Archivi del mese: maggio 2010

אחינועם ניני

Devo aggiungere una creatura alla mia lista dei preferiti al mondo.

L’ho conosciuta ieri sera. Tratti mediorientali yemeniti,  israeliana di nascita, quarant’anni che son di lustro per la splendida categoria, compleanno in giugno: la ciliegina, direi.

Se non ti bastano gli occhi nocciolini per condividere le sue poesie, ci pensa il suo italiano fluente.

Ha rapito la piazza ieri sera, strapazzandola dolcemente con le ripide ottave della sua magnifica estensione vocale, saltando tra le mille lingue del suo canto, fino ai gorgheggi italici per presentare i suoi musicisti, selezionati direttamente da Dio. 

L’inglese si fa israeliano e poi diventa napoletano, e mentre cerchi di capire se adesso si librerà fino alle statue della Basilica, lei diventa furia composta, ti ipnotizza in un assolo di congas che impone il movimento anche alla morigerata folla del festival biblico.

Alla fine niente God bless you good night, ma grazie mamma baby sitter, di tre bimbi, di cui l’ultimo di pochi mesi.

Che meraviglia di donna.

אחינועם ניני  (Noa).

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Gambler

Ora ho smesso, ma un tempo, lontano lontano, giocavo a poker. A soldi, certo, mica a fagioli come alla tombola di Natale coi nonni che non sentono mai i numeri. Una volta ci pagai pure le tasse universitarie coi proventi di un gioco.

Mi rapiva l’azzardo. Puntare, bluffare, sondare lo sguardo dei raccolti intorno al panno verde, indugiare sull’attenzione nervosa dei pochi giocatori ancora in corsa per quella mano.

Tipo un brivido quando torni a casa una sera di gennaio con la febbre incipiente.

Non resistevo alla scossa che mi percorreva la pancia mentre aprivo le carte appena cambiate; lentissima quell’apertura,  e sempre verso destra.  Poi rivederle tutte e cinque insieme, le mie carte, sperando di averne associate tante di uguali, oppure in scala perfetta o magari dello stesso colore.

Non contano i soldi. Conta la malattia. La stessa che ti fa rubare per vedere se ti beccano o frenare sempre più tardi la moto prima di quel tornante fatto mille volte o uscire  – forse in tempo - dal luogo più bello del mondo prima di riprodurti involontariamente.

Poi una sera, storditi dall’alcol e dalle mille cicche, la mano prese un verso strano, insolito . C’era rivalsa nelle puntate. Perdeva sempre lo stesso, peraltro il più abbiente, ma non per volontà concordata degli altri. Il ricco perdente, verso l’una di notte, con l’occhio destro chiuso dal fumo della cicca trattenuta tra le labbra, rilanciò. Rilanciò cattivo. Rilanciò di brutto. Prese le chiavi della Mercedes e le buttò tra i soldi del piatto.

Ridemmo. Ridemmo da matti, piegati in due, fino alle lacrime.

Lui no.

Fu l’ultima sera in cui giocammo a poker.  

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SAM

L’evoluzione della specie matura spesso in virtù di piccoli passi, elaborati e proposti da uomini impavidi o senza vergogna e poi condivisi gradualmente dall’umanità disposta al cambiamento.

Oggi proviamo a mutare radicalmente il modo maschile di gestire l’ascella.

Non c’è niente da ridere. 

Premesse: la donna, nella sua fisica globalità, ai più piace glabra: insomma si accettano eccezioni a forma di ciuffetto o striscette e no, non sotto il naso. Le femministe rimangano pure pelose e rivendichino il diritto alla folta peluria indefessa come momento di parità.  Non ne discuterò.

Pure l’uomo recentemente ha  preso a depilarsi, a volte per ragioni sportive, spesso per motivi puramente estetici. In alcuni strati sociali, l’uomo che si depila viene considerato effemminato o finanche omosessuale. Falso: studi dimostrano che gli uomini depilati non sono gay sol perché glabri, anzi a volte proprio l’assenza di pelo favorisce la copula reiterata eterossessuale guarda caso con le tante femmine che aborriscono il pelo. Son gusti, e come per le femministe, non si discute.

Torniamo ora all’ascella.

La donna la tiene depilata; se pigra o accompagnata da manzo tollerante, mi glissa l’epilazione invernale, ma d’estate il pelo mai mai.

E l’uomo? Dico l’uomo non glabro per scelta, che fa della sua ascella? Assolutamente nulla. L’Amazzonia cresce per tutta la vita ed egli se ne disinteressa dalla notte dei tempi.

Il pelo ascellare è di serie nella meravigliosa macchina umana. Ha lo scopo di diffondere il sudore ed espandere i ferormoni. Così le donne si avvicinano, perdono la testa e si concedono carnalmente riproducendo l’umanità.

