Archivi del mese: gennaio 2011

invito a cena col morto

Quando inviti una donna a cena, è sempre un evento galante“.

Questa deliziosa concezione del desco eterosessuale ha mandato in bianco  più del pedalino corto color tortora, delle dita nel naso o della maratona del fantacalcio tra il dolce e il caffè.

Le donne si invitano a cena con questi scopi alternativi: meramente gastronomico,  ludico-amicale o addirittura provolo-copulatorio. Il fine ultimo dell’invito è proprio ciò che la dama tenterà di scoprire al più presto, quantomeno per scegliere cosa indossare, dopo la consueta litania sconsolata di fronte all’armadio, sempre incredibilmente sfornito di capi adatti. 

Ma cosa svela lo scopo dell’allegro desinar? Ovviamente la scelta del ristorante. E qui mi casca l’asino. Qui l’uomo mi commette l’errore irrimediabile che compromette la riuscita della cena stessa.

Cosa combina infatti il nostro intraprendente cavaliere dubbioso? Spara alto, va nel lusso, sceglie il locale alla moda, pretenzioso o comunque costosissimo, ritenendo di far cosa buona e giusta, quantomeno per trasmettere stile, classe, agiatezza o con il chiaro intento di celebrare l’evento.  

E così la cena ha già il suo morto.

La donna, dopo che due camerieri le avranno sfilato il cappotto rivelando l’inadeguatezza di jeans stivali e maglione, dopo che il commis le avrà accomodato la sedia in pelle sotto i glutei tremolanti, dopo che il maitre le avrà porto il menu in francese privo dei prezzi, ebbene ella sarà completamente irrigidita dai dubbi.

Il ristorante lussuoso va sempre evitato perché palesa automaticamente l’intento provolo-copulatorio, anche se magari si voleva andare a cena con un’amica di passaggio o si gradiva testare la nota tartare di tonno pinnato del Canada emigrato casualmente nel sud della Sardegna.

Il segreto del successo di una cena è svuotarla di secondi fini, concentrandosi solo sul piacere della compagnia e sulla necessità di nutrirsi. Basso profilo, ambienti sobri, qualità del prodotto. Insomma è con una buona pizza che si ripopola il mondo.

Lo so malfidenti. Vi state chiedendo: “ma che ne sai tu, Splendido, che stai da una vita con la stessa donna? 

Ma perché, Salgari in Malesia c’era mai stato?

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de verecondia

Quando sei padre e il tuo capolavoro raggiunge l’età della ragione o direttamente lo stadio della pungente ironia, senti l’urgenza di verificare se abbia efficacemente assimilato le categorie fondamentali del corretto vivere sociale, ossia la Vergogna e il Rispetto. Fa parte del tuo compito educativo e non ti puoi esimere.

La Vergogna gliela inculchi da piccolo e pretendi che assurga a sanzione interiore che dovrebbe autogenerarsi alla semplice  contestazione della marachella compiuta. ” Ma non ti vergogni?” o il più secco “vergognati!”, fino all’umiliante “vergogna marcia!!” sono incitamenti che nel tempo aiutano a sviluppare nel soggetto quel sentimento di mortificazione collegato a contegni sentiti come sconvenienti, disonesti o indecenti. La vergogna appunto.

Se sei accorto o semplicemente fortunato, riesci a stimolare nell’erede anche la genesi del vergognoso disagio che si accompagna a ciò che normalmente appare contro la moralità, definito Pudore.

Vergogna e Pudore sono utilissimi alla conservazione della specie. Nel campo sessuale, per esempio, il tener celate le proprie grazie ai più, riservandole a pochi fortunati, accrescerà l’interesse verso il corpo, farà avvertire lo svelarsi di esso come un dono all’altro, il quale ricaverà  dalla visione un’enfatica eccitazione sessuale. A cascata si accrescerà l’intimità della coppia che quindi tenderà a reiterare copule appaganti e per ciò maggiormente feconde. 

