Archivi del mese: settembre 2009

Vascreep

Il Vasco mi fa una cover di Creep dei Radiohead senza preavvisarmi.

Creep ti culla con un motivetto accattivante, degli accordi in sequenza rasserenante ma mai banali, ritmo che non distrae.  Poi, poco prima del ritornello, c’è quella chitarra che simula il rumore di una lampadina il cui filamento è in procinto di bruciarsi E’ una scarica elettrica che si trattiene due o tre volte per poi esplodere nell’accordo distorto che signoreeeeeeeeeeeeeeechecosanonè’stoaccordo. Avete presente quando ci si trattiene per due o tre volte e poi ci si lascia andare. Ecco, una roba così. La canzone è tutta in quel trattenersi prima di esplodere.

Creep è, attualmente, il mio motivetto preferito. Nella versione acustica esso raggiunge livelli di raro lirismo e io penso all’infinito (no, non quello di leopardo da vinci).

Vasco lo sento molto (feel, non hear). E’ il migliore rocker italiano semplicemente  perché è l’unico vero rocker italiano. Vasco spesso mi entra dentro come un pugno,  poi sì stupendo mi viene il vomito, ma va bene va bene così.  

Ecco, ora il Vasco che mi canta Creep mi mette un po’ in imbarazzo, perché non sempre due cose che ami stanno bene insieme. Tipo tua moglie e tua madre, per fare un esempio. Tipo la tua macchina sportiva e tua moglie, per fare un altro esempio.

Insomma mi costringe a giudicarlo, questa cover. Ma è difficilissimo prendere le distanze dall’originale. Poi c’è il testo, l’energia, i paragoni, le emozioni, il passato, l’affetto, l’adolescenza, il presente.

No, dico, ma non potevi farmi una cover di Sergio Endrigo, che c’ho già i miei problemi?  

Cià, cominciamo ad ascoltare, intanto. Ma pensa te.

Creep (Radiohead) http://www.youtube.com/watch?v=POPv20dqoxs

Ad ogni costo (Vasco Rossi)  http://www.youtube.com/watch?v=JcAPNU_X_gA

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Hand jobs.

Spendersi il primo denaro guadagnato è un piacere che non ha eguali.

Durante gli studi universitari mi guadagnai vacanze, pizze e cotillons impegnandomi con entusiasmo in svariate occupazioni. Non tutte di concetto, ma tutte oneste e quindi scarsamente remunerate.

Dare ripetizioni di italiano mi annoiò a morte. Imbottigliare lavande intime mi inebriò fino all’estasi; costruire campi da tennis mi abbronzò la pelle come in Maghreb; vendere spazi pubblicitari mi deluse irrimediabilmente.

Ma feci anche il mercante, e quel mestiere mi rubò l’anima. Parlo del mercato settimanale in piazza, con le bancarelle, le signore che chiedono lo sconto, il freddo che ti penetra nelle ossa alle sei del mattino e il tuo respiro che si mischia alla nebbia novembrina. Arrivavamo all’alba nelle stupende piazze venete, con  furgoni stracolmi di merce, teli, scatole e cavalletti. Ci si salutava sbadigliando coi colleghi che già avevano un’ombra di rosso in corpo. 

Eravamo comparse in palcoscenici pregni di storia, dove da secoli, magari proprio in quello stesso giorno, mercanti come noi avevano fatto pulsare il cuore della città. Si costruivano gli scheletri dei banchi e in poco meno di un’ora la piazza cambiava aspetto, con i colori dei tessuti, della merce esposta, degli enormi ombrelloni. Alle sette e mezza arrivavano i primi clienti. Alle undici la ressa era impressionante. Gli avventori eran tutti vestiti col vestito buono, perché quel giorno andavano anche dal medico, dall’avvocato oppure in banca. All’una si smontava. Alle tre a letto, distrutti.

Mi occupai di due settori merceologici ben distinti: bigiotteria e fiori. Entrambi mi furono imposti dalle circostanze e il bisogno supplì all’ignoranza.

Con collane, anelli e cerchietti me la cavai egregiamente, tanto da meritare l’encomio della titolare, che peraltro era mia zia.

