Archivi del mese: ottobre 2009

Single

Ma che fine hanno fatto gli uomini? Questo mi chiedono le amiche, per inciso carine, giovani (almeno dentro), acute e papabili (anche nelle versioni pappabili e palpabili), ma inesorabilmente non accompagnate. Insomma, pare proprio che vi sia penuria (va’ che significativa assonanza).

Eppure, girando per la rete, tipo friendfeed, blogosfera, socialnetwork, tumbler, twitter, fucker and so on, sembra che i maschi soli siano un reggimento, tutti spregiudicati dietro lo schermo piatto, tutti trombeur de femme, tutti allupati a chiedere coccole elettroniche, easy petting, light sucking e paciugarti vorrei. Ma molti anche ad offrire poesie, dispensare tenerezza, regalare sensibilità e prodursi in spremute di cuore. Sono fantastici gli uomini della rete quanto a espressività dei sentimenti ad esternazione dei bisogni dell’animo e dichiarazioni d’amor. Ma allora perché non si incrociano domanda e offerta?

La colpa è della timidezza. Le anime blogghe son disadattate; accusano problemi relazionali ed espressivi e danno il meglio nascoste dall’anonimato elettronico. Davanti alla tastiera dicono cose che dal vivo non riuscirebbero nemmeno a pensare; col mouse raggiungono livelli di raro lirismo che di fronte ad un pubblico nemmeno balbetterebero paonazze. Rare le eccezioni, tra cui m’includo, non tanto per i disturbi del comportamento, che condivido, quanto per l’espressività, che mi dà da vivere.  

La soluzione ci sarebbe: andrebbe mischiata con coraggio la rete col mondo reale, introducendo a internet i refrattari e facendo alzare i disadattati dalle sedie, che aprissero la finestra per mostrare gli occhi al mondo, incontrandosi non solo tra loro nei camp, oasi impermeabili a chi non mastica di blogosfera, ma nelle piazze o attorno a tavole imbandite. 

L’esperimento io l’ho fatto ed è riuscito benissimo, tanto che ultimamente ho adottato una blogger di successo: la sfamo, la porto in vacanza, le dispenso consigli inascoltati (comunque tardivi) e in cambio ricevo il suo amore vellutato e imprescindibile, generato da un cuore così grande che ha dovuto farsi crescere le tette per nasconderlo (e qui lei mi piange. E ne ha ben donde).

Non è facile svelarsi al mondo, abbandondando la comoda coperta dell’anonimato. Significa porsi di fronte ai propri fantasmi, alle sempiterne debolezze, alle placide insicurezze, ma se ne esce più consapevoli, più forti, più belli, anche.   

Perché il bello delle relazioni umane sta nell’associare le parole alla carne.

 

 

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Genova

E’ lunga Genova. Mentre lasci il saliscendi di cemento e approdi al lungomare sgombro dai container, ti vien da dubitare che sia ancora la stessa città da tanto è lunga. E’ una striscia di mare che ti accompagna per trenta chilometri senza farsi annusare. Perché Genova non sa di mare.

Ci sono i palazzi di vetro dell’America intervallati dalle brutte sopraelevate, c’è un po’ di Milano in via venti, palazzi torinesi a contorno di piazza De Ferrari, la kasbah di Marrachech in faccia al Porto Antico. Nei caruggi tutti i cantori intonano paraculi De Andrè e Fossati mentre gli alpini fanno le ronde con un occhio alla vetrina del bar che proietta la Samp dal satellite.

Sono dolci i genovesi. Mica ti fan pesare che hanno Renzo Piano che ogni tanto riordina, e ti raccontano di Lauzi che si vedeva sempre meno in Piazza Erbe perché ormai stava tanto male poverino e poi ti confessano candidi quanto adorino i genovesi famosi che restano a Genova, mica come Villaggio.

Ti vien voglia di viverci a Genova appena scopri di poter mangiare fuori in maniche di camicia a ottobre inoltrato, ma poi ti chiedi in quale Genova riusciresti a rispecchiarti. 

E così se continui a scendere scorgendo ormai il monte di Portofino, finisci a Boccadasse, sulla spiaggia che prelude alla farinata. Mentre guardi i condomìni galleggianti della MSC crociere che si allontanano al tramonto per soli 700 euro a settimana, ti rendi conto che e a Rovigo, per dire, il cielo in una stanza mica la si poteva scrivere.

Perchè la musica, a Genova, è sposata col mare.

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Consulting

Quest’estate incontrai un vecchio pastore nell’entroterra marchigiano. Era solo o forse era in compagnia del suo sterminato gregge che placidamente si godeva la collina verdissima profumata di sole. Fumava la pipa il pastore e leggeva attentamente un libro in francese, seduto su un largo tronco tagliato di recente.

