Archivi del mese: novembre 2009

So cats

Che faccio cedo? No perché la debolezza è perigliosa, subdola, una strada senza ritorno, un tunnel alla fine del quale c’è sempre vento forte a Caianello e cazzi amari tra Assergi e Colledara.

Antefatto: “Gran Teatro” di Padova, così i patavini appellano un bollente tendone costellato da troppe sedie in plastica blue del designer indiano Fuck Eary. Si attende Corrado Guzzanti e il suo interminabile recital. Dal cellulare spunta la foto di una gattina. Due mesi e mezzo, soriana occhi grigi. “Oddio che bella, dai la prendiamo noi?” ” Veramente avremmo già l’altezzoso Gianfilippo.” “Ma dai tanto lui mica si offende. Poi si fanno compagnia.” “Senti, ci penso. Dai che inizia lo spettacolo.”

Lo Splendido rimarrà stritolato nelle disumane maglie della tenerezza, sprofondando nel convulso turbine cromatico del grigio felino che vira verso l’azzurro oculare dell’amor?

Mi aggrappo allora a queste parole che lascio ai miei sparuti sed stimatissimi lettori. Sappiate che il dubbio m’attanaglia. S’offenderà il sensibile Jeanphilippe di questa femminea presenza? Ecco, metti che gli sposta la ciotola, gli fotte i croccantini o vuole andare all’Ikea a Santo Stefano. A lui che l’ormone non tange, essendo stato prudentemente alleggerito degli zebedei, non serve una femmina! Quale sarà la contropartita del disturbo arrecato dalla micia intrusa: il sesso? Eh naaa..La compagnia? Se la vuole la chiede. Gli scalda il cuscinetto? Ma per favore…

E poi puta caso che la micetta mi fa la leggera coi gatti del quartiere mio, che son selvaggi, rudi, grossi e incazzati. E’ una giungla là fuori e questa va in giro sculettando coi suoi occhioni grigi e la codina a virgola, con ‘sto pelo soffice e questo musino simpatico. No, perché bella è bella, niente da dire. Carina proprio. Eh già. Mmm.

Che dite: cederò?

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La vergogna

Sono un uomo senza vergogna, io. Non me la potrei nemmeno permettere una sana vergogna, col lavoro che faccio.

Me l’ero quasi scordata quella intima sensazione di inadeguatezza. Perché questo è la vergogna: smetti per un momento di avere una dignitosa posizione nel mondo. Dura poco, giusto il tempo di sprofondare o arrossire, poi riemergi e il mondo non è più quello di prima, tu non sei più quello di prima, il tuo interlocutore è più divertito di prima.

Ieri sera sfogliavamo  al computer le foto digitali del mare. Alla mia destra Lady Splendor, alla mia sinistra un’amica blogger marchigiana, ospite da noi per partecipare alla manifestazione milanese: “Hopper il pittore della solitudine, della malinconia e beviamoci su dalla Sid”. Foto della Puglia, dei sorrisi delle amiche, delle terre di Otranto, di monumenti al tramonto. Guarda che bel mare, vedi come vieni bene con questi colori dell’acqua, guarda come mi stava quel costume.

Ad un tratto sullo schermo ad alta definizione appaio io, in piedi, di spalle: completamente nudo e con le chiappe così bianche che più bianche non si può. Splendide chiappe al vento che, in pieno contrasto col colore ambrato donatomi dal sole salentino, sembravano delle adamitiche mutande virtuali. Non ricordavo che i miei figli birboni avessero rubato quello scatto a testimonianza della mia abbronzatura d’agosto inoltrato. L’(ex) amica blogger mi parte con un riso convulso con tanto di mano sulla bocca e occhi lucidi. Saltella pure sul divano per un attimo. Lady Splendor non mi sfoggia contegni più rispettosi. Io semplicemente muoio.

Le donne bisogna farle ridere. Se ti riesce da nudo, non è un buon inizio.

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Stalk Hutson

” Oggi sono stato ripreso. Con garbo, gran classe e tatto felino, ma la reprimenda è giunta inattesa.