I problemi giunsero col commercio dei fiori. Purtroppo non ho mai distinto un crisantemo da un gladiolo e ben presto il mio capo se ne avvide, complici alcune risposte traditrici offerte ai clienti. “Ragazzo, mi dia due gerbere” “Quali?” ” Ma come quali, quante ne vede?” Che poi le gerbere le noti, insomma.

Beh, un giorno giunse una cliente per una decine di roselline. Felice di conoscere l’articolo, gliele confezionai, come d’uso, nella carta di giornale. Gliele porsi con un sorriso e questa, stupita: “Ma facevi il macellaio prima?”

Gliele avevo incartate come delle salsicce, con pacchetto a caramella.

Il giorno stesso il titolare mi disse che a causa del rigido inverno si imponeva un immediato taglio dei costi. Del personale. Che ero io.

Sarà per quello che non regalo mai fiori.

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Tanguero

Mi reincarno in Gardel e mi faccio del male col bandoneon di Piazzolla. Ma sono un tanguero della Pampa dopo un giro nei peggiori bar di Caracas (lo so che è in Venezuela e allora?). 

Mi era piaciuto “potenziale elettrico” dell’argentina Sancla  e per scherzare le ho detto: mandamelo in spagnolo che lo leggo sul collettivo voci e ridiamo come coccodrilli.

Me l’ha mandato. L’ho letto.

Vai Astor.

collettivovoci

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Pensieri febbrili

Sopra i 38 e mezzo la febbre ti rende migliore, etereo, evanescente, quasi guru. Ecco,  i pensieri sono un po’ confusi, ma basta ordinarli coi numeri.

1) Ho scoperto Friendfeed. O meglio ci sono entrato per sbaglio per commentare la Sid, e poi tutto è venuto da sè. FF, così lo chiamano gli appassionati, è un turbine di piccoli post o link che continuano ad apparirti con una frequenza di uno ogni 10 secondi e tu commenti come un forsennato, all’interno di tante mega chat, con l’abilità di un appassionato di videogame. E’ l’evoluzione della blogosfera che gira a mille. Fa compagnia se sei ammalato, ma fa perdere ore e ore. Lì ho scritto che FF è come il pisello: appena lo scopri ti trastulli fino a perdere la vista.

2) Mia moglie, tornata dal suo viaggio da single a Parigi, ha scoperto che a casa mia, in questi giorni, c’è stato un certo movimento femminile. Sacchetti di cibo giapponese, tracce di autoinviti su friendfeed, ma mica mutande abbandonate sotto al divano, maligni che non siete altro. La malattia forse mi ha esentato dalle censure? Vi farò sapere terminata la luuuuunga convalescenza.

3) Ho bisogno di andare in una capitale europea a riempirmi gli occhi. Ho bisogno di idee nuove, di vedere biblioteche moderne, di mangiare cibo etnico originale, di sentire musica nuova. Berlino, forse ho bisogno di Berlino, ecco.

4) Lavorare mi ha rotto le palle. Ma mi mancano almeno vent’anni per la pensione. E allora si lavora e silenzio.

5) Il segreto per rimanere sposati a lungo è farsi sangue vicendevolmente, nel senso metaforico del termine.

6) Ma quanto mi piace mia moglie.

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Raccolta differenziata

Ci fu un tempo in cui ebbi  l’onore di divenire il confidente di un amico appena abbandonato dalla moglie, dopo quindici felicissimi anni di matrimonio.

Essendo anche un  collega, le occasioni quotidiane per mettermi a parte delle sue sofferenze non mancarono: al cappuccino delle 9 o al caffè delle 11, oppure allo spritz di mezzogiorno, o ancora al the delle 5 o al prosecco delle 8. Cosa ho sbagliato, avrà un altro, ma le figlie come cresceranno, la mia vita non ha più senso, mollo tutto.

Per due anni partecipai ai suoi turbamenti, sorbendomi ogni tipo di elucubrazione nichilista e fondati tentativi di revisionismo dell’istituto del matrimonio, tanto da minare anche le mie granitiche certezze in materia e procurarmi una gastrite nervosa, certamente aggravata da caffè e prosecchi. 

Ero un cassonetto per lui. E lui conferiva in continuazione.

