Archivi del mese: febbraio 2010

Carmen

Mi capitò, appena dodicenne, di incontrare una ragazzina americana giunta di recente in Italia col padre, militare di stanza nella ”nostra” base Nato. Era bionda, Carmen, con un’acconciatura che mi ricordava Frida degli Abba, e una corporatura decisa, sviluppata al pari di una ventenne, complici gli hamburger estrogenati d’oltreoceano.

Carmen profumava di fragola come il suo lucidalabbra e ancora oggi quell’essenza sprigiona malinconiche implicazioni proustiane, che mi riportano a sensazioni dolci, fresche, che sanno di primavera.

Quelle sere allungate e miti dell’estate imminente mi vedevano inforcare la Graziella blue, ripiegabile in due e con le ruote ripiene bianche, e dirigermi lesto verso il quartiere della mia bella, sovente accompagnato da un fratello ormai quindicenne, sempre in preda ai tormenti amorosi procuratigli dalla figlia del postino e quindi incline al malinconico ed inerme stazionamento di fronte alla dimora del portalettere.

Io aspettavo Carmen dietro l’angolo di casa sua, celato prudentemente ai marziali cazziatoni, e poi, insieme, si facevan lunghe passeggiate di sorrisi: non conoscevo ancora la lingua dei baci, né l’idioma anglosassone della mia fidanzatina. Quanto a lei, si esprimeva ridendo. Rideva. Rideva tanto, Carmen.

Ascoltavamo spesso una radiolina rosa legata al cestino della sua bellissima bicicletta olandese e mentre lei intonava i recenti ritornelli di Easy, Hot Stuff oppure Ring My Bell, io addomesticavo le farfalle impazzite che mi volavano in pancia.

Un sabato pomeriggio incontrai il mio amico Massimo. Mi disse: ” Te non vieni mica dalla Carmen?” ” E a fare che?”  Risposi curioso. E lui: “Mostra le tette nel garage. Sabato scorso io gliele ho anche toccate e oggi vedrai che ci metto sopra la bocca anche.”

Ecco, la scelta della mia amata di estraniarmi dalla volgarità del gruppo, di non uniformarmi a quell’orda di preadolescenti in cerca di materiale ipsatorio per accecarsi di pippe negli anni a venire, di non mischiare, in fondo, il sentimento col sesso, ecco quella scelta, al tempo, io non la compresi subito.

Nel frangente pensai: che troia, Carmen.

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Sucker torte

Le relazioni sentimentali son come le torte. Alla donna spetta farle, all’ uomo mangiarle.

Se si invertono i ruoli cominciano i disastri. Gli uomini ci mettono troppo zucchero e niente sale, con risultati comprensibilmente stucchevoli.

Fuor di metafora pasticcera: facciamo che gli uomini tornano a fare gli uomini e le donne tutto il resto, perché l’esperimento di omologazione sessuale, ammettiamolo, è fallito. E a farne le spese sono proprio le signore, che si trovano ora con lo stesso carico maschile, oltre alle indelegabili incombenze muliebri e materne. E a fianco degli uomini timidissimi che ci mettono mezzora ad ordinare al ristorante.

Questo assomigliarsi reciproco tra i sessi è un disastro. L’emancipazione femminile doveva portare eguali diritti. Ha portato maggiori doveri e gran parcelle agli psicologi.

Le donne odierne, aggressive e con palle d’acciaio cromate in bagno zincato di testosterone, sono prodotti OGM.  Son stressate che non riescono a riprodursi, perdono dolcezza, delegano la femminilità ai tacchi 12 sottraendola alle carezze. Sono mine antiuomo.

L’uomo è atterrito. Ha perso sicurezza. E’ in continua ansia da prestazione. Certo, la chimica sopperisce, e poco importa se poi per ore guidi vedendo tutto blu, con la pressione a 200 e il clacson sempre azionato. L’erezione deve tornare ad essere un regalo, non un atto dovuto. Il turgore virile è come lo schiudersi dei gigli. Arriva quando arriva e non bisogna rompergli i coglioni, al giglio.

La donna virile e l’uomo femminile non sono il risultato di un processo evolutivo, ma un’aberrazione sociale che violenta la natura, dimenticando la poesia insita nella diversità ontologica dei ruoli e nella necessaria complementarietà reciproca.

Ascolta, uomo: la donna continua a guardarti tre cose: le mani, le spalle e il culo. Vuole solo sapere se puoi cacciare, se sai proteggerla e renderla madre. Abbandona il piumino per spolverare la credenza, riprendi la chiave inglese e torna in garage a sporcarti di grasso. E se sbullonando ti venissero dei pensieri, vai in cucina e prendi la tua donna sul tavolo, anche da tergo. Lei non si lagnerà, credimi.

