmente catalogati come nefasti quali lutti familiari e divorzi contenziosi, è il traslocare l’azione che cagiona maggior danno psicofisico agli esseri umani. Sarà forse il necessario riordino che l’attività comporta o la forzata riesumazione di cimeli, fotografie, mementi variegati e colpevoli inerzie di precedenti traslochi, certo è che il trasferirsi appare  impegnativo, fisicamente devastante e fonte di grande depressione.

Degli innegabili vantaggi dello spostarsi però, mi pare che nessuno (sano di mente) osi disquisire con la dovuta serenità.

Chiariamo subito che io lo faccio spesso (no Matteo non parlo ancora di quello): tra studio e abitazione ho traslocato nove volte negli ultimi quindici anni e – si badi – sempre nella stessa città. Ho acquisito una tal dimestichezza nel comporre gli scatoloni,  sceglierli per misura e peso,  impilarli vicino al muro e descriverne il contenuto sul nastro adesivo, che ormai mi pare un’attività umana ineluttabile,  ciclica, come il cambio delle stagioni, gli scandali sessuali o l’isola dei famosi.

Il primo dei vantaggi del trasferimento frequente è il superamento emotivo del feticismo: l’apologia del “questo no non lo butto ché mi ricorda quando eri piccolo”, la lacrima che t’impedisce di gettare quel regaluccio dal legno lievemente marcito, o il diario della seconda liceo con le foto ritagliate di Bono adagiate su un trionfo di cuoricini rossi.

Ma spostarsi di continuo aiuta pure a prendere coscienza della caducità della vita, a non dare nulla per scontato, a godere degli ambienti in cui vivi e assaporare l’attesa di quelli che ti ospiteranno. E poi nuovi vicini, nuovi caffè, tragitti alternativi che ti fanno scoprire scorci inaspettati, negozi appena aperti, oggetti da comprare, nuovi cantori di strada col repertorio limitato che ti diventa subito familiare.

La cosa a cui meno si pensa è che il trasloco spesso rappresenta il dato tangibile di un salto di qualità della tua esistenza: ti si allarga la famiglia,  puoi permetterti un  mutuo,  o magari sposti l’ufficio in un posto migliore. Certo: potrebberto averti anche sfrattato, ma le deroghe in pejus sono rare e poi non scrivo mai post pessimisti.

Ebbene: in questo preciso momento sto trasferendo lo studio in affascinanti locali che quasi non merito.

Per quello non ho resistito.

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