Archivi del mese: novembre 2010

connecting young people (inside)

Due meno un quarto. Il mio secondogenito decenne, affamato e solo a casa, da perfetto nativo digitale non mi telefona, ma scherziamo, no, lui mi chiede un contatto sulla chat di g talk e mi scrive sullo smartphone che lui insomma ‘sto ritardo per pranzo non se lo spiega e che comincia anche a preoccuparsi.

Dopo qualche momento di stercoemotività per aver fatto preoccupare il bambino, realizzo che sono stato inghiottito dall’ineluttabile esigenza di connettività. Guardo il mio apparecchio come se lo vedessi per la prima volta e comincio a schiacciare tasti automaticamente: sto cambiando applicazione a seconda del mio interlocutore. Gtalk con la famiglia e gli amici , col fratello minore via di messanger whatsapp per dialogare con gli Iphone, con le socie quello per Blackberry, e poi email per clienti o disadattati del socialnetwork. Assolutamente residuali gli sms. Non telefono neanche più, mi pare inutile avendo il dono della sintesi. Insomma sono tecnologicamente all’avanguardia e quindi modernissimo senza neanche tanta fatica.

Ma posso dirmi  felice di tanta costante perpetua assidua reperibilità?

Senza dubbio. Sì. Lo ammetto. Avere il mondo connesso in tasca lo trovo semplicemente straordinario, perché mi pare di non perdermi nulla di ciò che accade nel mondo e per uno che ha l’urgenza di vivere la sensazione è notevole, tanto da chiedermi come abbia potuto fare senza, prima. Certo bisogna abituarsi a scrivere coi pollici con una tastierina dei Puffi, ma è comunque meno snervante di uno schermo touch dove i tasti son disegnati e senza fisicità. Per quello la mia scelta è caduta su quello nero serioso e non su quell’altro fighetto con la mela (per ora, perché solo gli idioti non cambiano idea).

I miei figli mi hanno chiesto di spiegare la scelta. Schierarsi non fa mai male, ho spiegato loro. Dopo i Rolling Stones contro i Beatles, I Duran contro gli Spands, Oasis Vs. Blur, Berlusconi contro Fini, gli italiani hanno trovato un nuovo motivo di divisione: cultori dell’Iphone Vs. fruitori del BB.  E se fosse politica pure questa scelta, allora Gaber non avrebbe dubbi: l’Iphone è di sinistra e il Blackberry di destra.

Ecco, non so se l’Android sia di centro, ma con l’aria che tira uno smartphone che rappresenti il terzo polo a breve andrà a ruba.

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l’intuizione del Pepper

Oh beh, in fondo è sempre istruttivo ascoltare le doglianze – più o meno strumentali – di chi subisce le supposte angherie del potere. E qui supposte mi acquisisce una simpatica quanto involontaria accezione che appositamente lascio per muovervi il sorriso.

Di questa foto si è detto di tutto: e il sigaro, e il posacenere,  e guarda il maglione, insomma una vera e propria scansione mediatica con asperrime polemiche su divieti di fumo, e poi la sudditanza, il buon gusto, la protervia e via di penna acida.

Il fatto è noto: il premier, sua eccellenza il ministro on. Umberto Bossi e il Governatore del Piemonte – avv. Cota – si recano in Veneto per far sentire la solidarietà concreta dello Stato ai popoli alluvionati. Qui raffigurata è la sosta in Prefettura a Vicenza per l’immancabile e attesissima conferenza stampa.

Ma guardiamola ancora questa foto. In essa si scorge il senso ( e vi concedo la doppia accezione veneta di senso quale sensazione e/o disgusto) di tutta la politica italiana degli ultimi anni. Il contegno dei personaggi ivi raffigurati è illuminante.

Ecco il Ministro per le Riforme. Come casa sua. Lui è in Veneto e come nel suo salotto indossa il cardigan fatto ai ferri dalla nonna Maria di Ponte di Legno e fuma il suo sigaro con tanto di capello arruffato post pisolo. Il messaggio politico che vuole trasmettere è chiaro: non rompetemi i coglioni.

Il Governatore Cota. Niente cravatta ma giacca scura, perché questa è la classe dirigente leghista di seconda generazione, casual ma laureata. Ma notate ora la postura inclinata verso l’Umberto. Questa e non il gesto di reggere il posacenere attesta imperitura fede e sempiterna devozione al padre putativo. Sbaglia chi la scambia per piaggeria, questa è gratitudine vera, è affetto smisurato, lealtà al capo supremo e credetemi, non scherzo.