Un giorno scoprii casualmente che il mio triste collega aveva appena intrecciato una relazione carnale con una avvenente fanciulla. La conosceva dal liceo. Lo affrontai in corridoio:

 ”Ma, allora: scopi e non mi dici niente?”

 ”Beh, dai… mica posso dirti tutto.”  

“Eh no cazzo, due anni che mi riempi di secco. Adesso mi dai anche l’umido!”

Rise.

Io no. 

 

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Biuti senter 2 – il ritorno

L’ho rifatto. Non ho potuto farne a meno. Si vede che i miei amici sanno che adoro farmi toccare da donne prezzolate e così mi hanno omaggiato di un altro buono. Stavolta niente brushing scrubbing, ma 50 minuti 50 di massaggio rilassante. E visto che c’erano, uno anche alla mia signora così il regalo per l’anniversario è a posto.

Quei buoni hanno sempre colori che virano dal salmone al vomitino di gatto e poi valgono solo 3 mesi.  I nostri erano targati 13 giugno. Il 13 settembre è domenica. Bisogna sbrigarsi. “Pronto sono lo Splendido e vengo a farmi toccare da voi con la mia signora, ma verrei quando mi pare perché oggi è l’ultimo giorno e io c’ho da fare. Nessun problema no? Sarete elastici immagino….Ah… Capisco. Allora vengo subito.” Elastici un cazzo.

Centro massaggi che quando suoni il campanello già sbadigli per la rilassatezza. Musica new age, of course. La musica new age in realtà non esiste. Sono solo i suoni prodotti da un tastierista in acido, con un pigiama bianco e i capelli castani lunghi e mossi, a metà tra Sandokan, Gesù e Shel Shapiro (3 mezzi. E allora?).

Ci accomodiamo sul divanetto in attesa che ci chiamino. Io sfoglio Max e mi spazientisco per il puritanesimo raggiunto dalla testata; Lady Splendor legge Grazia. Faccio il simpatico con quella della cassa, sennò mi annoio. Lei ci dice che abbiamo bisogno di energia e quindi ci mette anche un po’ di rosso. Non capisco dove ce lo mette il rosso, che poi io ho già la voce verde e magari vien fuori un pasticcio.

Entra una ragazza. Io neanche la guardo. Intuisco che ha dei tratti dolci. Immagino il taglio leggermente orientale dei suoi occhi bellissimi. Scommetto sui suoi capelli di seta e ipotizzo le sue mani di velluto. Ci guarda. Mi fissa e poi dice: “la signora con me“. Embe? Ma chi ti vuole, ma chi sei, che io son qui in cerca di professionalità. Voglio massaggatrici vere mica veline. Pfui. A me assegnano la cozza. La stessa che era alla cassa.

Mi fa cenno di seguirla e cominciamo un viaggio tra corridoi densi d’incenso, cromoterapie azzurrine, asciugamani ovunque appoggiati su fontanelle fumose, Shel Shapiri svolazzanti e arpe birmane miscelate a estratti depuranti alle alghe verdi dell’indonesia occidentale. Arrivo nello stanzino completamente stordito. Lei mi sorride e mi porge una cosa. La scarto. No. E’ lo slippino in carta che mi fa sembrare Hulk con l’abbonamento della palestra scaduto da un anno. Rido. Rido disperato e le mi dice che posso anche non indossarlo. La interrogo con lo sguardo. “No, nudo no, intendo che può tenere le sue di mutande, sempre che non le arrivino alle ginocchia.” Sciocca donnicciola. Meriteresti le Hollywood sgambate.

Mi lascia solo. Mi spoglio con la tempistica di un californian dream man e mi butto sul lettino. Ecco, poi ho un buco di coscienza per circa 48 minuti. Ricordo solo i miei lombi massaggiati con gli avambracci, come usa nelle Hawaii e poi delle lunghe carezze nell’interno delle cosce. Infine un sussurro alle orecchie, un alito di vento che mischia le prime foglie d’autunno: “tutto bene signore?”

All’ingresso ritrovo Lady Splendor spalmata sul divanetto, sorriso lisergico e capelli con piega vaporosa tipo Woodstock. Alla cassa confesso alla mia massaggiatrice che è stato bello, che voglio provare tutto, che esigo l’opzione arcobaleno e che ogni venerdì sarò lì. Lei sorride e mi dice: “si calmi, cominciano con un pacchetto da 5 , vuole?”

