Sono sempre stato ingordo dei giudizi degli altri, quelli volti a definirmi, intendo. Difficile incontrare persone che ti conoscono tanto a fondo da esprimerne di seri o che siano in grado di delinearli compiutamente. Il problema è che le valutazioni altrui rappresentano quasi sempre l’unico limite al dilagante egocentrismo o quanto meno l’unico serio riscontro all’ intimo giudizio autoreferenziale. Insomma: un buon giudizio donatoci da persona stimata ci aiuta a capire chi siamo. L’essenza della vita.
Il giudizio “universale” mi arrivò per caso. Dovevo preparare una tesina multidisciplinare per la maturità e un’adolescenza obnubilata dalle pulsioni terrene mi aveva tenuto molto lontano dalle arti e dalla letteratura. Chiesi consiglio sulla scelta dei temi ad una insegnante di francese del liceo, che poi sarebbe diventata mia suocera, credo, invero, più per meriti della figlia.
Lei mi disse: tu sei ontologicamente decadente, non ci sono dubbi. Tu hai il languore.
Lì per lì non la presi bene. Non mi sovvenne subito Verlaine, quanto il disfacimento fisico e morale che mi era stato ingiustamente attribuito, malamente filtrato dalla stessa ignoranza che genera i mostri.
Mi riempì le braccia di romanzi, di libri d’arte e di poesia. Passai un mese immerso tra profumi ed essenze, fiori finti che sembravan veri e veri che sembravan finti, scoprii finalmente ciò che mi affascinava della ritualità ecclesiale, misi un ritratto in soffitta e mi riempii gli occhi dell’oro viennese. M’immaginai di invertire il nome delle amanti, camminai triste sulle spiagge veneziane che sapevano di morte imminente in attesa che il languore del sole tornasse a danzare.
Non mi tolsi le costole e rimasi eterossessuale ma respirai comunque la decadenza del secolo che volgeva al termine. Ero maledetto. Soprattutto maledettamente in ritardo per la consegna della tesina.
Esame o meno, la mia vera maturità si era già compiuta dopo quell’inebriante immersione, tanto da rendere ininfluente l’esiguo quanto ingiusto voto finale.
Sapevo finalmente chi ero.
Avevo capito il principio informatore di ogni mio atteggiarmi.
Il languore.
Ed è da allora che mi assolvo.
ed è sempre così oggi. Il languore? (Isa in cerca di autore).
io avrei scritto “languorino”
comunque bello …
guarda che era tutto un mezzo per liberarsi di te prima che le
concupissi la figlia… non c’è riuscita
Con una madre capace di dare simili preziosissimi e ricercati giudizi, la figlia non poteva che avere meriti straordinari… Per come la vedo, una donna che dice a un adolescente quel che disse la tua insegnante a te, be’, è un essere ‘ontologicamente’ magnifico…
V
uhei tu, autoassolvente, adesso ti vorrei vedere con una bella giacca dandy e il fazzoletto da taschino piegato a sbuffo.
E tu passi così, con nonchalance, dal cupio dissolvi al cupio “assolvi”? Allora non sei tanto decadente.
@ Isa: oggi e per sempre, mi sa.
@ domi: altro che languorino. Mancano due mesi all’esibizione degli addominali;
@ claire: ci ha provato più volte a liberarsi di me, poi s’è invaghita pure lei.
@ Valentina: è vero. Magnifica è magnifica. Peccato che attenti ogni week end alla mia disperata linea.
@ mich: al prossimo matrimonio mi vesto così.
@ stefano: son pur sempre dei gemelli…
mai avuto suoceri. Forse per quello mi sono tenuta il languore o era languidezza uhm
Eh già, “mi feriscono il cuore con monotono languore”, con tutto quel retrgousto da Giorno più lungo… Molto bello, il post.
Ieri, leggendo un libro che mi è stato regalato, ci ho trovato dentro del “languore”, sai? Ed ho pensato a questo post. Il languore come “un ingorgo ch’era simile insieme a una sazietà e a una fame, quasi lo spasimo finto che si sente dove prima c’era un arto amputato”. Davvero bella questa (non) definizione, vero? (dalla “Diceria dell’untore”)
Vero
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