Archivi del mese: giugno 2009

Acido folico

Stasera a cena racconto di quanto io invidi profondamente i musicisti veri, quelli che leggono la musica; quelli che dicono: la facciamo due toni sotto questa, ché in re viene col groooove che spacca.

L’antefatto era che ieri sera ero a tirarmela in una sala prove; a fare il direttore artistico di un “evento” che sto organizzando. E questa la facciamo e questa no. E quest’altra è troppo alta per le tue corde e non mi tieni la nota. Però loro erano lì aggrappati ai loro strumenti e mi ascoltavano, perché io davo magicamente direttive giuste, perché è innegabile che io la musica ce l’ho dentro, ma loro erano musicisti e io un cazzaro che andava a sentimento,  a orecchio. Ecco, io vivo a orecchio. Io vivo improvvisando. E improvvisando, organizzo.

Comunque, stasera decido che riprendo a studiare musica, perché altrimenti mi rimarrà il rimpianto. E io odio il rimpianto, ben più del rimorso.

Ma tu sei avvantaggiato con l’orecchio che hai, mi dice my sweet half. E sì ma se non so neanche in che tonalità strimpello, farfuglio io.

Allora Papà, si guarda il penultimo bemolle. Se c’è un solo bemolle è fa maggiore. Oppure se ci sono i diesis devi guardare l’ultimo diesis e aumentare di mezzo tono. Così la trovi la tonalità.

Ecco. Secondo me è l’acido folico che fanno prendere in gravidanza. Mica è normale tutta ‘sta intelligenza a 11 anni.

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Men’s help

Ieri sera, mentre mi preparavo per un lussouso party in un esclusivo golf club patavino, ho indossato con la consueta leggiadria una delle mie camicie, rigorosamente nera, orgogliosamente slim. Giunto ad allacciarmi la stoffa appena sopra i pantaloni, ho notato che alcuni  bottoni allocati nella fascia addominale opponevano una certa resistenza.

Incuriosito dalla circostanza insolita, sono salito sul mio apparecchio pesa persone elettronico, munito di slot interna per l’alloggiamento di sim card: superati i 75kg fa partire automaticamente un sms alla dieteologa. Ieri sera il display ha visualizzato questo incomprensibile testo: Warning. Fat Man. Stop the spritzes. Now!

Ho consultato lo specchio e ho notato una certa inspiegabile rilassatezza, quasi una protuberanza capace persino di occultare gli innumerevoli trampolini della tartaruga.

Con una agitata apprensione ho cercato muliebri conferme, ottenendo un sibillino: ma a me piaci morbido, panzerotto. Allora ho chiamato gli amici quasi in lacrime, spiegando loro il fenomeno. Le donne hanno ammesso che l’ escrescenza in questione la conoscevano e ne apprezzavano comunque la sicurezza e l’agiatezza che comunicava, gli uomini, pragmatici ma aridi,  consigliavano di accettare l’ineluttabile e rotondo destino del post quarantenne. Un amico sardo ha così paventato sfasci fisici prodromici all’abbandono: prima Porto Rotondo e poi Porto Cervo. Infame.

E allora eccomi qui, triste e dubbioso, davanti all’edicola; ho in mano ben tre riviste tartarugate che mi spiegano come essere un vero uomo in forma e desiderato da donne strafighe che si ninfomanizzano al sol mirarmi.

Le rimetto giù. Non servono. So già come far sparire la pancia in tre giorni: basta tirarla dentro trattenendo il respiro. So anche dov’è il punto gigio, postulandone, si badi, la controversa esistenza.

E so anche come farla urlare in camera da letto: basta asciugarselo sulle tende dopo l’amore.

 

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Neologismi

Ho notato un diffuso imbarazzo  nelle donne quando devono definire il proprio partner non ancora trascinato all’altare, ma condannato ad una vita nel peccato.