E tu, donna,  fattene una ragione: la pipì in piedi, tu, mai.

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Oscenità

Martedì sera mi domandavo: ma sarà educativo consentire la visione del festival dei fiori al mio primogenito, musicista in erba?

Lo so, ”musicista in erba” ricorda il Grande Escluso, su cui peraltro torneremo appresso, ma ora retoricamente mi chiedo: non dovrebbe esserci un’etica della musica, una soglia minima di decenza che impedisca la rappresentazione di alcune evidenti oscenità?

Non ce l’ho col festival, anzi vetrina importantissima, grandioso spettacolo nazional popolare, festa della televisione pubblica e bla bla bla. Ce l’ho con chi ha selezionato alcuni pezzi con sadico retrogusto trash, solo per creare attesa e gossip sull’evento mediatico. (Ché, magari passava in sordina?)

Alla prima stecca di Toto Cutugno il piccolo musico si è coperto il viso con le mani. Alla seconda mi ha guardato incredulo. Poi gli è stato inflitto in sequenza devastante: Pupo e l’odioso esilio savoiardo e infine l’eutanasia che credo tutti concederemmo a Povia senza rimorso alcuno. In famiglia ho sentito: abbattiamolo a badilate. E siam democratici.

S’è censurato giustamente l’elogio della sostanza psicotropa, ma in fondo un festival della musica solo canzoni dovrebbe proporre e allora, benedettiddio, che si bandisca con altrettanza fermezza l’oscenità cacofonica e l’idiozia conclamata dei testi.

Certo: a Sanremo mica si ascoltano pezzi memorabili per armonie o parole, come, d’altro canto, se vai in un rifugio alpino non mi ordini le cozze. Ecco, però un conto è la banalità, che ti scivola, altro è l’oscenità, che invece t’offende.

La musica è una delle migliori espressioni dell’anima; facciamo che non regredisca a maleodorante deiezione somatica.

(Questa è la modalità Savonarola. E oggi va così).

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Sid Meocorre

Afghanistan, 1989.

Così Sid Meocorre consegna alla storia l’immagine dell’immigrazione afgana alla fine degli anni 80. Si narra che Steve McCurry, suo mentore, visto lo scatto superbo, ebbe a piegarsi carponi, abbandonandosi poi a lacrime convulse.

Sovente, infatti, la fotografia commuove più della realtà immortalata, complice l’orgoglio dei popoli ritratti, mai rassegnati alla malnata condizione di reietti.

E qui l’espressione dei volti della donna e della figlia appare quasi omologata nella compostezza della gioiosa rassegnazione, nella mestizia elegante e mai stucchevole, che diviene quasi civettuola nella bimba adorabile che stringe la sua valigetta, col fine commovente di emulare la madre, superba per modi e straordinaria per fattezze.

Scatti come questo ci restituiscono l’amore per un’arte sublime e nobile, troppo spesso svenduta a mercanti ciarlatani e modaioli brianzoli senz’arte nè party.

Thank you, Sid.

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pizza di classe

Cinema stasera. Siiiiiiiiiiiiiiì, ci- ne -ma, ci -ne -ma, ci-ne-ma.

No. Pizza coi genitori della classe del primogenito. Ma è sabato. E allora? In che altra sera vuoi organizzarla se poi i ragazzi devono andare a scuola il giorno dopo, dai!  Simulare un malore? Vile.

Pizza di classe, allora. Ciao ciao ah ma ti sei tagliata i capelli stai benissimo. Ah ma è tuo marito quello, mmmm. Dài, donne di qua e uomini di là. Ah ciao piacere, che lavoro fai tu? Medico. Ah e voi? Medico, pediatra, malattie infettive e medico di base. Se cenavo in ospedale trovavo più categorie professionali. Quello di fronte a me mi guarda e mi sorride: agricoltore. Evvai!

Picchi dialettici della serata:

1) se la giustizia non funziona dietro c’è un disegno politico.

2) Nove mesi per una mammografia è uno scandalo e poi vai privatamente e te la fanno in due giorni.

3) Gli OGM non son mica tutti nocivi: guarda il mais transgenico.

4) Il buon medico di famiglia lo vedi dai pazienti che ha.

5) I nostri figli lavoreranno nel mondo, mica in città.

6) Le figlie adolescenti rompono tanto i colllioni.

7) L’impatto ambientale dell’eolico in Toscana è accettabile. Quello visivo sul paesaggio ci si abitua.

otto) L’economia cinese prima o poi scoppierà.

Brusio assordante di preadolesceni sovraeccitati, gameboy a palla, mamme incazzatissime con l’assessora all’istruzione. Mollo prima di ciucciarmi via un master su Murigno, mi alzo, incrocio lo sguardo iniettato di sangue della rappresentante del consiglio d’istituto: “ho visto che tu e l’assessora siete amici su Facebook.” Mille occhi silenti che balenano di odio.

