Archivi del mese: dicembre 2010

s i p u ò f a r e e e e e

I bilanci sono scomodi e spesso fanno pure male, ma eluderli equivale ad ignorare la storia, il che genera mostri e costruisce futuri incerti.

Che il rendiconto di fatti e misfatti dell’anno trascorso non sia l’ennesima scusa per autocommiserarsi, consolidare fallimenti o piangersi addosso. Meglio considerarlo un trampolino per nuovi traguardi, sempre più ambiziosi, tipo non cambiare nulla della propria vita perché va bene così, o stravolgerla completamente perché fa oggettivamente schifo.

Oggi bisognerebbe passare almeno un’ora a svuotarsi. S v u o t a r s i. Oh sì, proprio facendosi domande scomode, ridendo a crepapelle, magari piangendo a dirotto, ma strappandosi da dentro tutto ciò che va cambiato, replicando il rito partenopeo di lanciare dalla finestra le cose vecchie, sperando che non rimbalzino sulla monnezza.

L’anno che verrà sarà l’anno del Coraggio.

Il coraggio di cambiare lavoro, perché alzarsi alla mattina deve tornare ad essere un atto gioioso.

Il coraggio di andare finalmente a vivere da soli, perché rovinano più le madri protettive della solitudine.

Il coraggio di sposarsi, perché i fidanzamenti precedenti si sommano come il possesso per le usucapioni.

Il coraggio di prendere coscienza dei propri limiti, ma solo dopo averli realmente sperimentati.

Il coraggio di lasciar andare le persone, perché accanirsi uccide il buon ricordo.

Il coraggio di perdere degli amici perché la sincerità sfoltisce gli affetti.

Il coraggio di mostrare le debolezze senza ostentarle strumentalmente.

Il coraggio di affrontare la paura, quantomeno per arginarla.

Agli amici che ora nutrono il legittimo dubbio che qualche frase augurale di questo post li possa in qualche modo riguardare, voglio dire: sì, è esattamente così.

 

 

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Present free

La meraviglia di un Natale senza regali mi mancava. E me lo sono regalato.

No, non è solo merito mio. Anzi il processo non è stato certo indolore o esente da sofferenze, ma ne sono fuori. Sono uscito dalla dipendenza da regalo coatto, sia attiva che passiva. Mi sono sciolto dai lacci dello shopping affannoso del 23 pomeriggio, ho abbandonato l’ansia del last minute packaging. Basta, ho bandito la strenna natalizia, non ne faccio e non ne voglio, salvo ovviamente pensieri, opere, canzoni, creazioni e manufatti creati appositamente per me, come già ebbi a riferirvi lo scorso Natale.

Ho vietato i regali natalizi tra soci, stornando  il corrispettivo ai bisognosi, giusta una cosa per i figlioli, recentemente orfani di Santa Klaus (no, wikileaks non c’entra, l’han scoperto da soli) e assolutamente niente per lady Splendor, che pare essere al settimo cielo per una scelta che in cuor suo ardeva da tempo.

Il senso che si prova è di libertà pura. E’ come smettere di fumare: ti pare di esser quasi obbligato alla cicca, ma poi scopri che non solo puoi farne a meno, ma è semplicemente naturale e pure sano astenersi.

L’ inebriante arriva quando realizzi che non ti interessa se la tua scelta verrà capita o meno. Non hai più nulla da dimostrare tramite il regalo, non devi più annotarti il budget e non devi ricambiare con pari valuta. Torna la libertà di fare i regali senza esservi obbligato.

Ma soprattutto torna il piacere di riceverli.

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saggezza

La fidanzatina se l’aspetta di certo un regalo, insomma  almeno un segno o un piccolo pegno dell’impegno. A 15 anni il primo regalo che fai alla morosa ti mette addosso un’ansia che ti annichilisce anche lo spirito natalizio.

D’impeto entra in gioielleria, il ragazzo. Si fa mostrare gli anelli. Gli piace vincere facile. Questo, sì è carino, quest’altro ha la pietra del colore giusto e questo? Oddio ma questo è perfetto.

Perfetto, certo. Ma cazzo costa 480 euro!

Mi mostra dell’altro? dice il ragazzino. Il commesso si fida. Esce dalla stanza senza esitazioni, alla ricerca, nel retro, di altri monili da mostrare al giovane esigente.

Un lampo: il ragazzo prende l’anello perfetto e lo inverte con quello sì carino, ma da 80 euro. Si fa incartare quello figo, pagandolo 80, e questo nella confusione prenatalizia delle gioiellerie vicentine può anche succedere.

Il giorno seguente il commesso ricontrolla gli anelli; non gli tornano i conti. La videocamera di controllo svela l’arcano. Ne parla con un amico carabiniere, c’è imbarazzo, la voce poi gira e arriva alle orecchie del padre dello scaltro acquirente, conosciuto e stimato nel quartiere. Non v’è cronaca del dialogo intergenerazionale, ma posso immaginare come il ragazzo sia stato amorevolmente indotto al ravvedimento operoso.

Padre e figlio tornano in negozio, il figlio si scusa, il padre vuole pagare tutto. Il commesso, commosso, offre sconti sull’anello di valore. Alla fine  il giovane innamorato si ravvede e chiude:” meglio che prenda quello da 80, sennò la mia fidanzata pensa che la voglio sposare!”

Il simpatico resoconto dal sapore tanto natalizio era sul giornale locale di ieri. 

La notizia temo fosse la nazionalità marocchina dell’innamorato.

