Archivi del mese: settembre 2010

lasciarsi

Lo stile di un uomo non si apprezza nell’approccio: si pesa nell’addio. Insomma, uno la sua liaison la dipinge d’oro, la costella di lapislazzule colazioni a letto e brillanti brioche glassate, la impreziosisce di perle di sudore urlante e gorgheggi alla luna, la plasma con contorsionismo pelvico di goniometrica abilità e poi di botto mi s’imbestialisce brutalmente all’epilogo.

Eh sì, perché gli uomini investono molto nella strategia d’attacco, ma son tirchi quando si stufano delle morbide prede o peggio vengono abbandonati. Improvvisano, balbettano, sputano revisionismo, inventano maldestre giustificazioni, piagnucolano disperazione, polverizzano tutta l’opera pregressa con sbuffi di patetica desolazione.

Ma dell’amor perduto che ricordo serberà la nostra sfortunata donzella? Le beatitudini estatiche del gelato a Montmartre? I baci umidi a Boboli? Il palpeggio furtivo sulla Rambla? Ovviamente no. Ricorderà solo le modalità di estinzione del rapporto ovvero come lo stronzo si è permesso.

E la vogliamo biasimare? La vita è come un grande computer: quando chiudi un file, devi salvare con nome. Così la dama esige una motivazione chiara se viene mollata, anche a costo di patire agghiaccianti rivelazioni su difetti inconfessabili. Si sappia: tacerli per pietà, piaggeria o timore di eviranti ritorsioni è molto peggio: che i motivi tipo russi come un camallo,  sei sciatta e pelosa, scopidimmerda, nonsopportotuoamadre, stoconlabadantemoldavadimiopadre e altre deliziose amenità siano allora le ultime cose che escono dalla nostra bocca. Dopo il lancio di rito del Venini, l’elenco dei nostri fallimenti personali, le illazioni sull’antica professione della mamma, gli apprezzamenti sulla nostra insufficiente virilità a confronto con quella esuberante e duratura del nostro migliore amico, ecco dopo tutto questo, ella – dopo settimane o forse mesi - ci ringrazierà della trasparenza,  se ne farà una ragione, per buttarla in politica: la perestroika apprezzera la glasnost.

E all’uomo va raccontata la verità al momento dell’addio? Ma no, donne, per carità. Perseverate con le minchiate ben strutturate e di facile digeribilità.

La migliore che mi è capitato di sentire è stata testualmente: “vedi, hai una personalità talmente vincente e debordante che chi ti sta accanto gradualmente sparisce diventando una tua mera appendice. Ho bisogno di star sola per riemergere come essere sociale indipendente.”

Sono andato via quasi contento.

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Le crude regole per tenersi un uomo

Ora vi svelerò alcune virili generalizzazioni che certamente già conoscete, ma il solo fatto di vederle elencate, creerà l’illusione di una sorta di testo unico per irretire e conservare il maschio.

Premetto che l’unica attività che consente agli esseri viventi di munirsi di regole universalmente valide è proprio la generalizzazione. Essa si basa sull’analisi di comportamenti reiterati dalla maggioranza dei soggetti coinvolti e quindi è democraticamente inoppugnabile. Cominciamo con le prime sette.

1) W la fuga. Sì, è la regola aurea. Com’è noto, l’uomo per bisogno, gaudio o sollazzo deve costantemente inseguire qualcosa, sia essa cosa un pallone o un culo. Insomma, la vostra eccessiva disponibilità, per quanto generalmente apprezzabile,  in fase di prima conoscenza non può che fargli perdere interesse.

2) Easy way: l’uomo, inteso come essere fallodotato, è un animale semplice, dal ragionamento lineare e dalle ataviche necessità. Applicare gli schemi femminili, peraltro spesso di logica ignota, sarà sempre controproducente e lo confonderà irrimediabilmente. Invece, una volta appagati i suoi desideri primordiali attinenti al cibo, al sesso e al calcio, avrete in cambio amore, protezione, figli e anche denaro, se interessa l’articolo.

3) Splendide differenze: l’uguaglianza dei diritti è sacrosanta, ma l’uguaglianza dei sessi è una violenza alla Natura. La Civiltà  Superiore si raggiunge solo enfatizzando le rispettive diversità. Gli uomini  non vagano in cerca di propri replicanti, stressati e privi di palle, ma anelano a compagne di vita delle quali essere complementari. L’esempio delle vostre madri va contemperato con quello delle nonne anche perché la femminilità storica è una cultura di cui sarà bene riappropriarsi. Insomma, bruciate pure i reggiseni ma poi rifateli all’uncinetto.

4) Le nozze, sì le nozze: se siete economicamente svantaggiate rispetto al partner, la convivenza more uxorio presenta diverse perigliose falle. A mo di esempio e di ipotetiche sventure leggendo le quali vi sarà consentito toccare scaramanticamente ciò che avete a tiro, vi informo che se egli decede  senza uno straccio di testamento, a voi resta tanto dolore, ma nulla più. Caso limite? E sia. Allora eccone uno più comune: mettiamo che il Messer vostro scappi con la lap dancer ungherese del piano di sotto. Ecco, a voi nervose donzelle non rimangono che gli occhi per piangere e il ricordo dei falsi sorrisi in ascensore di quella lurida troia. Insomma, il matrimonio rimane il miglior contratto che una donna possa stipulare. Per il resto ci sono gli avvocati, categoria ormai ipertrofica, a cui potete rivolgervi a prezzi divenuti popolari.

