Archivi del mese: gennaio 2010

Last night a DJ…

Gli amici ventenni o appena trentenni mi sa che si son persi l’età romantica dell’ellepì. Il 33 giri in bakelite che dovevi girare sul più bello, la polvere da togliere con strumenti in panno rosso antistatico e poi la puntina da abbassare con leggerezza d’ali per sentire quel suono morbido ma fritto, magari interrotto dagli strisci provocati da maldestri fratelli minori, con ripetizione e salti improvvisi delle note. Oppure i 45 giri ascoltati fino alla morte del timpano per asfissia.

Certo, per creare l’atmosfera mentre approcciavi col tuo amore di turno, l’interruzione ogni 20 minuti infastidiva alquanto, ma sopperivano magicamente le cassette, direi C90 con autoreverse - che un’ora e mezzo mi pareva bastasse per amoreggiare - e naturalmente al cromo, per i cultori del suono. Sconsigliate le C120: affaticavano il motore della piastra (mangianastri no per favore) con agghiacciante arrotolamento del nastro magnetico attorno alle testine e annesse saracche ben poco musicali mentre tentavi di riavvolgere la cassetta con una matita.

Attaccare l’Ipod e scoprire di avere due settimane di musica ininterrotta non fa certo rimpiangere il passato, ma per far ballare la gente il vinile rimarrà insostituibile for ever and ever. O yea. Tuffiamoci in disco per un attimo. Anzi se ce l’avete mettete  su “Disco Inferno”, così ci capiamo. Allora innanzitutto il bravo DJ ti mixava i pezzi che proprio non te ne accorgevi. Aveva due piatti (giradischi no, per favore) con un cursore per accellerare o diminuire la velocità. Mentre un disco andava,  il diggei sentiva il pezzo successivo in cuffia (ecco perché le cuffie solo in un orecchio), portava la canzone alla stessa velocità della prima tramite il cursore, sceglieva il momento per sovrapporle e poi lentamente o a strappo le mixava, scemando la prima. Magari poi te la rimetteva un attimo per farti risentire i fiati o il ritornello o un coro, per darti l’illusione di un unico infinito e travolgente pezzo.

Si usavano dischi appositi: i cosidetti mix. Vinili grandi che però giravano a 45 giri, contenenti le “long version”, ossia versioni con lunghe parti strumentali o intro infinite per consentirti la compenetrazione dei brani.

Mentre oggi i lettori cd hanno un display che ti segnala i battiti per minuto del pezzo (bpm), allora la difficoltà o meglio l’abilità stava proprio nello scegliere brani che avessero velocità o ritmo simili. Il cursore poteva intervenire limitatamente sul tempo e così i più arditi Diggeis – tra cui l’avrete capito immeritatamente m’includo – se s’impuntavano che quel pezzo doveva entrarci, intervenivano col dito per frenare il ritmo o per imprimergli maggiore velocità. Ah e poi c’era il preavviso. Far sentire un pezzettino del brano che stava arrivando, poi toglierlo, poi rimetterlo, un po’ come si fa nel sesso quando hai capito come si fa.

Insomma, se oggi sento Like a Virgin, non posso non cantarci sopra gli Industry. Con le pause di Kiss di Prince, mi parte automatico il riff di Long Train Running.

E ai primi archi che facevano da contrappunto al basso di Billy Jean continua a venirmi la pelle d’oca.

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McCurry

foto di Steve McCurry (http://www.stevemccurry.com/main.php)

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Rivelazioni/10 Friendfeet

Ieri sera, mentre mi scapicollavo a 38 all’ora tra Castel San Pietro Terme e Bologna, intervallando curiose apparizioni mistiche a canzoni di George Benson Live in L.A., ho  finalmente realizzato, dopo anni di sperimentazione, quale sia l’atto erotico per eccellenza, l’archè di tutti gli sconvoglimenti psicosomatico sensoriali, la summa dei piaceri della carne e del pesce.