 

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Scusa (se ti chiedo scusa)

La nobile azione di scusarsi è un momento di autocritica, un meritorio atto di contrizione,  un lodevole tentativo di rimediare a un errore, per indurre l’offeso al perdono o quantomeno per mitigarne l’ira più o meno funesta.

Si badi, però: le scuse non denotano mai debolezza, bensì grande coraggio, come ogni intima analisi che ci rimetta in discussione. Vanno poste con fierezza, le scuse, ma anche con parsimonia, sguardo dritto negli occhi, sincero pentimento e, a livello acustico,  i più quotati guru(s) della comunicazione raccomandano l’uso di voce verde, modulata e diaframmatica.

Tutto semplice? Ovviamente no.

A ben vedere, di gente che sa scusarsi con stile ce n’è gran poca. Insomma, quelli che ne avrebbero le capacità sono spesso sopraffatti dall’orgoglio accecante e finiscono per rimangiarsi ogni punta di ravvedimento, per poi compiacersi del proprio stolto contegno fonziano (certo, Happy Days, ehiiii, mai visto Fonzie scusarsi?).

Per chi si scusa senza classe, ma trasudando sincera contrizione, c’è invece grande indulgenza e si tende ad andare pragmaticamente al sodo, incassando l’altrui pentimento e archiviando velocemente il malinteso con mezzi sorrisi e pacche sulle spalle.

Ma c’è una categoria di cui diffidare: gli apologizers. Quelli che passano il tempo a scusarsi e che con gli apologeti proprio nulla hanno da spartire.

Gli apoligizers abusano costantemente del mezzo, rendendo stucchevole e irritante la richiesta di perdono. La reiterano in loop lisergico, e allora: scusa se ti chiamo a quest’ora, scusa se mi sono permesso, scusa se ho introdotto l’argomento, scusa se ti chiamo amore, scusa se esisto e scusa scusa, ma scusa un cazzo.

Scusarsi non è un mezzo per farsi accettare. L’insicurezza non va cammuffata da autocritica per costringere subdolamente l’interlocutore ad accoglierla facendo leva sui nobili sentimenti del perdono e della pietà o su quelli magari un po’meno edificanti del senso di colpa. C’è una deontologia da rispettare nelle relazioni umane. Pensate agli spot natalizi coi bambini biondi e le slitte di renne munite che inducono agli acquisti i depressi e irritano gli ipertesi. Pensate ai cori delle ugole famose in vigliacco giro di do per raccogliere fondi a favore dei popoli disastrati (fatevi un’idea con “You are not alone” di Michael Jackson, che manco è di beneficenza). Si toccano subdolamente le corde più sensibili dell’animo umano per indurle ad azioni altrimenti selezionate dalla razionalità.

La discolpa dovrebbe rimanere l’eccezione, il nobile tentativo di risolvere o prevenire un conflitto e mai divenire stucchevole cavallo di troia per sdoganare le proprie insicurezze.

E scusate lo sdoganare.

 

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Piano piano

Le sensazioni tattili archiviano i ricordi forse meglio delle emozioni visive o delle parole parlate. Dei profumi no, certo. Tuttavia, mentre gli odori ti scagliano violentemente indietro nel tempo per poi tramortirti con flash emotivi inaspettati, toccare le cose lo scegli, quando e come vuoi. Ed è sempre un riaffiorare lento, pilotato, consapevole. A volte lo fai per rivivere piccole scosse, più spesso per rassicurarti.

Non mi sorprende che mio figlio principe mi chieda di accompagnarlo allo scaffale dei soffici maglioni di cachemire, né che le persone cerchino così spesso il contatto fisico, pur avendo superato i due anni di età.

La selezione degli oggetti prescelti è estremamente soggettiva e si avvale di scelte casuali. Lo scopri per caso ciò che ti piace toccare, ma devi quasi abusare delle mani per scoprirlo. Per questo è inconcepibile il divieto di sfiorare le statue di Rodin a Parigi. Non puoi farne a meno, semplicemente. E i custodi dovrebbero farsene una ragione.

Io tocco le risme di carta. Le scarto e poi le tengo tra pollice e indice. Con entrambe le mani. Non so perché ne sono attratto: forse inconsciamente assorbo sensazioni di opulenza, di pulizia del bianco, di ordine simmettrico. Poi le annuso pure prima di inserirle nel cassetto della stampante: l’odore della carta è rassicurante e buonissimo.

E poi cerco la manopola del gas della mia moto. Ma la mia moto non è più giuridicamente mia e ora scorrazza per il centro di Londra sotto al culo di chi sa chi e così mi capita di toccare quelle degli altri, parcheggiate fuori dai locali. Sono morbide le manopole della moto e per quanto la gommapiuma nera tenti di assorbire le vibrazioni che il gas le impone, qualcosa sfugge. E mentre  stringi  la destra e ruoti il polso, le residue scosse sfuggite ti salgono veloci sul braccio, su fino alla testa facendoti vibrare leggermente le ossa del cranio. Quel gas decide le accellerazioni della tua libertà ed è fin troppo facile spiegare l’invaghimento tattile.

Ma sono i tasti del pianoforte gli oggetti di cui non posso proprio fare a meno. Un piano l’ho sempre avuto in casa: verticale, poi a coda, in futuro magari elettrico, ma il bianco e il nero dei tasti di legno e avorio hanno scandito con immutato rigore cromatico i miei eventi. Come io non sia ancora diventato un pianista non è dato sapere. Forse la materna sacralità che ammanta quello strumento mi ha impedito di giocarci. Magari dovrei imparare a toccarlo senza reverenza.

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