Oggi però i gusti son cambiati. La femmina rifugge l’ascella di Satana e noi, uomini curati, i ferormoni li ricoglioniamo continuamente con deodoranti, dopobarba, creme profumate ed essenze varie, tentando proprio di limitare la diffusione del sudore. Conserva, la peluria, una minima funzione protettiva, che non necessita però di lunghezze da primati.

Allora, uomini moderni, consapevoli, pronti al cambiamento epocale: vi propongo SAM: la Splendida Ascella Moderata. L’ascella non depilata, ma semplicemente sfoltita col regolabarba o il rasoio Montalbano,  fino a rendere il pelo presente ma discreto, corto ma non pizzicante, insomma: centimetri virili di peluria curata. Riduci il sudore, elimini gli inestetici peli che arrivano al bicipite rendendo il tuo avambraccio simile al leader dei Tokyo Hotel, implementi l’efficacia del tuo deodorante la cui azione ti proteggerà ben oltre il primo pomeriggio, rendi l’abbronzatura più uniforme e la donna erotica che colà bramosa ti slenguazzerà, non rischierà l’asfissia imbrigliata nella tua selva oscura. 

Pensateci: in fondo il pelo moderato è la metafora dell’uomo perfetto: presente e mai invadente, protettivo ma discreto, ferormonicum sed non puteans.

Io ho scelto SAM, e voi?

(volendo, voce fuori campo: Sam, pour tombeur de femmes).

 

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Friends

Dunque dimmi: se ti beccano a sdilinquirti per un’altra, cosa t’inventi, tu, creativo apologista dell’adulterio? “siamo solo amici, che ti credi.”

E che si ode singhiozzare quando finisce un amore: ma almeno rimaniamo amici?

Solo, almeno? Eh no, dico, qui è tempo di ridare lucentezza  a ‘sto sentimento bistrattato, ingiustamente infangato da fedifraghi e piantati. Così pare che l’amore stia al caviale come l’amicizia alle uova di lompo. Come se l’amicizia fosse un surrogato di qualcosa di irraggiungibile o defunto. Non ti vuole? Beh allora accontentati dell’amicizia, figlia di un dio minore, la via subordinata  alla piena felicità, il purgatorio dei sentimenti, la versione farlocca del divino sentire.

Certo,  non è che sia sempre facilissimo distinguerla. Se mi piaci da matti ma non ti spalpugno, se c’abbiamo un feeling da paura ma non t’intruppo, se siamo inseparabili ma non ti paciugo, siamo amici veri o amanti mancati? Lo so: adesso esiste il trombamico. No, dico, a parte il nome che pare il numero verde di ausilio ai colpiti da ictus, flebiti e trombosi, mi sembra una soluzione ponte che non affronta il problema, ma ci passa sopra. E più volte pure.

Il trombamico è la via pavida all’incontentabilità. Vuoi il confessore, la spalla su cui piangere e che alla bisogna ti dia pure un colpetto friendly. Insomma se intrattieni reiterati congressi carnali con un amico, ecco, quello (benedettiddio) è un amante. Solo che non vuoi ammettere che lui a mettersi con te non ci pensa gnianche morto.

Magari le definizioni di un tempo risultano inesorabilmente obsolete e restrittive, forse le relazioni umane hanno bisogno di nuove forme espressive. Magari dopo l’amicizia su Facebook finirai per concedere anche dell’altro, se ti piace l’elemento.

O forse esiste solo il reciproco piacersi, che assume – a guisa di nuvola – forme diverse a seconda del vento.

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le trentenni

Mi hanno fatto notare che di recente la frequentazione elettronica o sociale  con le mie coetanee è sensibilmente scemata, a favore di colleghe, amiche, lettrici, blogger  che  realizzo ora esser quasi tutte d’età intorno ai trent’anni.

Se vi togliete subito quel sorrisetto dalla faccia e liberate la vostra torbida mente da congetture poco edificanti, tento di dare una plausibile spiegazione al curioso fenomeno.

Le quarantenni. Età dorata e adorata. Ecco, però nonostante la doratura, ‘ste ragazze mi sembrano generalmente deluse. Se single, si sentono ingiustamente abbandonate, o addirittura mai volute, con dei bilanci esistenziali in rosso, spesso in preda - pur essendo magari oggettivamente strafighe - ad un crudele quanto precoce invecchiamento. Se divorziate, accusano dei pesanti conti in sospeso con il genere che rappresento e divengono sovente portatrici sane di un ph acido di fondo che  inquina le conversazioni sui grandi temi generali della vita.  

Si salvano le maritate,  anche se mentre ci prendi un caffè rispondono a 3 sms delle figlie preadolescenti, ordinano al marito di prendere il body da danza, pensano al pulisecco che chiude e alla fine scappano dicendoti: ciao Giacomo. E tu quasi mai ti chiami Giacomo.