Imputata è stata la mia insistenza, che a torto ritenevo gradita, verso alcune persone che evidentemente non avevano in animo di condividere la delicata porta della reciproca confidenza. Avevo affrettato il sacro processo di intimizzazione, senza tener in alcuna considerazione la circostanza che ogni anima si schiude con dinamiche e tempistiche proprie, a volte intelleggibili. Non ho voluto interpretare i garbati segnali di diniego, le manifestazioni di velato fastidio che mi giungevano sempre più frequenti. Tardavo nella comprensione che se bussi all’uscio e non ti aprono non importa se la magione è disabitata oppure non ti gradiscono: non insistere è sempre la regola migliore.

La confidenza è un invito. Lasciare al prossimo questa opzione è un segno dovuto di grande rispetto; al contrario imporsi risulta quantomai devastante, genera ipocrisia e rifiuto. E  quello brucia. 

Perseverare infittisce il solco della separazione. Forse è meglio  riflettere sulle ragioni del diniego fino ad accettare che sovente una ragione non c’è. Semplicemente non era il modo o il momento. Punto.

Il mondo non è obbligato ad accettarci per il solo fatto che esistiamo.”

(Stalk Hutson da “I said no” 1956 Ed. Latratidivini, pagg 210, euro 13)

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Milady

Era facile scorgere quella Bentley color champagne spettinare i girasoli nella commovente pianura toscana. Nel Chianti non ci si sorprendeva più per lo sfoggio di opulenza britannica. Quell’automobile d’altri tempi era quasi un appuntamento fisso per i contadini della zona, che quotidianamente interrompevano le loro gesta millenarie, si toglievano il cappello di paglia e strizzavano gli occhi contro il sole per carpire il segreto celato dai vetri oscurati.

Mollemente adagiata sui lussuosi divani posteriori, viaggiava lei, tra un Soroptimist e un Rotary, bellissima quanto annoiata dagli agi immeritati della sua fortunata esistenza di ereditiera. Il grosso cappello, diverso ogni giorno per foggia e nuance, la riparava dal sole generoso di giugno e dagli sguardi invidiosi del popolo bestemmiatore.

Al ritorno dai noiosi the di beneficienza era solita abbassare il vetro divisorio e rivolgersi pigramente all’autista:” Well, I’m not really hungry. I just..” A quelle parole il conducente era solito rimproverarla con mediterranea dolcezza. “In italiano, Milady. In italiano.” Poi accostava la vettura sul ciglio sterrato e conduceva la dama tra i girasoli, ottimi ad occultar il turbine dei loro amplessi, sovente consumati al costume delle fiere per far scempio di quelle terga d’oltremanica.

Quella settimana la beneficenza impose viaggi quotidiani e con altrettanta cadenza si consumarono gli spuntini bucolici tra i girasoli. “Well I’m not really hungry, but…” A quelle parole il maggiordomo accostava la Bentley color champagne e senza nemmeno togliersi la livrea espletava le sua mansioni, tormentando i lombi della sua graziosa datrice di lavoro.

Il sabato, la dama, visibilmente provata dai viaggi, abbassò il vetro dell’auto e con fortissimo accento british disse:

Ambrogio, it hurts me…… ho come un dolore al sedere.”

“Milady, con tutta la cioccolata che mangia!”  

 

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(* per Elena quella di Londra)

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Rivelazioni/ 7 – la felicità

La felicità non è un sentimento qualitativo. Non è che ti definisci felice sol perché i tuoi momenti di letizia sono particolarmente intensi.

A ben vedere non si tratta nemmeno di un sentimento quantitativo. Non basta avere reiterati lampi gioiosi per essere felici.

Sentirsi felici, infatti, non é essere felici. La prima è una percezione piacevole ma inesorabilmente transitoria, la seconda è una qualità dell’esistenza.

Forse, l’ottica corretta è quella di considerare la felicità come l’ottimistica dilatazione nel tempo delle sensazioni di gaudio.

Allora, non è felice chi gode, ma chi è convinto che godrà ancora.

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Donne, du du du

Uomini si diventa. Donne si nasce.

No, stavolta i trans non c’entrano. Parlo di come gli uomini siano il risultato di un’evoluzione graduale del loro atteggiarsi, dove il risultato finale, salvo rari casi, non ha più nulla dell’origine infantile. Le donne invece nascono già donne. Il loro contegno femmineo, grazioso, dolce, ma  anche smorfiesco, malizioso e paraculo è presente già al primo vagito. La natura offre loro quest’arma micidiale da contrapporre al vigore fisico del sesso forte.