Sì, lo voglio.

 

(la prima puntata: http://splendidiquarantenni.wordpress.com/2009/02/11/biuti-senter/)

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Si ricomincia

Cartelle a posto? Diario? Quaderni?

Sveglia alle 6,40. Traffico impazzito, le mamme troppo truccate col suv parcheggiato in sala mensa, le lacrime, l’ansia, i compiti delle vacanze ontologicamente incompleti, il mare ancora sulla pelle, il sole negli occhi, i  compagni cresciuti in altezza, le compagne con le tette, le insegnanti ancora da perdonare, la fòrmica dei banchi, la polvere dei gessi, l’odore dei libri nuovi.

Stavolta non sono pronto per l’inizio della scuola.

Eppure l’ho finita da un pezzo.

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Dialoghi alieni

P….ino? “

” Grazie cara, ma vorrei finire di riordinare la cucina. “

(post sottoposto ad autocensura)

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12

Mio figlio ha dodici anni. Oggi.

Io, a dodici anni, ho cominciato a fumare. Lui no.

Io, a dodici anni, ho dato il primo bacio con la lingua (alla morosa di mio fratello, pure). Lui no.

Io, a dodici anni, guidavo il motorino con un altro dietro e si scappava spesso nei campi inseguiti dai vigili. Lui no.

Lui è uno scultoreo ginnasta, suona il violoncello, ha pagelle da urlo. Io no.

Secondo me è colpa degli anni ’70.

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Intimità hollywoodiane

Gli uomini hanno intimità inattese.
Indossano sempre le stesse sei camicie, anche se ne posseggono in quantità. Si annodano al collo cravatte scaramantiche, ma in compenso hanno una vasta cerchia di mutande preferite.
Al mattino, quando aprono il cassetto dell’intima pertinenza, ne lasciano sempre per ultime tre o quattro che stanno loro sulle balle. Bravo e dove sennò. Rifacciamo. E lasciano sempre tre o quattro capi di biancheria verso cui hanno sviluppato una intima idiosincrasia. Perché stringono, perché fanno caldo o perché non sono abbastanza glam, cool, trendy, fashion e insomma la giornata butta che magari le mostri, ‘ste mutande.

Beh, se sei sposato e non hai il pieno controllo del ciclo lavandarico delle tue mutande, succede che una mattina apri il cassetto e accidempolina ti son rimaste solo quelle tre  importabili. E non è che te ne puoi uscire con commenti troppo stizziti, perché non hai a che fare con la filippina collaboratrice occasionale ignota all’INPS. No, stai parlando alla tua signora, che se ti lava le mutande devi solo ringraziare e massaggiarle i piedi. Però solo quelle hai quella mattina. E sono cazzi. Al vento.

Le flessioni del ciclo lavandarico seguono altri cicli naturali e sovente il commento sulla penuria mutandesca ti è del tutto inibito e allora  devi rassegnarti ad indossare lo slippino scrauso.

Io ce l’ho l’ultimo dei miei capi. E’ uno slippino Hollywood, sì quelli pubblicizzati dal tronista Costantino Vitaliano, che a lui stavano anche decenti, ma a me molto meno. Credo sia il colore: bianco sulla fascia con la scritta Hollywood sproporzionata, e nero notte buia senza luna nel resto dell’indumento.  Me lo regalò un’amica spiritosa operante nel campo della moda, ignara del fatto che io porto solo boxer morbidi aderenti (e tale ignoranza stronca sul nascere ogni velenosa illazione).

Orbene, visto che alcune provvisorie morbidezze in via di repentino assorbimento non mi consentono di portare con dignità lo slippino in questione, va detto che lo indosso solo se ho la granitica certezza che non verrà esibito in occasioni sportive o ludico-ricreative.

Una sera, stanco della mia eccessiva autocritica, osai esibirmimi hollywoodiano alla mia signora. La risata convulsa che ne seguì spense l’eros come un canadair sopra la Sila.

E quella sera si lesse.

Perché la letteratura si ciba di delusioni.

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