Il Rispetto assolve invece la funzione di definire i ruoli dei soggetti con cui il pargolo si relazionerà. Non si grida alla mamma, non si risponde male al nonno, ci si alza quando entra la maestra, non si sputa all’arbitro, ci si ferma col rosso, si risponde ai magistrati. Il rispetto più che insegnarlo, lo si infligge, tramite sanzioni graduate a seconda dell’età del reo. Da “a letto senza cena”, alla disattivazione del modem per una settimana, alla confisca della paghetta, all’espulsione dal campo, all’esilio a Gedda.

Stasera darò corso in famiglia al test delle categorie assimilate , ma sono speranzoso e anche sinceramente orgoglioso. So che otterrò risultati soddisfacenti.

E così potremo sederci tutti intorno al mappamondo illuminato e scegliere in quale Paese andare a vivere. 

 

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Solitude

Pensate un attimo alla solitudine.

Ad essa diamo sempre accezioni negative e colorazioni fosche definendola come una sorte di tremendo castigo che il mondo crudele ci infligge, per motivazioni che spesso affondano radici nella sfortuna o nel nostro sgraziato aspetto psicofisico o nella nostra innata antipatia. Un enorme buco nero da colmare con doni inopportuni, parole incessanti che stordiscono preziosi silenzi, continue ricerche di attenzioni, contegni appiattiti quanto patetici, contorte manifestazioni di affetto.

Beh, la rivelazione odierna è che quella concezione di solitudine forse è distorta e comunque non è l’unica.

Svuotiamo la mente, torniamo indietro e guardiamo la cosa con prospettiva differente.

La solitudine è lo stato naturale che ci accompagna dal primo vagito all’ultimo rantolo; una condizione cosmica irrinunciabile, che corrisponde al trovarsi al cospetto di noi stessi. Lo facciamo quando cogitiamo, quando programmiamo la nostra giornata, quando ci rimiriamo allo specchio, quando ci prendiamo cura della nostra salute. Quale condizione fisica e naturale, proprio come il caldo e il freddo, non necessita di giudizi particolari. C’è e basta.

Nel momento in cui ci consideriamo e ci giudichiamo, abbiamo già compiuto quel processo di riconoscimento della nostra alterità che scaccia l’accezione negativa della solitudine. In quel preciso istante e da quel magico momento non siamo più soli, ma in compagnia di noi stessi. E vi assicuro che a volte è la miglior compagnia possibile, come ben sa chi predilige le regate in solitaria o scala le vette ascoltando solo il battito del cuore che si accorda con il vento.

Chi sta bene con se stesso ha sempre un sacco di gente intorno. Perché la compagnia è come una banca: concede crediti solo a chi sembra non averne bisogno.

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Miss understanding

Oggi le relazioni sentimentali somigliano molto a un’anarchica partita di calcio, informata di poche regole, mal scritte e poco rispettate.

Non si capiscono gli schemi, e sopratutto son confusi i ruoli di chi attacca e chi difende.

Uomini intimoriti, attendisti, poco indipendenti si relazionano malamente con femmine spregiudicate, dirette, che spesso camuffano la voglia di unioni stabili con goffe richieste di sesso sporadico, che le lascia inesorabilmente sole e ancora più dure, dopo.

La mascolinizzazione delle donne ha reso più insicuri gli uomini e tra lei che ruggisce e lui che balbetta la comprensione scricchiola e il sentimento non decolla. Sarà bene trovare alla svelta nuovi linguaggi o alternativi quanto efficaci mezzi di comunicazione sentimentale, perché riscontro concreti rischi di fraintendimento nelle coppie in fieri.

Ed è inutile appellarsi all’intuito, perché insieme ai ruoli si son sgretolate le certezze classiche sui contegni relazionali. Oggi se una donna ti dice no, non vuol dire sempre forse, magari vuol proprio dire sparisci verme e se ti propone una ”botta e via” magari intende una botta e resta.

Forse, per progredire utilmente nell’approccio, sarebbe necessario trasmettere la progettualità, facendo capire al nostro spaesato interlocutore se vogliamo “stanotte” oppure “stanotte e forse domani”, che è già una dinamica di grande speranza.

Una certezza però mi rimane: che le donne continuano ad usare il sesso come il pongo. Lo plasmano e ci costruiscono delle cose; non si sporcano solo le mani.

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