Fu più forte di me avvicinarmi e farmi burla del villico: Maestro  – dissi -  se individuo il numero delle sue pecore, me ne regala una? Mi guardò incuriosito e rispose: certo

Sono 245 dissi. Lui stupito allargò le braccia e sconsolato mi fece cenno di riscuotere il premio.

Mi allontanai con la bestia sul collo ma giunto in cima alla collina egli mi urlò: Se individuo il suo mestiere, mi restituisce l’animale? Al mio sì disse con sicumera: lei fa il consulente!

Rimasi basito. E sa come ho fatto a indovinarlo? Per tre motivi:

1) nessuno aveva richiesto la sua presenza;

2) mi ha detto cose che sapevo già;

 3) si è portato via l’unico cane della collina.

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Giorgio e la Betty

Mi era già successo con la Carla e Sarkò. Mi ricapita con Giorgio il Brizzolato e la Betty Canalis: sono coppie così improbabili che fan simpatia.

Nessuno, né la loro mamma, né il loro agente e men che meno il loro cane crede alla sincerità del reciproco e repentino sentimento.

Però pensate per un attimo al loro dramma: se succedesse davvero? Puta caso che a furia di frequentarsi ad uso e consumo dei media, uno dei due involontariamente si invaghisca dell’altro come un merluzzo sentimentale del baltico. Che poi, mica son brutti ragazzi (ciò si intenda al netto del francese). Magari, chennesò, ammirano il modo sexy di addentare il sushi o si inteneriscono di fronte al viso stropicciato del risveglio o si innamorano della barba lunga che raspa sul maglione a girocollo grigio in finto cashmere cinese. Son persone umane anche loro. Può succedere.

Pensate alla Betty che magari fra qualche mese guarda Giorgio e gli dice: “I do love you, now”. E il brizzolato che risponde “No paparazzi, no amore.” Che tristezza è?

Io, che son sensibilone, la Betty straziata che piange non la reggerei. E guardate che succederà.  Perché Giorgio è infingardo. Figo ma infigardo. E poi ci ha le palle di ghiaccio che deve metterle nel Martini.

Ecco.

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diet report

Yes we can, anca massa.

Grande giubilo alla Splendid House per il debello lipidico. I primi due chiletti hanno abbandonato Monsieur le Pansutin, e i love roll stanno assumendo le misere sembianze di due involtini primavera.

Il segreto di questo primo successo? Determinazione, sofferenza, privazioni e altre afflizioni che vi risparmio. Ma no, pavidi grassottelli che non siete altro, scherzo. La determinazione basta e avanza, anche se non è il caso di cantar vittoria visto che i primi 2 chili sono sempre i primi ad andarsene, come i migliori amici.

Pochi gli accorgimenti: poco burro alla mattina, brioche solo alla domenica, yoghurtino alle 11, a pranzo tanta verdura cotta e cruda e pesce, almeno quattro volte a settimana (costa dimagire…). A cena quintali di bresaola ( non tutti s’un colpo), crudo parma magrissimo e petti di pollo alla piastra come se piovesse.

Naturalmente bisogna fare sempre due spuntini, uno a metà mattina e l’altro alle 5 del pomeriggio: ciò ti evita di mangiarti il tavolo ai pasti principali e non fa impensierire il metabolismo, il quale, se s’incazza, comincia a trattenere i grassi anche dall’acqua minerale.

Ma il segreto assoluto è la mela: poco prima dei pasti toglie la famazza. E poi fa tanto bene una mela al giorno, come ben sanno i medici disoccupati.

Capitolo alcool. Lo spritz all’aperol apporta 140 calorie, un mojito 200, pina colada 500 (tipo un big mac) e un margarita può arrivare a 850, quanto una pizza. (No, Silvia, non puoi fare una dieta solo liquida. SMETTILA!). La mia dietologa mi diceva sempre: “essere a dieta e far festa di notte è come pulirsi col giornale radio“.

Tutta gioia ‘sta dieta? No. C’è anche tanta tristezza. Ci sono i caldi vini rossi che ondeggiano negli enormi bicchieroni, il pasticcio della suocera col formaggio che fila mentre lo serve agli altri, c’è il venerdì senza spritz che manco inizia il week end. E tu che tenti di suicidarti percuotendoti col sedano, il finocchio diventa il tuo compagno preferito (questa è servita su un piatto d’argento), la bresaola, diciamolo, stanca alla prima fetta e pasteggiare ad acqua è eccitante come le primarie del PD. E’ vero, è concesso un quadratino di cioccolata alle 22, ma la vera consolazione arriva solo da specchio e bilancia.