Posto che non possono dire: “ Ti presento il mio convivente more uxorio“,  perché convivente svela una chiara condizione socio sessuale e il garante per la privacy si dispiacerebbe, e poi perché il latinismo suona radical chic e pochi se lo possono permettere, resta il problema di come definirlo compiutamente, con soddisfazione, senza imbarazzi, il convivente, e mi pare che la lingua italica offra le seguenti opzioni che di seguito vado ad elencare.

Ti presento il mio boy. Allora se hai più di 15 anni ti ridono in faccia e gli sputi ti finiscono nello spritz. Ed è brutto, specie se prediligi lo spritz liscio.

Ti presento il mio lui. Fa Cosmopolitan anni 80. Eviterei.

Ti presento il mio ragazzo. Prova a dirlo se c’hai 40 anni e poi vedi gli sguardi di compassione.

Ti presento il mio fidanzato. Sì, carino, ma suona ottocentesco e implica l’anello che ormai è desueto e magari il tuo lui s’è comprato la moto coi soldi dell’anello, ‘sto impunito.

Ti presento il mio compagno: parte l’internazionale e tutti sulla piazza rossa a bere vodka col colbacco dopo aver mangiato svariati bambini.

Ti presento il mio moroso: è vero che non è dialettale ed è la contrazione di amoroso, ma è troppo nordico e non attecchisce oltre il Po.

Ti presento quello che mi scopa: mah, mi pare un po’ troppo intimo. E magari non è neanche l’unico.

Ineluttabile, allora, ricorrere ad un neologismo, che non è la rassegnazione ad un errore riterato (come disdettare o promozionare), ma è uno sforzo creativo per arricchire il linguaggio deficitario.

E ci vuole qualcosa di ben romantico, intanto, per definire l’uomo con cui condividi il letto il bagno la cucina e soggiorno duplex, magari parzialmente da riattare. Una cosa preziosa, come un monile, un cammeo, un gioiello. Tipo una perla o un corallo. Ecco, un corallo.

E poi c’è l’amore, il sentimento, l’affetto, il trasporto, l’emozione, le lacrime. Insomma il cuore.

Propongo: cuorallo e lacrimazzo. Il primo per le romantiche, il secondo per le voluttuose.

E la Crusca è allertata.

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lettera d’amor

Chiarissimo dottor Nori,

Vi metto a parte, con questa mia, di un increscioso episodio occorsomi proprio ieri, all’ombra dei veronesi ruderi.

Giunto in una graziosa libreria, ebbi a domandar nuove sul Vostro scritto intitolato si chiama francesca questo romanzo, non rinvenendo nemmen una misera copia negli affollati scaffali testè consultati. L’operatore, dopo un accesso all’elaboratore elettronico, mi svelò che il romanzo non era colà annoverato ed era pressoché…. introvabile!

M’assalì allora un sentor d’angoscia degno delle peggiori sventure.

Perché dovete sapere, chiarissimo Dottore, che l’opera Vostra non era destinata ad allietar le mie notti insonni, bensì ad alleviar le pene di un’amica cara, di cui, per pudor mio e pudicizia di lei, non svelerò anagrafe alcuna.

Ella si ciba invero degli scritti che portano la Vostra firma, diciassette, se non vado errato, e con tale contegno ha finito per sviluppare una sorte di dipendenza fisica e finanche psicologica che la porta sovente a riferirsi a Voi quasi, mi perdoni la licenza, come un dio pagano.  Non v’è conversazione in cui ella non infili, spesso a cazzo, la nomea Vostra, graditissima si badi, ma ahimé inconferente col tema trattato nel frangente.

Mi giungono allertate voci patavine sull’astinenza della poverina, aggravata da schiuma alla bocca, frasi sconnesse, degenerati costumi sessuali durante riunoni sediziose che s’ostina ad appellar rooster party. Non Vi nascondo l’apprensione che tutto ciò comporta in noi che ci prendiamo amorevole cura della sventurata. 