No. Non parlo di quelle cose lì che ci si tocca l’intimità come dei primati, non disquisisco dei lascivi sfioramenti da uomini e donne di Neanderthal, né penso a volgari introduzioni di pezzi di uno all’interno dell’altra e/o viceversa che al giorno d’oggi tra uomini sensuali, transnazionali, eunuchi pentiti e Saffo col baffo, non si capisce più cosa va e dove.

No, non parlo nemmeno di quelle riunioni viziose e sediziose dove gli invitati si scambiano a caso partner e chiavi della macchina, tanto da rischiare di trombarsi la mamma della festeggiata nella Panda 4×4 del giardiniere.

E di certo non mi addentro nei meandri di filmini fatti col cellulare e riversati in rete su Tube di qua e redporn di là, dove ad ogni spinta il telefono si sposta fino ad inquadrare, al culmine dell’amplesso, il vaso finto Venini che hai sulla credenza della nonna.

No, eleviamoci per un attimo ad atti sì tangibili e carnali, ma che avvicinano catarticamente il corpo all’infinito, eludendo tutte le accezioni cronotopiche. E basta scherzare. 

Parlo del massaggio ai piedi. L’unico atto con cui  – aprendo sapientemente il pollice a 310 gradi su tutta la superficie plantare - riesci ad accarezzare il corpo intero della tua fortunata vittima, essendo colà disegnato e collegato ogni più recondito organo umano, dolcemente dolorante o intimamente bramoso di soffici digitazioni.

Si insiste sui polpastrelli, ci si insinua tra di essi, piegandoli a guisa di stretching, si preme in più punti fino a provocar sensazioni estatiche convulse tali da rasentar la riflessologia plantare preorgasmica. Senza dimenticare la caviglia, o meglio: il lembo tra tallone d’Achille e il polpaccio, laddove risiede il magico tendine dell’amore puro.

Allora, stasera, quando tornate a casa, date una carezza ai piedi dei vostri amati. 

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Here comes the son

Quando manca ancora un’ora all’uscita da scuola, suona la campanella di mezzogiorno e io non me ne accorgo quasi mai quindi, anche se mancano solo quindici minuti alla fine delle lezioni, chiedo a Emma quanto manca. In quell’ultimo quarto d’ora, la maestra ci chiede di scrivere i compiti sul diario e di fare la cartella e solo in quel momento mi accorgo che poco tempo dopo saremmo andati a casa manca poco per andare a casa.

Si comincia a sentire un rumore simile a un esercito di cavalieri che galoppa e una piccola campana attaccata al muro annuncia l’uscita da scuola. Disordinati come mucche al pascolo, ci alziamo e ci dirigiamo verso la porta per andare a prendere le giacche. Nel corridodio i suoni sono ancora più forti, le voci degli alunni delle varie classi sono assordanti e a quel punto gli ultimi bambini escono dalle aule gridando frasi come “c’erano compiti di italiano?”, e di conseguenza aumentando il chiasso.

Appena uscito dall’edificio mi divido dai miei compagni, cammino dalla parte opposta alla loro in cerca della mercedes di mio papà, gli chiedo che cosa mangiamo e lui come tutti i giorni mi risponde che non lo sa.

… “e lui come tutti i giorni mi risponde che non lo sa”. Quest’ultima frase del novenne mi ha mandato il cuore in pezzi, per la rassicurante ritualità che i bambini cercano ed il pervicace rincoglionimento dei padri, che mai s’informano sul quotidiano desinare.

Magari sono imbranati con la WII, impediti con la Playstation, e totalmente privi del cellulare, però i figli che amano leggere dan tante soddisfazioni.

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Sfido chiunque

Ci sono delle situazioni della vita che ti si ripropongono con delle leggere varianti, e che finiscono per regalarti quel leggero sgomento, quel non so che, quel vago sentore di inadeguatezza rispetto alle umane faccende che si trasforma in frustrazione strisciante.

Orbene, capita che per lavoro io mi debba recare in una ridente cittadina della costa adriatica tanto cara a Fellini. Tipo Rimini.