Allora, membri di dietology, coraggio. Il cammino è ancora lungo, ma lastricato di buone intenzioni. Gnam!

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Sorelle d’Italia

Quanto me piasce ‘sto paese 0′mare e pure 0′sole.

Pensate che lo governa un simpatico utilizzatore finale perseguitato dalla magistratura comunista; il migliore dell’ultimo secolo e mezzo, ci dice. Lo presiede un gentiluomo che gli tocca pure specificare di essere imparziale. Il partito d’opposizione si è ridotto all’acronimo di una bestemmia e quindi supplisce alla funzione il presidente della camera, un tempo di destra.

Ah e poi c’è uno scrittore trentenne che vive sotto scorta per aver scritto un libro con nomi che tutti conoscono da anni; la Tav che ha quadruplicato il costo preventivato; 3 milioni di nuovi poveri e il 40% delle case affittate in nero. Solo per dire alcune cosine recenti che dan prurito ad ernesto e pure ad evaristo.

Tuttavia, il vero scandalo attuale è la rivisitazione al femminile dell’inno di Mameli nel nuovo spot di Calzedonia, con tanto di invocazione al Garante perché rimuova la blasfema colonna sonora. Che non sia mai associare lo stivale alle calze. 

E allora vedete che il rispetto per le istituzioni esiste? Certo, è attualmente un po’ compresso, ma almeno un’istituzione non si tocca: l’inno nazionale.

E checcazzo, siamo o no campioni del mondo?

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Je t’aime pansutain, moi non plus

Ieri passeggiavo per il centro con alcune avvenenti fans di Sergio Mistro, l’uomo tutto d’un pizzo, sbirciando distrattamente  le vetrine. I vetri riflettono, purtroppo, e una vetrina scura mi ha rimandato l’effige del pansutino fasciato dalla mia polo color carne. Proprio’nzepovvedé.

Sabato notte, uscendo da casa mia, un amico velista appassionato di comunicazione (marconista?) , salutandomi con il giusto accento, mi ha poggiato la mano sull’escrescenza, rilevandone sornione il recente incremento. Il fatto è che lui la pancia se la affetta lanciandosi dalle barche, che son metodi drastici, secondo me. Comunque é bello avere amici così schietti. Tu li sfami, li ubriachi, li fai divertire e loro ti ricambiano con tanta sincerità.

Ma è sexy il pansutino? Questo sostiene chi ha coniato questo simpatico nomignolo: un’amica sommelier appassionata di letteratura russa, l’unica donna al mondo che osa contrirsi se ingrassando le crescono le tette in luogo dei primordiali brufoli di serie. Tuttavia pesa: come uno zaino portato davanti quando sali in metropolitana. Ingombra, sforma la camicia, affatica,  invecchia. Il pansutino, dico, non l’amica.

E allora, dopo averne parlato per mesi, mossi dalla volontà di tornare asciutti come sei anni or sono, è proprio giunto il momento di riesumare la magica lista degli alimenti smilzi, quella fatta da una dietologa seria che mi costò pure un occhio, ma funzionò eccome. Grande rigore, privazioni indicibili, sogni carboidratici, ma fu un successo di pubblico e di critica.

Allora coraggio. I 78 chili (DICONSI SETTANTOTTO CHILI ARGHHHHH)  registrati oggi gridano vendetta. Libbre vergognose da debellare poco alla volta, tipo due chili al mese in modo da rincoglionire il metabolismo. Aperitivi addio, mojito vade retro, alcool solo sulle ferite. Cornetti alle 11, macchiatoni, cannoncini e bignè sospesi sine die. Carbonara serale sostituita dal minestrone. Petti di pollo alla piastra, bresaola e insalatine venghino siore venghino, che qui si diventa belli.

Ce la farò. Ne sono certo.

Perché piacersi non ha prezzo.

Per tutto il resto c’è l’indulgenza.

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ora basta

Sono anni che tento di insegnare ai miei figli alcuni dogmi del vivere civile. Il più importante è il rispetto dell’autorità, sia essa genitoriale, nonnale, ziale e soprattutto scolare. Sono anni che evito di criticare gli insegnanti direttamente o di fronte alla prole discente per non minarne la credibilità e quindi il potere costituito.

A casa della nonna comanda la nonna perché la territorialità è un dogma, a scuola si va perché –  ti piaccia o no –  è un obbligo di legge e la legge si rispetta perché se a calcio giocassimo senza regole saremmo ancora alla pallacorda o alla mano de dios di Diego Armando Maradona.

