Archivi del mese: marzo 2011

pari opportunità

 La questione sta tutta in vedere se le donne possano o non possano essere ammesse all’esercizio dell’avvocheria (…). Ponderando attentamente la lettera e lo spirito di tutte quelle leggi che possono aver rapporto con la questione in esame, ne risulta evidente esser stato sempre nel concetto del legislatore che l’avvocheria fosse un ufficio esercibile soltanto da maschi e nel quale non dovevano punto immischiarsi le femmine (…). Vale oggi ugualmente come allora valeva, imperocché oggi del pari sarebbe disdicevole e brutto veder le donne discendere nella forense palestra, agitarsi in mezzo allo strepito dei pubblici giudizi, accalorarsi in discussioni che facilmente trasmodano, e nelle quali anche, loro malgrado, potrebbero esser tratte oltre ai limiti che al sesso più gentile si conviene di osservare: costrette talvolta a trattare ex professo argomenti dei quali le buone regole della vita civile interdicono agli stessi uomini di fare motto alla presenza di donne oneste. Considerato che dopo il fin qui detto non occorre nemmeno di accennare al rischio cui andrebbe incontro la serietà dei giudizi se, per non dir d’altro, si vedessero talvolta la toga o il tocco dell’avvocato sovrapposti ad abbigliamenti strani e bizzarri, che non di rado la moda impone alle donne, e ad acconciature non meno bizzarre; come non occorre neppure far cenno del pericolo gravissimo a cui rimarrebbe esposta la magistratura di essere fatta più che mai segno agli strali del sospetto e della calunnia ogni qualvolta la bilancia della giustizia piegasse in favore della parte per la quale ha perorata un’avvocatessa leggiadra (…). Non è questo il momento, né il luogo di impegnarsi in discussioni accademiche, di esaminare se e quanto il progresso dei tempi possa reclamare che la donna sia in tutto eguagliata all’uomo, sicché a lei si dischiuda l’adito a tutte le carriere, a tutti gli uffici che finora sono stati propri soltanto dell’uomo. Di ciò potranno occuparsi i legislatori, di ciò potranno occuparsi le donne, le quali avranno pure a riflettere se sarebbe veramente un progresso e una conquista per loro quello di poter mettersi in concorrenza con gli uomini, di andarsene confuse fra essi, di divenirne le uguali anziché le compagne, siccome la provvidenza le ha destinate”.

(Corte d’Appello di Torino, 11 novembre 1883 in ordine alla richiesta della dottoressa Lidia Poet di essere iscritta all’Albo degli Avvocati)

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Quante volte, figliolo

La frequenza copulatoria delle coppie italiane (106 volte in un anno), enfaticamente riportata nel post che precede, merita un fugace approfondimento.

Posto che fuori dalle urne e sotto le caldi coltri la menzogna è sempre in agguato, infingarda e ben occultata nei meandri del cervello perverso di chi gode a falsare i dati, v’è da dire che il numero sopra riportato non è così abnorme come alcuni mi hanno segnalato sgomenti.  Rifacciamo i conti e proviamo a dividere queste benedette centosei copule chimeriche per le cinquantadue settimane che compongono un felice anno di due persone sane, conviventi e senza problemi apparenti. Ebbene il risultato aritmetico è che si dovrebbe fare all’amore un paio di volte la settimana.

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Vi ho lasciato questi pochi secondi per fare i vostri conti.

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Questo ulteriore momento riflessivo vi è servito per scegliere l’atteggiamento verso le parole che seguiranno. Se siete sotto soglia avrete elaborato delle scuse e ora siete sulla difensiva, se invece rispettate la media citata, state tirando un sospiro di sollievo e quel bel sorrisone era un po’ che non lo si vedeva.   

Non sono un sessuologo o un terapeuta della coppia. Sono meglio. E anche voi lo siete, visto che la coppia la vivete sul campo senza riempirvi tanto la bocca (qui i doppi sensi erano due e chi li trova può infrattarsi per la terza volta questa settimana).

Allora diciamocelo con franchezza:  questa ponderata media è un giusto compromesso tra l’atavica urgenza maschile - (pluri)quotidiana –  e il muliebre soffio amoroso – “intanto abbracciami” – Ora, siccome considero l’ipocrisia nel sesso istituzionale come una flagello anticostituzionale da debellare, smettiamola con la narrazione fiabesca che ognuno si regola come vuole, che insomma i bambini, il lavoro, lo stress e il logorio della vita moderna. Se rimani sotto soglia per oltre un semestre la tua insoddisfazione strisciante, l’ingestibile bramosia di carboidrati, il martello alle tempie e il galoppante calo della vista hanno tutti la medesima causa omissiva.

Chi si nega danneggia anche te. Pensaci!

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Miracoli

Sono numerosi gli atti di superbia che i portatori di ego ipertrofico propinano al mondo. Tra questi, i più odiosi sono i decaloghi o i testi unici del buon vivere, componimenti a schema numerato che aspergono arroganti regolette esistenziali, pescando a mani basse nella generalizzazione e nel luogo comune.

Compiendo l’ennesimo atto saccente di cui non ho vergogna alcuna, sento l’urgenza di ordinare i miei  confusi pensieri mattutini in tema di convivenza, coppia e quieto vivere, a ciò indotto da oltre un quarto di secolo di morosamento accidentale.