Succede che la fortuna mi faccia scovare un albergo adeguato al decoro che la professione m’impone e che, guardacaso, l’hotel prescelto abbia un centro benessere sotterraneo con piscina termale e idromassaggio necessario a mitigare lo stress che la professione m’infligge. Tipo questo.

Capita poi che mi accoglie una sorridente biondina e che non faccio nemmeno in tempo a posar la valigia che ella mi tenta subito col wellness acquatico. Mi porta di sotto e mi consegna accappatoio e ciabatte. Nello spogliarmi, realizzo che non ho il costume e che quello adamitico magari è sprecato per l’ambiente. Torno dalla biondina, le spiego il problema e lei mi consegna una bustina contenente un costume “di quelli usa e getta”.

Una certa inquietudine comincia a turbare i preliminari del mio benessere. Mi rispoglio e con un’ansia dilagante apro la bustina trasparente. Lentamente svolgo quell’origami di carta giapponese grigio scuro. Non ha la forma di mutanda. E’ più una sciarpa con una strozzatura elastica al centro. Certamente sono impreparato, ma posso farcela. Comincio ad avvolgerlo sui fianchi come un pareo per pigmei. Non copre quasi nulla e lo specchio mi rimanda una sorta di Zorro col naso lungo (insomma, lungo rispetto ad un naso). Mi immagino l’idromassaggio che da sotto mi solleva la paratia e fa baussetete ai poveri avventori della piscina.

Non mi scompongo perché la vità e una sfida e allora mi passo lo straccetto sotto il cavallo e tento di legarlo ad un fianco. Copre solo da un lato e sembro Capitan Harlock dopo un incidente alla Parigi Dakar. Mi viene da piangere tantissimo perché comincio a pensare che il destino mi prenda seriamente per il culo. Mi tornano in mente immagini cupe di Hulk con l’abbonamento alla palestra scaduto da un anno, slippini scrausi della Hollywood e penso che forse tutto ciò un senso lo deve avere. Sconsolato, mi avvolgo l’origami sull’innominato, a turbante, in un ultimo disperato gioco al massacro. Risultato ovvio: culo fuori e Moira Orfei davanti.

Ora, io avrò i miei limiti, ma quest’affare come cazzo si indossa?

 

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Un anno vissuto pericolosamente

1) Splendidi Quarantenni compie un anno.

2) E’ inutile minimizzare: mi sono sollazzato come un Panda muschiato della Manciuria orientale, animaletto protetto e capace di provare orgasmi multipli anche solo telefonici.

3) Ho scritto circa centoquaranta articoletti tra racconti, commenti, emozioni, risate e poche tristezze. Ho avuto diversi contatti, commenti  sempre pertinenti, intelligenti e amorevoli e soprattutto l’apprezzamento di persone stimate.

4) Ho imparato a scrivere l’essere, sperando di avere.

5) Ho associato più volte le parole alla carne conoscendo, tramite il blog, delle persone con cui mi amerò per tutta la vita, anche in gruppo.

6) Ho conosciuto il disagio di gente sola, disadattata, con seri problemi relazionali, sessuali, mentali, grassa e con la frangetta.

7) Ma ora è tempo di smetterla. Chiudo il blog e vado alla riserva dell’Isola di San Pietro a curare i rapaci vittime di violenze sessuali domestiche.

(E ora scopri quali di queste affermazioni è falsa o quantomeno discutibile.)

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Rivelazioni/9 – mostardo!

A pranzo, mentre davo fondo gli avanzi delle libagioni natalizie, a dieta astutamente sospesa per rincoglionire l’arcigno metabolismo, ho assunto distrattamente una badilata di bagigi (che son arachidi oppure spagnolette se sei superpippo), ho avvicinato le vaschette trasparenti che sostavano a sinistra del bicchiere e ho assaggiato il mascarpone: buono, bianco, dolce come una crema, ma anche salato alla bisogna. Poi ho intinto la forchetta nella mostarda: densa, torbida, con i pezzi grossi che emergono quando meno te l’aspetti. Piccante, soprattutto, tanto da offenderti le narici, a volte. Terminati gli assaggi, complici le bolle di colesterolo giunte al cervello, prima di accingermi alla prelibata commistione degli elementi di veneta tradizione, ho avuto la mia nona rivelazione, che mi accingo testé a svelarvi.