Non tollero che ci si prenda gioco dei militari, specie se saltano in aria per assurde regole d’ingaggio e cerco di trasferire il concetto che rispettare le istituzioni non significa condividere il pensiero di chi le incarna in quel dato periodo storico, bensì comprendere che sono il frutto di battaglie di chi credeva nel vivere civile e nella democrazia.

Ecco, oggi, di fronte ai reiterati insulti alla Corte Costituzionale, alla Magistratura, al Presidente della Repubblica, al Parlamento,  io cosa racconto ai miei figli?

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Intervistami tutta

Lindalov  ha un blog sessualmente orientato (http://lindalov.blogspot.com/)  Lei ci scrive cose sul sesso, ci vende oggetti vibranti e rotanti in tema e dà consigli per una corretta utilizzazione di arti e orifizi di donne volenterose e uomini di talento. Insomma un blog che ha una sua utilità sociale. La cosa che però incuriosisce è il contrasto tra la spregiudicatezza del  blog e la sensibilità, la dolcezza e la fragilità degli scritti della Linda. Per conoscere meglio la sua intimità (non quella, quell’altra), le abbiamo posto qualche domanda e lei così ha risposto. Questa cosa qua si chiama intervista, cioè uno chiede e l’altro se ha voglia risponde. Intervista dunque.

Tu sei andata a scuola dalle suore vero?
assolutamente no. (quelle dell’asilo contano?)

Perché sex toys e non bigiotteria o fiori?
Perché Noemi e non Veronica?

Più uomini o più donne tra i tuoi clienti?
Per adesso uomini 

Cosa acquistano gli uni e cosa le altre.
gli uni stimolatori anali e le altre lingerie e vibratori

 L’oggetto più stravagante che tu abbia mai venduto.
non l’ho venduto, l’ho fatto recapitare, come favore: una
paletta per sculacciare in pelle di coccodrillo
 

 Quello più prezioso o costoso.
il vibratore in oro 24K della Lelo, ma Beckham ha superato
tutti.
 

Provi tutto quello che vendi?
Si, decisamente. Tranne ciò di cui non ce ne é bisogno
come i prodotti per sculacciare. Io mi faccio sculacciare e
basta.

 Se tua nipote ti chiedesse un articolo cosa
 risponderesti? (tua nipote ha 16 anni)
Non ho nipoti.

 Il coniglietto vale veramente i soldi che costa?
Quasi come ogni accessorio erotico direi di no.

 

 Ha un futuro questo governo?
Anche l’impero romano crollò.

 

Domande?

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I piaceri della carne

Non credo che mangiar carne sia un contegno particolarmente progressista. A dire il vero penso che il vegetariano sia sostanzialmente sinistrorso e il carnivoro conservatore, ma io, ragazzo moderato che delle etichette se n’è sempre impippato,  vi dirò che ultimamente mi sto abbuffando di carne.

I piaceri della carne li soddisfo fuori casa e a pagamento, anche perché la signora, se può, evita. Frase volutamente equivoca per muovervi un sorriso domenicale, ma che acclara vieppiù che Lady Splendor non apprezza la bistecca, sebbene talvolta affermi di adorare il manzo che nottetempo le giace accanto.

E allora al ristorante evito il carboidrato, che peraltro allarga gli orizzonti del girovita e mi concentro invece su agnello, maialino, manzo, sorana e cosine più esotiche.

Ieri sera niente entrée, e  vade retro bigolo: solo filetto di manzo al sangue.

Mercoledì sera, invece, proprio non ho resistito all’antipasto proposto dalla Ornella nella sua trattoria ai piedi dei colli e che risale al 1907 (ma la Ornella pareva più giovane): carpaccio di bisonte e mozzarella di bufala. Proposti così, insieme, con una salsina sul carpaccio a guisa di imprescindibile marinatura.

Beh, il bisonte crudo ha un gusto che solo gli Apache in una notte di plenilunio possono apprezzare, mentre quella bufala aveva il suo perché anche da single. Giacevano sul piatto,uno accanto all’altra, bisonte e bufala,  tristemente privi di senso e gusto definito, solinghi. Uno troppo forte, l’altra dignitosamente gradevole, ma insufficiente a se stessa.

E allora con le fettine di bisonte ho abbracciato la bufala. Il succo della carne si è mischiato al latte della mozzarella e i due elementi sono diventati  un sol boccone rotolante e gioioso nel bianco talamo di ceramica. E quello era il sesso.

Poi ho assaporato lentamente il risultato di quell’abbraccio bovino capace di creare una fragranza equilibrata, agrodolce, succosa, nuova e incredibilmente dissimile dai gusti originari. E quello era l’amore.

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