Archivi del mese: agosto 2010

Uomini duri / 3

L’avevo promesso. Due gatti bastano. Ma sì, in fondo Agata l’avevo accolta cedendo ad una lievissima pressione della signora, ma pure per sgravare il povero Matteo da un malcelato eccesso di felinità domestica e  – non ultimo – per allietare il mite e solingo Gianfilippo, eunuco peraltro, e quindi non periglioso per la di lei virtù.

L’equilibrio è perfetto, simmetrico, il vecchio cane non si scompone, la vaschetta di croccantini trova equa divisione da bravi fratelli e i divani si prestano a turno ad ospitare le morbide coltri feline.

Pace? Equilibrio?

Ebbene, l’animale riprodotto nell’immagine qui sopra si è materializzato sabato nel mio giardino e, miagolando con veemenza insopportabile, mi ha comunicato la sua ferma intenzione di trattenersi. Ora, io adoro gli esseri consapevoli della propria bellezza e sicuri di piacere, ma tanta sfrontatezza non l’avevo mai sperimentata. Questa, una femmina di sicuro per numero di colori e contegno meretricio, mi ha piantato gli occhi grigio verdi azzurri proprio addosso e mi ha ordinato di sfamarla.

Ok.

L’ho fatto.

Ma, dico, offrire una cena ad una femmina mica significa sposarsela no? Ecco. Beh non ci crederete ma la sera successiva si è ripresentata e stavolta voleva che la invitassi da me, la zoccola. Bramava certamente di coricarsi mollemente sui miei divani e magari pretendeva pure le mani addosso a lisciarle il pelo.

Ma se lo sogna. Se lo.

Beh, per ridere un po’ ho provato a materializzare con gli artifizi magici di photoshop i desiderata di questa gatta sfrontata.

Guardate il risultato:

assurdo eh? Un ridere da matti, proprio.

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La riscossa di Pergamo

Non ho mai imparato il tedesco, nonostante la pluriennale frequentazione liceale con la formula del 5+1 che tanto induce la maturazione degli indisciplinati adolescenti. Insomma, non fu solo una questione di assiduità o seria applicazione negli studi, che pure mancarono, bensì di monotonia della lingua germanica. I suoni dei verbi mi apparivano troppo simili e nemmeno l’ipnosi serviva  a farmi memorizzare i sostantivi e il genere a cui appartenevano.

L’insegnante privata di tedesco che supplicai di prepararmi alla maturità, verificate con teutonica compostezza le incolmabili lacune che affliggevano la mia conoscenza linguistica, optò per una strategia ardita: mi scrisse un commento dei tre romanzi prescelti di Thomas Mann e me lo fece imparare a memoria. Ci concentrammo su pronuncia e intonazione e arrivai al banco della commissione con una sicumera degna di un cancelliere che annuncia la riunificazione. Mi ascoltarono ammirati, tanto da chiedermi, alla fine del mio impeccabile discorso, di continuare a disquisire nella lingua di Goethe delle cupe atmosfere di morte a Venezia… Dopo qualche interminabile secondo di muto imbarazzo, ripartii da capo col mio discorso memorizzato. Non so quanto la replica influì sul giudizio finale.

Per anni il mio tedesco inesistente è stato motivo di odioso dileggio da parte delle intelligenze che frequento; scherno durato fino ad una uggiosa mattina berlinese, davanti alla lunga fila per accedere al Pergamon Museum. Tra figli, nipoti e cugini siamo in tredici. Due ore di coda. Minaccia di piovere di nuovo. Mi lancio una sfida. Salto il serpentone umano, entro dall’uscita di sicurezza, affronto il custode e raccogliendo tutte le nozioni apprese in una settimana di silenti scorribande tra Baviera e Sassonia, riesco a dire: Ich habe sieben Kinder und die Jungste ist 6 Jahre alt. Gibt es eine Spezial Eingang für Familie mit Kindern? Il custode, dopo essersi complimentato con me per il dato demografico mi spiega che no, non c’è un ingresso speciale per famiglie con bambini piccoli, ma che ci sono due ore di coda, inaccettabili per un bambino di sei anni e che se aspetto va a parlare col direttore.