9) Io facebook non lo uso mai.

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3 anni, oggi

E’ un buon segno che questo anniversario mi stesse sfuggendo.

L’oblio sfiorato significa che l’ossessione per il vizio sta lentamente scemando, che aspirare carta non mi appare più un gesto imprescindibile, che nemmeno il momento onirico mi ricorda il desiderio frustrato.

Rifuggo le case o gli studi dove si fuma, non tollero che mi si affumichi a distanza ravvicinata, anche se all’aperto, non collego più il deposito della tazzina del caffè sul piattino al memento della perigliosa necessità.

Nel triennio trascorso si sono alternate vicissitudini stressanti, lutti, contrizioni dei sentimenti, eventi ludici notturni e obnubilati, insomma decine di momenti in cui la sigaretta ci sarebbe stata eccome.

E invece non c’ è stata più.

Nessuna privazione, in realtà, ma costanti arricchimenti. Al posto dell’istanza forte di portare la cicca alle labbra un’evidente, nitida, nauseante e bellissima repulsione per il tabacco fumante.

Quando la necessità si trasforma in fastidio, quello tangibile, che ti parte dallo stomaco, che ti allontana persino dall’odore del tuo passato, allora hai vinto.

E puoi smettere di celebrare gli anniversari.   

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Culture club?

Domenica mattina, durante una promenade ossigenante, abbiamo gettato un sacchetto abbandonato per strada da chi non aveva avuto evidentemente  la forza di alzare il coperchio del contenitore, appesantito dalla neve. Quel sacchetto conteneva il disprezzo per la raccolta differenziata.

Oggi leggo della coda notturna inflitta ad alcuni genitori per poter iscrivere i figli alla scuola a tempo pieno.

Giorni fa un cliente facoltoso ma semianalfabeta si è vantato di aver letto un solo libro in vita sua: la biografia di Pelè e di tenersi comunque costantemente aggiornato tramite la Gazzetta dello Sport.

Ebbene, temo che in Italia sia venuto il tempo di rendere la cultura come il golf in Inghilterra: popolare. Da noi, ma forse in tutto il mondo, i ricchi ignoranti si elevano socialmente ostentando il denaro mentre gli eruditi non abbienti usano il proprio sapere come leva di riscatto sociale.  E a questo si è ridotto il discrimine tra destra e sinistra.

Le prossime generazioni devono annullare la differenza tra chi ha e chi sa.

La conoscenza deve essere un diritto/dovere: come votare. Va certamente imposta ma anche agevolata. La scuola quale fucina e laboratorio delle nuove generazioni deve cessare di essere un contenitore pericolante di frustrati malpagati: chi forgia le anime della futura classe dirigente va selezionato con estremo rigore e retribuito in base alla responsabilità assunta. La scuola  non può essere il parcheggio di umanisti disillusi o laureati altrimenti disoccupati. Uno stato civile si giudica dalla sua scuola, come un ristorante dalla toilette.

La televisione pubblica non può rincorrere l’audience e scimmiottare goffamente la tv commerciale. Deve raggiungere gli strati più incolti della popolazione ed instillargli subdolamente la sete di conoscenza, deve indurli a porsi delle domande,  produrre programmi culturali che sembrino d’intrattenimento, giocosi, allettanti, stimolanti. Tipo un grande fratello in una scuola, con gli studenti che preparano le interrogazioni di notte, i discorsi sulla crisi generazionale, i compiti in classe, la correzione degli elaborati, gli scrutini a fine anno, le ansie, gli amori, i pianti e le feste.

I teatri, i concerti, le esposizioni e le mostre devono essere gratuiti per gli studenti e per gli insegnanti. Il patrimonio storico italiano deve essere enfatizzato e diventare importante volano di interessi economici e occasione di lavoro: i francesi intorno ad un rudere t’inventano spettacoli teatrali con suoni e luci, dando lavoro a due compagnie che si alternano per tutta la giornata.

E’ tempo di forgiare nuove coscienze, sensibili all’etica e orgogliose dell’onesta intellettuale. Il senso della conoscenza è confrontare il proprio pensiero con quello altrui, sapere che esiste un’altra soluzione al problema o comprendere un fenomeno perché storicamente si è ripetuto, apprendere le leggi e il motivo per cui bisogna rispettarle. Significa capire il senso di appartenenza ad una comunità, approcciando al diverso col giusto contegno, magari rifiutandolo, ma con la consapevolezza che la scelta fatta per ignoranza è sempre sbagliata.

La conoscenza genera conoscenza e il confronto evita l’isolamento.

Per questo un uomo con un libro in mano non sarà mai solo.

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