Nonostante si siano cimentate al commento penne acute e illustri, la vera intuizione non l’ha avuta Gramellini sulla Stampa, bensì Peppermind su Friendfeed. Guardate il premier: semplicemente impeccabile. Camicia perfetta, polsini e collo inamidati. Abito scuro, impettito, istituzionale. Mentre l’espressione grave porta la preoccupazione del governo per il disastro subito dalle genti, il Pepper rileva – e qui c’è del genio osservatore – come il Cavaliere, con grande naturalezza e disinvolta plasticità,  mimi con le mani la cosa che maggiormente lo assilla.

E noi, seppur alluvionati, sul punto non lo si biasima.

 

 

(La medesima conferenza stampa tenutasi poi a Mantova)

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Serenissima?

Ripensavo in questi giorni pieni d’acqua indesiderata alla metamorfosi dell’immagine veneta nell’italico sentire. Il cinema neorealista ci dipinge dapprima contadini incolti e  alluvionati del Polesine e poi terroni del nord nelle fabbriche del Piemonte. La commedia trash degli anni 70 ci racconta le venete come servette stolte e un po’ troie (ma per esigenze di copione boccacesco non per indole), mentre Albertone con un commovente quanto improbabile dialetto veneziano dipinge il gondoliere serenissimo,  provolone almeno quanto un bagnino riminese.

Poi tutto muta,  negli anni 90 il Veneto chierichetto e scudocrociato si ritrova orfano della balena bianca e s’invaghisce del cavaliere, scoprendosi portatore di un modello economico che vince, guadagna, compra, esibisce, ostenta. L’antica simpatia per il bifolco emigrante recede di fronte all’astio invidioso per l’arricchito. E’ ricchezza fiera, tutta guadagnata sul campo senza malavita o cassa del Mezzogiorno, e poi comunque il nero lo fanno tutti.

E adesso? La satira, cinica e generalista per definizione, così sberleffa gli alluvionati  (spinoza.it: Il Veneto finisce sott’acqua. Confermando la vocazione al sommerso. (Ma guardiamo il lato buffo: un sacco di leghisti sui gommoni) Il Veneto ha risposto all’emergenza usando le procedure standard: squadre di cittadini girano per le strade gridando alle acque di tornarsene a casa loro.  Insomma, adesso siamo leghisti, intolleranti, razzisti ed evasori.

L’invidia finalmente ha trovato una legittimazione politica e i trionfi della Lega ne sono la conferma. Il veneto è diventato razzista? Non proprio. Qui non si discrimina il diverso, anzi qui il bengalese in conceria è osannato e l’est ha molto successo, sia biondo ed avvinghiato ad un palo sia che ti costruisca la villetta in collina. Qualunque sia l’etnia, la voglia di lavorare integrerà chiunque qui. Ciò che il veneto non tollera è il parassita, che delinque, ruba, ti rovina l’ordine. 

La Lega incarna l’egoismo di ogni nordico, i cattivi pensieri verso le Audi degli zingari, la rabbia per il denaro buttato. La Lega è uno scoppio irrazionale d’ira, una reazione sconsiderata per un ordine agognato che non ti viene garantito. Ma prima o poi tornerà la ragione perché qui il vero social network rimane la parrocchia e i valori del Veneto non coincidono con l’egoismo facile, brutale, rozzo, ignorante del cieco particolarismo pseudobavarese, ma con la pazienza contadina e la solidarietà immanente di un popolo che rimarrà per sempre democristiano, nel senso più nobile del termine.

Se la Lega abbraccerà tali sentimenti governerà a lungo, altrimenti sarà stato tanto Rumor per nulla.  

 

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Aggressive

I danni dell’aggressività mal arginata possono risultare devastanti. Elementi positivi, di quotidiana confidenza, di grande utilità o di vitale importanza, in assenza del dovuto controllo possono creare disagi dalle conseguenze incalcolabili.

Letti normalmente sufficienti ad ospitare placidi corsi d’acqua, si rifiutano di accettare la repentina abbondanza ed esondano rabbiosamente ciò che diviene improvvisamente superfluo.

Il preavviso non è mai sufficiente, l’ira sbotta sdegnosa e t’investe lasciandoti basito, l’imbarazzo iniziale diventa fastidiosa inadeguatezza,  e l’insofferenza si tramuta in sgomento.

La natura ti pare sempre di conoscerla bene, di poterne fruire a lungo fino ad abusarne; ti crogioli nella certezza di saperne saggiare a dovere le reazioni, di calibrarne adeguatamente la prevedibilità. E invece la natura è bipolare e la tua previsione si rivela mera presunzione, calcolo smargiasso, semplicemente sbagliato.

E la reazione tracima incontrollata. La si subisce. La si soffre. La si detesta.

Si poteva evitare?

Le reazioni inconsulte si possono sempre prudenzialmente prevedere, ma è ineluttabilmente naturale sottovalutarle.

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