La scena di quel gruppo di italiani che – tra gli sguardi invidiosi dei plebei accodati –   lascia la fila e viene scortato direttamente alla biglietteria ve la lascio immaginare.   

Ich bin ein berliner, a confronto, è una frasetta. Ammettiamolo.

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Berlin

Berlino è un cantiere di speranze, una gigantesca voglia di ricominciare, una sorta di sito catartico utile a chiunque voglia iniettarsi nuove motivazioni esistenziali dopo un trauma. Mentre Parigi è indubbia fonte di illusoria ispirazione, Berlino lo è di concreta riflessione.

Sistemati con adeguati mausolei gli spettri del passato, resi folkloristici i simboli della divisione, sembra che gli architetti si siano ritrovati come bambini di fronte ad un foglio bianco con mille nuovi pastelli, senza la maestra a limitarne i contorni. L’effetto è di lucida esaltazione, lontano dall’apnea indotta dagli orizzonti newyorkesi e con le nuove costruzioni di cristallo a far da nipoti a quelle storiche, sorreggendole o abbracciandole con rispettosa devozione.

(Splendor digital images)

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Aloha

Lunghi e profondi movimenti degli avambracci sul corpo intero, dalla nuca ai piedi. Onde che evocano l’oceano Pacifico.  Essenze esotiche ed olii caldi che si allargano liquidi su tutta la pelle. E poi disegni di dita sapienti sul viso per disinnescare i punti dolenti e distendere insospettabili muscoli contratti. Il cuoio cappelluto toccato a cerchi concentrici e i capelli idealmente allungati, quasi a far uscire la negatività dei pensieri. Infine il raccoglimento al buio del lenzuolo ripiegato a bozzolo, a confrontarsi con l’armonia ritrovata e lo sprigionarsi di nuova energia.

Quello hawaiano non è solo un massaggio, è un rito di rebirthing, pare di origine polinesiana, che tende a ripristinare l’equilibrio tra il corpo e la mente, come mi spiega dolcemente la mia sacerdotessa mentre rinasco dal lenzuolo.  

Sì, il rito magico del massaggio hawaiano è l’ultima frontiera del piacere fisico che ultimamente mi concedo, conscio degli innegabili vantaggi che si riverberano sulla mia tormentata psiche. E proprio ieri, mentre gestivo la claustrofobia del mio bozzolo esotico in attesa dell’armonia promessa, ho focalizzato la vera causa dell’infelicità umana.

Il genere umano non si tocca abbastanza o lo fa a sproposito.

Sono note le terapie del contatto per animali, neonati, bambini autistici o sordociechi. Ma di noi adulti apparentemente abili, ne vogliamo parlare con franchezza?

Se non subiamo la nostra quotidiana dose di contatto fisico ci corichiamo insoddisfatti e a lungo andare, senza averne piena contezza, consolidiamo insoddisfazione, frustrazione e quindi infelicità. Insomma sottovalutare lo stress da mancata palpatio sarebbe un grave errore e allora, nel dubbio, facciamoci toccare.

E se nei dintorni non disponiamo di volontari? Ce li compriamo. Investiamo nel nostro benessere e facciamoci toccare e massaggiare almeno una volta alla settimana. Il diritto ad essere toccati dovrebbe assurgere a rango costituzionale, come il diritto universale al sesso.

Durante un viaggio siciliano di qualche tempo fa, una buffa ospite americana ci confidò che il suo ultimo desiderio prima di andarsene a causa delle diffuse metastasi, era quello di essere furtivamente toccata da un italico malandrino. Un clichè che mio suocero, nella sua  irresistibile umanità, ritenne di esaudire palpandole improvvisamente il culo durante un bagno in mare in un caldissimo mezzogiorno agostano.  Il ricordo della gioia disegnata sul volto di quella donna palpeggiata ancora mi accompagna, insieme all’ammirazione per l’indomito e generoso palpatore.  

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