La determinazone, per esempio, è femmina. Le bambine non mollano mai e fino a quando non hanno ottenuto il risultato, continuano imperterrite il loro ballo gitano sugli zebedei paterni. I maschi hanno più misura, se non li hai viziati.

Il matrimonio, per dire, è una categoria che gli uomini fingono di non conoscere fin’oltre i trent’ anni. Le ragazze no. A 4 anni vogliono già accasarsi, siano esse disoccupate, ovvero parrucchiere, la professione femminile più ambita  in ambiti familiari di centro sinistra (veline per background più conservatori).

Ne ho avuto l’ennesima riprova stamattina, mentre andavo a recuperare la prole presso quell’accogliente ostello della gioventù che è casa di mia suocera.  Alle 7,30 una delle mie nipotine bionde, 4 anni abbondanti ma splendidamente portati, fa colazione con i baffi di cioccolata. Mi vede, sorride e mi svela di aver coronato il suo sogno:” Sai che ho dormito con il mio principe?”

I nove anni assonnati e principeschi del mio secondogenito scendono le scale, confermandomi la circostanza ineluttabile.

La sua espressione tradisce affetto e rassegnazione.

Appunto.

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Attese

La vita è un susseguirsi di attese. Gli avvenimenti che la costellano altro non sono che l’epilogo di un intervallo sospeso e il contemporaneo avvio di un nuovo indugio. Le pause sono catalizzatrici dei pensieri più speranzosi, delle fantasie più recondite, delle illusioni più sfrenate e delle paure più buie.

L’attesa, come il vino, enfatizza le emozioni. Nell’attesa ci si macera oppure si gode, ben più che nel momento a cui finalmente si approda.

Chi come me ha urgenza di vivere, dimentica spesso il gusto dell’indugio e brucia tutto come un cerino, anelando – con dispendioso affanno - al risultato finale, che forse non delude, ma è sempre orfano della sua attesa e quindi inesorabilmente incompleto e parziale.

Trattenersi un attimo. Questo è il segreto, poco occidentale forse, velatamente tantrico e perverso,  ma facilmente sperimentabile.

Ieri ho provato. Una chiamata da Roma avrebbe cambiato la sorte di un’operazione importante. Mentre il display lampeggiava il nome del mio referente, ho lasciato imperterrito che la chiamata svanisse.

Poi ho goduto. 

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Write or die (Kamikaze version)

E’ una follia mettersi alle 8 del mattino a scrivere col write or die. E poi ho scelto la modalità Kamikaze perché amo le sfide io. Si scrive di morti oggi. Oggi è la commemorazione dei defunti ma tutti lo chiamano il giorno dei morti, che pare un film horror con gli zombie che escono dalle tombe. Oggi quelli che hanno il culto dei morti vanno in cimitero, fanno la coda per entrare e poi per comprare i fiori e poi si attardano sul portone di ferro del camposanto a parlare con gli altri avventori e si dicono: son passati due anni e sembra ieri. Pensati che apparecchio ancora per lui. Mi sembra che ci sia ancora. Il culto dei morti è semplice nostalgia. A  volte è paura. Di certo non nel caso delle vecchiette che inculano i fiori nelle tombe dei morti degli altri e le mettono nei morti propri. Sono idiote le vecchie che fan così. Se credi che ti vedano dall’alto, pensi che gradirebbero avere sulla tomba dei fiori rubati?. (Se ti fermi a pensare i bordi dello schermo diventano sempre più rossi e poi se non scrivi in tempo si cancella tutto. mette ansia ‘sta roba.) Io il culto dei morti forse ce l’ho. Sicuramente l’ho avuto vent’anni fa quando ogni domenica andavo sulla tomba di mia madre a con la mente le raccontavo quanto difficile era gestire i pezzi di famiglia che mi aveva lasciato in eredità. Non avevo rancore, si badi, ma solo urgenza di un report dal mondo dei vivi, quasi che a raccontar le cose il dolore si lenisse e io mi sentissi ancora più forte e guidato dall’alto a gestire tutte quelle cose adulte a soli 22 anni. Il babbo invece ha pensato di andarsene la notte di Halloween, ma questa è un’altra storia e le trecento parole sono finite. E ora è finito anche il tempo.

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