Archivi del mese: ottobre 2010

Gelosia

Ma sarà poi tanto disdicevole bramare il possesso di qualcuno, uomo donna frutto o fiore che sia?

Oh insomma, a leggere i resoconti sulla gelosia c’è da rabbrividire: si va dall’abbaiar di cani che attira i ladri al “più grande di tutti i mali e quello che ispira meno pietà alle persone che la provocano” e poi giù di roncola con la sentenza secondo cui c’è più amor proprio che amore, nella gelosia.

Ad essa sembrano associarsi le nefandezze emotive peggiori: l’egoismo, l’orgoglio ferito, la strategia, l’insicurezza, la magia nera, il presentimento e qualche strage irrisolta intimamente ordita da Andreotti. Il problema è che alla parola gelosia volenti o nolenti associamo automaticamente la morsa viscerale di quella volta (perché c’è stata quella volta, eccome) in cui l’innominata pulsione ci ha attanagliato l’anima. E poi per forza ne diciamo peste e corna: non godiamo del sufficiente distacco per discettarne a mente fredda.

La negatività che da secoli ammorba l’assillo in questione è frutto di un equivoco: la gelosia non attiene all’amore, bensì al possesso. L’odiato rovello si accompagna solo casualmente alle storie d’amore ma può ben sopravvivere senza.  Non a caso la gelosia si scatena anche nei confronti del potenziale ratto di cose inanimate: come Porsche, carriere dirigenziali, abitazioni con piscina e smartphone.

Il suddetto tormento altro non è che la paura di perdere, il terrore di rimaner senza, l’horror vacui. Sentimento umanissimo certo, ma solo se lo si apprezza scevro da connotazioni affettive. Se come sovente accade si ama e si possiede contestualmente non si è certo gelosi per amore, ma per timore che l’amato si dissolva.

Possedere è bellissimo, quanto meno per chi si è disfatto di retaggi bolscevichi, e la gelosia è la umanissima manifestazione del possesso. Ma c’è un punto dolente: bisogna potersela permettere, ovvero bisogna avere la certezza di possedere legittimamente. Con i beni materiali ci aiuta la fattura, ma con le persone?

Difficile. Forse impossibile. Perché una persona la si possiede solo nell’attimo in cui geme guardandoci negli occhi.

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Mission Impossible

Lo devo fare.

Giungo timoroso in quell’immenso piazzale. Una squadra di uomini mi circonda e comincia a sanificare il mezzo con una lancia a getto atmosferico fortissimo. Mi chiudo dentro e aspetto, fingo indifferenza, ma l’ansia comincia a devastarmi i visceri e la vergona mi deforma involontariamente l’espressione ebete che sfoggio stamattina. Sposto l’auto e scendo. Mi allontano. Una seconda squadra si avvicina, tre uomini e una donna con contegno paramilitare si abbassano le mascherine e si guardano. Si fanno un cenno e all’unisono aprono le portiere. Vengono spinti all’indietro dal rinculo dello sgomento.

- Signore, è una follia!!

- Cristo santo Toni, siamo pagati per questo.

Riprovano, entrano, alzano i tappetini e si fermano. “Signore, probabili resti organici. Dobbiamo inviare la segnalazione ai Nas”. Il capo si china, guarda e scuote la testa. “Chiama direttamente i ragazzi dei RIS”.

Da un elicottero si lanciano degli uomini con tubi lunghissimi ed entrano dal bagagliaio nel mezzo immondo. Un robot asporta spade laser di star wars, tre ombrellini colorati rispettivamente di rosso, giallo e verde, quattro euro in monete da 1 2 e 5 centesimi, caramelle di mucca beige, frollini coop, cracker del paleozoico, cubetti lego minuscoli, ferma capelli in finto osso, auricolare nokia smangiucchiato, matite colorate, pagine strappate di topolini degli anni 70, opuscoli della pizzica nel Salento, scontrini del parcheggio in sesterzi, volantini di plauso per la caduta del muro di Berlino.

Uno della squadra ribalta i sedili posteriori ed è colto da convulsioni. Da una porta del fabbricato esce un prete con stola e rosario. Si avvicina e sale in macchina. Con il crocifisso tenta di staccare una gomma da masticare attaccata al vetro. Ribalta le pupille, bestemmia e vomita verde.

Una signora mi accompagna dentro e mi fa accomodare nella saletta “aiuto psicologico.” Dalla finestra scorgo bidoni marroni con la scritta Warning – Napalm.

Dopo un tempo indefinibile entra nella saletta il capo, col viso annerito:

- Signore, è sua la macchina?

- Sì, cioè no, è……. di una donna.

- Sua moglie?

- Sì, cioè ex, stiamo divorziando, insomma non ci siamo mai voluti bene, l’ho sempre sentita come un’estranea”.

- E i bambini?

- Illegittimi e adottati a distanza.

- Cane?

- Abbandonato in autostrada.

Si avvicina porgendomi le chiavi, mi abbraccia forte: ” Buona fortuna signore”.

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Acustica vanità

Nella continua ricerca di sfuggenti e spesso irraggiungibili sicurezze, le donne si avvalgono senza ritegno del proprio olfatto. Annusano di continuo convinte di non essere notate: si avvicinano al collo, indugiano il naso nelle sciarpe, tentano di carpire tutte le nozioni possibili - toccando anche livelli di pura immaginazione - sul portatore dell’odore percepito. La vista non serve a nulla se cerchi di definire  un’anima; l’olfatto ancor più del gusto, ti svelerà invece chi hai di fronte, perché la serenità ha un buon odore, la gioia profuma d’aria, l’invidia ha essenze stucchevoli, mentre la paura puzza d’acido.

La fortuna porterà poi a sensazioni tattili e gustative, che sono i sensi dell’intimità, mentre la vista appare ormai come l’esperienza più diretta e sputtanata, costantemente ingannata com’è da splendidi e benedetti trucchi per enfatizzare l’apparire a scapito dell’essere.

Ma oltre ai profumi, ai dopobarba, alle creme anti disfacimento, alle mentine, ai bagnoschiuma e al succo d’ananas, gli uomini, quelli vanitosi intendo, hanno finalmente capito cosa obnubila, stordisce, trastulla, incanta e rapisce veramente una donna.

La voce.

E allora basta sedute estenuanti in fitness center gestiti da pastori tedeschi, non più diete affamanti in proibitive cliniche svizzere, stop alla wii col persona trainer elettronico privo dell’elasticità che serve al venerdì. Ora l’uomo veramente attento cura il proprio strumento seduttivo. Corsi di impostazione vocale, master di dizione, lavaggi dell’accento, equalizzazioni baritonali, ginnastica per l’elasticità del diaframma.

Certo, vi racconteranno che lo fanno per la professione, per non affaticare le corde vocali, per vincere il timore di parlare in pubblico o così, giusto per togliersi l’accento di cui tanto si vergognano fuori regione. Minchiate. Vogliono affilare l’arma acustica, tendere a dovere  le corde con cui legare la femmina pulsante, consci del potenziale squacqueramento che dai padiglioni uditivi ornati di orecchini si estenderà verso il cuore e finanche alle innominabili cavità.

Esagero? Può darsi. Ma provate a sedervi comode, indossare delle cuffie e riascoltare il pezzo di questo torero e poeta maledetto, che tuttora vive scalzo e povero ai margini della capitale argentina, e poi mi direte. 

 http://collettivovoci.tumblr.com/post/195615343/splendidiquarantenni-legge-potenziale

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