Orbene, ho realizzato che gli uomini sono di due tipologie: il mascarpuomo e il mostardo. 

Il mascarpuomo è dolce, sensibile, capisce le donne, lo porti dove vuoi, non sporca, è assolutamente zerbinato, pulisce la casa, lascia alla donna le decisioni oppure le condivide fintamente per non deluderla, piace ai gay, forse anche un po’ lo è, sa cucinare, fa sesso solo se ama e spesso si agita tanto che i pantaloni li toglie per la seconda. Ama i figli, va in campeggio però in bungalow e piange quando nei film muoiono i cani, anche se di vecchiaia. Dà del lei alla suocera, lavora il sabato mattina ma giammai la domenica, partecipa personalmente ai visitoni, non si abbona a Sky sport e taglia l’erba al sabato pomeriggio dopo le 3. E’ deluso dal centrosinistra, ma lo vota perchè non lo sa neanche lui, fa beneficenza e a Natale non compra cazzate. Ascolta la musica degli anni 70, spesso perde i capelli, accetta deprimendosi l’invecchiamento cerebrale e predilige le posizioni dell’amore dove ci si guarda negli occhi.

E il mostardo? Non ve lo direi neanche com’è il mostardo. Perché quello aspettate voi, e lui lo sa e vi farebbe morire nell’attesa, il mostardo, lui.

Lui non chiede: prende, decide, si arroga, avoca, comanda. Lui ha una macchina sportiva e guarda il culo alle donne. Lui considera la monogamia maschile come un inutile laccio occidentale e per l’apologia dell’adulterio aforisma Schopenauer senza averlo letto. Lui è disordinato, si rade quando ne ha voglia, vizia le figlie, non gioca mai a Scarabeo, fuma, beve e spesso prende la donna al costume delle fiere (a pecorina se sei superpippo). Ma quanto piace il mostardo. Gli si perdona tutto, perché è maledetto, poeta, geniale, incorreggibile, uomo. Ecco, è finalmente, veramente, inesorabilmente, dannatamente,  rudemente e porcamente U O M O.

Il palato si gode la perfezione della sublime unione del mascarpone con la mostarda. 

E l’uomo perfetto non può che essere il risultato della fusione dei due archetipi. L’alternanza è schizofrenia, la giusta fusione si ha solo nella magica commistione tra le due anime dell’uomo.

La perfezione è quindi l’uomo dei gemelli.

 

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Stefano

Rischiava grosso, lui.

Un conto era partire per un week end tra amici, altra cosa imbarcarsi in un viaggio ai confini del disadattamento, dove stormi di blogger avrebbero sicuramente cammuffato le proprie complesse dinamiche relazionali disquisendo solo di aggregatori di feed o dissocial network. Il ruolo assegnatogli doveva essere quello di silente accompagnatore di una blogger letta e diletta, poi rivelatasi un pezzo di sole che quando la vedi già ti manca.

Ha ascoltato, Stefano. Poi si è messo gli occhiali e si è fatto crescere la barba e ha cominciato a far girare il mondo intorno a lui. Con leggerezza ha introdotto l’amore per le lingue desuete, il vino bianco delle vigne veronesi, le allieve sfacciate che lo concupiscono invano, la gratitudine verso il suo mentore, il cordoglio per una perdita importante.

Il fascino di chi non s’impone ma si rende gradualmente imprescindibile. La forza di argomentare senza gridare, esprimendosi sempre a piccoli passi, con le scarpe leggere dei sapienti.  E poi lo scatto felino, un ruggito rabbioso contro chi, per gioco, lo accusava di snobismo (“se lo dici ancora, ti rutto in faccia“).

E adesso provaci, a non aprire un blog.

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