1) Sangre. E’ perfettamente inutile  convivere con un soggetto che non ti fa sangue. Parlo non già delle percosse, bensì dello strizzamento gastroesofageo che ci induce la visione del suo culo. Una solida unione ha il sesso come collante, mentre la stima, l’affetto e la voglia di stare insieme sono solo il risultato di una frequente quanto appagante attività copulatoria. Vi tolgo il dubbio: le coppie italiane lo fanno 106 volte in un anno, che fatti i debiti conti sono circa nove volte al mese, che si traduce in 2/3 volte alla settimana al netto del periodo splatter. Al di sotto di questa soglia sarebbe sano passare meno tempo a leggere i blog.

2) Respect.  Le tazze della colazione nel secchiaio al tramonto, gli stivali incastrati sotto al divano, l’accappatoio umido sopra il letto disfatto o le mutande abbandonate sotto la doccia sono acuminati punteruoli rivolti alle terga della serena convivenza. Purtroppo lo si realizza solo quando l’ultima porta sbattuta dal fuggiasco amore ci risveglia dal comodo torpore dell’ignavia.

3) Milagro.  L’unione duratura è una clamorosa botta di culo. Insieme coattivamente non ci puoi stare sol perché te lo sei promesso in una chiesa barocca o giurato in un salone cinquecentesco: la convivenza ha senso solo se ti scegli ogni mattina.  Ma una scelta seria si fonda sull’esistenza di un’astratta alternativa potenziale. Perché siam tutti carini, fedeli e monogami finché nessuno ci vuole. 

4) Prole. Allevare i figli è un lavoro? Bene, allora bisogna rigorosamente prevedere apprendistato,  mansioni precise, turni diurni e notturni, qualche straordinario e delle meritate ferie da godersi senza senso di colpa. Quanto ai permessi e alle festività non godute sarà bene spiegare alle nonne titubanti quanto bene fa all’amore una commedia romantica e una pizza alle melanzane fritte il sabato sera.

5) Dove minchia sei stato?  La gelosia presenta insormontabili problemi processuali perché il materiale illegittimamente acquisito non lo puoi utilizzare nella piazzata partenopea che segue.  Allora  lasciamo stare i cellulari abbandonati sul tavolo, non rovistiamo nei pc altrui, dimentichiamo le password scritte sui fiammiferi e concentriamoci sulla constatazione che la gelosia è una battaglia persa. Prima, rovistando nelle tasche, potevi scoprire amori platonici o scopate clandestine nei motel; con le prime soffrivi, con le seconde sparavi. Ma ora la rete ha introdotto gli affetti elettronici: nuovi rapporti dove si arriva a volersi bene senza  essersi mai incontrati di persona: molto più di un’amicizia, poco meno di una relazione fisica. E allora che fai: soffri o spari?

 

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Tu manciare polpetina sighnore?

Scorgo da lontano l’amico che sto aspettando da dieci minuti. Mentre mi si avvicina stento a riconoscerne le fattezze: dalla giacca blu ben sfiancata che si apre ad ogni passo mi sfuggono le sue decennali rotondità. Gli guardo il viso: ancora tondo. Niente smungiture post malattia e patimenti da diete maldestre.  Sembra un uomo ben fotoshoppato, ma è vivo.

Anch’io voglio.

Un nome, un numero di telefono e la settimana dopo sono in mutande sulla bilancia di un dottore che è alto come me, ha dieci anni di più e pesa 14 chili di meno. Il dott. Mengele misura, annota, intervista e sentenzia: 66 chili.  70, ribatto io. La trattativa serrata si chiude a 68 senza l’ausilio di chimica, diuretici, lassativi e psicofarmaci. Ride beffardo che senza non ce la farò, schiaccia un pulsante e due infermiere mi prelevano. Le valchirie in camice bianco mi deportano in un locale buio a cento gradi e un megaschermo centrale.  Mi chiudono dentro per dieci interminabili minuti. Poi, al grido di metodo Kneipp irrompono decise e mi buttano sotto la doccia ghiacciata. Faccio l’uomo e simulo di poter respirare ancora. Di nuovo in sauna. Perdo il conto della sequenza del trattamento Kneipp. Ad ogni rientro all’inferno cambia il conduttore: non più Barbara D’Urso, bensì Mara Venier e poi Lamberto Sposini. Alla quarta sauna ho visioni agghiaccianti tra Brembate e Avetrana.

Mi prelevano, mi avvolgono in un sarcofago in pile e mi fanno coricare per finire la lessatura. Dieci minuti di grande riflessione in cui mi pongo delle giuste domande, ma non c’è tempo per ravvedersi:  una terza donna mi fa stendere su un lettino, mi abbassa lo slippino e comincia a spanpugnarmi energicamente alla ricerca dell’adipe braccato. L’estasi artificiale viene turbata da un urlo terrifico che rieccheggia dalle sale adiacenti: NO MANCIARE MAI PIZZA CHE INCRASSA DUE CHILI PER LIEVITIIIIII!!!

Sto per rivestirmi, perché voglio tornare a casa mia, tra i miei affetti, le cose più care. No, non è finita. Una quarta operatrice del benessere mi mette sulla bilancia, mi guarda e con la dolcezza di Mamma Ebe mi sussurra: TU TIENE QUESTO PESO FINO PROSSIMA FOLTA CHIARO!

Chiaro, sì.

Mi viene un sacco da piangere. 

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