5) Beltade sempiterna:  il diritto di essere sciatte nella propria dimora non è una conquista, è una disfatta. Certo, che non si giunga ad eccessive istanze di bucati in tubino e tacco 12, ma benedettiddio: vi agghindate per uscire e restate cesse per il vostro uomo nel nido d’amore? Suvvia: la confidenza deve generare intimità, non fomentare riprovevole lassismo.

6) Pallacorda e dintorni. Una volta alla settimana l’uomo ha una necessità impellente. No. Non quella. Parlo del calcetto: il vostro migliore alleato. Ma pensateci: quella sera il vostro uomo fa sport, vede gente, si sfoga e non vi sconquassa le gonadi se state tutta la sera sui Friendfeed/Facebook/ Skype e assortiti socialcosi. Un uomo senza calcetto, biliardo, freccette o briscola non si ricarica, non si confronta, si isola, muore dentro. Uno sfigato onnipresente sul sofà  annichilisce i sensi, ammorba il profumo della gioiosa condivisione. Consentitegli di buon grado di uscire ogni volta che lo desidera. Tanto, l’odiosa ipotesi dell’amante è esclusa, se seguirete la regola n. 7.

7) Concupiscenza esatta. Abbandonarsi a Morfeo nel casto abbraccio a cucchiaio sta alla donna come la meravigliosa pratica latina sta all’uomo. No, maliziose, lungi da me ogni scaltra sponsorizzazione dell’evento; sto invece tentando di spiegarvi l’equivoco in cui cadete da millenni: la pratica di cui speculo attiene solo incidentalmente al sesso, e men che meno è da considerarsi minus di altre e più complesse evoluzioni. In alcuni delicati momenti l’uomo si avvinghia in una spirale fallocentrica per cui ogni sua sensazione colà trasmigra. Avvolgerlo in umide allocazioni all’interno di ritmici e amicali anfratti significa abbracciarlo, rassicurarlo, proteggerlo, rendergli l’illusione di un ritorno a irripetibili sicurezze amniotiche. Lo chiamerete ancora pompino?

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il quarto compleanno

Proprio un giorno particolare quello: bastava guardare gli sguardi guizzanti dei miei giovani soci. Era uno studio gigantesco e noi lo avevamo appena preso in affitto. Quattro incoscienti reciprocamente infatuati che condividevano l’idiozia concettuale che rischiare e vincere fossero sinonimi.  Dal terrazzo sfrontato del mio nuovo ufficio vedevo il cuore antico della città e nessun orizzonte realmente irraggiungibile.

Me lo disse al cellulare mio fratello minore. In America piovevano aerei di linea sui grattacieli.

Internet era inchiodato, lì non avevo la tv. Accesi l’autoradio e raggiunsi la quarta festina di Riccardo.

Nel tragitto realizzai che mi ero sentito così nell’estate del 92, a Volterra. Piantata la tenda vicino alla moto, dal bar del campeggio era arrivata la notizia della morte di Paolo Borsellino. Saltavano in aria giudici senza possibilità di intervenire. Il senso di impotenza era uguale, quel giorno, solo che ora sarebbe scoppiata la guerra, questo percepivo. E  avevo due figli, adesso.

Al parco giochi ricordo l’espressione terrea dei genitori. Ci guardavamo attoniti senza riuscire a dire nulla di vagamente consolatorio. Una cosa notai: nessuno voleva incrociare lo sguardo spensierato dei bambini. Non era il timore che ci chiedessero spiegazioni: erano comunque abbastanza piccoli per bersi una comoda bugia.

La realtà è quel giorno ci sentimmo tutti terribilmente in colpa per averli fatti, quei figli.

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Sogno di una notte di fine estate

Certe sere le vivi con una sorta di passività onirica, di febbre. Ti muovi sdoppiato, ascolti suoni rarefatti, copri brevi distanze in tempi infiniti. E Vittorio Veneto è lontanissima.

Vittorio è incollata alle montagne. Ha il profumo dell’ombra umida e una pianta allungata che non percepisci subito: e intanto cammini, cammini. Cammini.

Di fronte a un antico bordello incontri Gianluca Nicoletti che si conferma insopportabile anche quando fa il sound check. Poi, in una fabbrica di cemento dismessa da un secolo, ti fermi ad ascoltare due ragazzi.  Sbeffeggiano un intellettuale che è di destra, ma sta in mezzo. Il moro apre Spinoza, si traveste da Luttazzi, recita Bondi; quello glabro brandisce l’Ipad, si cappota dalla sedia e arringa aforismi con toni emiliani, dimentico d’esser di Cuneo. Ride la gente. Si diverte e tributa rispetto. E intanto sopra le nostre teste scorre un fiume, incanalato tra le volte della magica struttura ottocentesca.

Ormai è notte, dei vecchi trasandati urlano alcol  fuori dai bar. Un folletto sceso dai boschi si dibatte nell’ambiente ostile minacciando risse e sputando insulti. Il mite Mauro Corona, mi si dice.

Sono quasi le quattro del mattino.

Mi provo la febbre.

No, dormo.

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