Le trentenni. Ecco, loro, quelle infelici, dico, hanno lagnanze simili (si passa dal nessuno mi ha voluta al qualcuno mi vorrà?),  ma per quanto contrite, esse hanno una luce diversa negli occhi, tonalità differenti nel dolersi quotidiano e amarezze agrodolci. Questo perché conservano la Speranza. 

Le trentenni credono ancora di avere delle chances nella vita e vorrei ben vedere: l’ottimismo si fonda spesso sul dato anagrafico. Non hanno quindi alcun merito, semplicemente la loro gioventù trasmette una naturale freschezza d’intenti che ben s’attaglia a spiriti virili e vivaci, sebbene (spesso ottimamente) attempati.

Ma c’è una cosa che, a ben vedere, sposta naturalmente la frequentazione verso le giovani donne.

Le trentenni, quando parli, ti ascoltano.

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De gustibus

Se qualcuno ci chiedesse di fargli un massaggio a fine giornata, state sicuri che gli imporremmo le mani esattamente dove noi siamo indolenziti.

Se fossimo in procinto di produrci in un leggero petting - attività peraltro tipica del venerdì sera - ne uscirebbe il preliminare che noi gradiremmo ricevere.

L’approccio naturale verso gli altri è all’inizio automaticamente speculare: piace a noi, piace al mondo. Ma mica è egocentrismo, no. Diciamo assolutismo autoreferenziale. Insomma, le scelte che compiamo hanno il Nostro giudizio quale primo filtro inconscio e dobbiamo compiere un certo sforzo o quantomeno attivare la razionalità per chiederci se all’altro piacerà. Naturale non ci viene.

Nel corso di una giornata facciamo gli assolutisti mille volte. A tavola dire fa schifo è un giudizio personale assoluto, non mi piace è invece relativo e rispettoso dell’alieno  giudizio, magari pure opposto al nostro. Bleah.

Ammettiamolo: si fa fatica a riconoscere al giudizio altrui rango e dignità pari al nostro. A tutto concedere, ammettiamo che esistano gusti diversi, ma certamente detenuti da distratti, insensibili, ignoranti o leggermente deficienti. E ciò si riverbera nel rispetto che riserviamo agli altri.

Eh sì perché i gusti, in fondo, son sensazioni, pensieri, idee. E non considerare le sensazioni degli altri porta spesso a non riconoscere il valore delle loro idee. Ed è qui che il nostro essere democratici comincia a vacillare, sotto le spinte dell’intolleranza strisciante e sdegnosamente negata.

Certo, lo so bene che voi siete diversi. In gelateria lasciate che il ragazzotto che vi precede si faccia un cono puffo viagra senza insultarlo. Anzi magari gli sorridete pure.

Ma se votasse per Berlusconi?

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Dei difetti e delle pene

Mi capita, a volte, di pensare alla natura dei difetti.

Trovo che vi sia una strettissima correlazione tra vizi e virtù, come se fossero due facce della stessa medaglia.

Pregi e difetti convivono grazie a una sorta di reciproca cosmica compensazione. Se incontri un bello, è facile che sia un po’ stronzo; se convivi con un genio, probabilmente ti infligge il suo esser saccente; se frequenti un fascinoso, metti in preventivo che sia fedifrago. Se ami un artista, affeziònati al caos.

Funziona anche al contrario. Così, se vivi con una disordinata, potrebbe essere la scrittrice più sensibile del mondo; se tua moglie ti trascura, magari, è perché si dedica compulsivamente ai lavori domestici; se la tua compagna ti pare avida o col braccino corto, può essere che  – precisina precisina  – ti faccia tornare i conti meglio di un ragioniere.

I difetti sono il dazio delle virtù. Hanno una precisa ragion d’essere ed è tempo che li si nobiliti. A patto che di veri difetti si tratti.

Eh sì, perché spesso bolliamo come difetti delle mere degenerazioni caratteriali. Per capirci: disordinato è colui che non si accorge del caos, e non quello che che il casino lo vede benissimo ma non ha voglia di porvi rimedio. Un conto è la caratteristica ontologica, da rispettare, altro è l’accidia, oppure l’ozio, la sciatteria, la trascuratezza: orridi reati mentali contro la persona, contro la morale e pure contro il patrimonio visto che la colf la devi pagare.  

Allora propongo di rispettare i difettosi veri, quelli che portano in dote anche i correlati pregi compensativi, e contrastare con asperrima vis i fancazzisti dell’ultim’ora, quelli che conferiscono al nostro mondo solo l’inerzia macilenta dei loro deboli caratteri.

(In giorni come questi, Savonarola si unisce a Crepet nella medesima attività ipsatoria)

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