Solo facendole dono del romanzo sopra citato riuscirò ad alleviar tanta pena ed è per questo che ho avuto l’ardire di scomodar la Signoria Vostra per conoscere il luogo ove acquisir, al soldo, s’intende, lo scritto in questione.

Nel ringraziarVi per tanta comprensione, Vorrete gradire le più splendide attestazioni di stima da colui che ha in comune con Voi una sol cosa. Pancetta.

SQ

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Errori imperdonabili

Quel giorno la tensione si tagliava col coltello da pane, quello zigrinato. Ancora oggi alcuni anziani ricordano cosa successe il 18 giugno 1994.

L’emozione non era di poco momento, soprattutto per chi ci aveva fatto dei progetti su quello stupendo ragazzo, promessa riconosciuta. 

Fervevano i preparativi sulle terrazze patrizie, sulle verande borghesi e sui  poggioli plebei. Stendardi, bandiere e televisioni coloravano le vie palladiane.

L’avete capito no? L’Italia iniziava il suo cammino mondiale ad USA 94 e tutti in città eravamo elettrizzati: c’era il nostro Robertino Baggio da Caldogno, che non faceva mica Kakà.

Io, per distrarmi dall’attesa spasmodica, decisi di sposarmi. Presi la fanciulla che amavo e ci dissi: vuoi sposarmi te?

E lei: “insomma, sei stato un po’ stronzo, però ci hai un bel culo e spesso mi conduci al riso con della sana ironia. E dunque sia.”

Ci sposammo in fretta e furia, facemmo una veloce merenda e poi tutti davanti alla Rai TV (o si chiamava ancora EIAR?) e via con Italia Irlanda.

Perdemmo. Uno a zero. Allora cacciai via tutti e andai a coricarmi anche al fine di escutere lo ius primae noctis quale remedium concupiscentiae. Smontai la tenda montata dagli amici sul letto in pochi secondi a guisa del Gran Mogol.

Lei s’addormise, io col favore delle tenebre la sveglietti e lei espresse un leggero disappunto.

Tranquilli. Poi andò tutto per il verso giusto: l’Italia andò in finalissima col Brasile.

Il rigore di Roberto Baggio a Pasadena e il cazziatone allo Splendido la prima notte di nozze hanno qualcosa in comune. 

 

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Shout

Shout
Shout
Let it all out
These are the things I can do without
Come on
I’m talking to you
Come on

In violent times
You shouldn’t have to sell your soul
In black and white
They really really ought to know
Those one track minds
That took you for a working boy
Kiss them goodbye
You shouldn’t have to jump for joy

Shout

They gave you live and in return you gave them hell
As cold as ice
I hope we live to tell the tale

Shout

And when you’ve taken down your guard
If I could change your mind
I’d really love to break your heart

 

http://www.youtube.com/watch?v=1WLGMC9B6zw

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West

Non lo accordavano proprio mai quel vecchio piano verticale. Ma a lui piaceva quel posto polveroso. Ci andava per una pinta di rum o per un poker con i soliti tre amigos, mentre il vecchietto  martellava imperterrito il suo honky tonky, facendo traballare il sigaro tra i pochi denti rimasti.

Arrivò per primo, si sedette al solito tavolo quadrato e ordinò una birra. In quel saloon la birra era pessima, ma era presto per iniziare a tracannare rum. Mentre tirava fuori uno specchietto fu raggiunto da suo figlio. “Kit, tesoro siediti. Caro come stai?”

“D’incanto daddy. Gli altri?”

Gli altri erano sempre in ritardo. Carson arrivò trafelato con le borse della spesa mezze aperte e due gomitoli di lana d’angora grigia. “Mioddio che giornata, non ci potete credere.” Lui lo guardò sorridendo e gli spostò la sedia per farlo accomodare. “Oh Gesù, El Muerto, non s’è visto ancora? Quello  è sempre in ritardo, come le star.”

Il quarto arrivò con calma olimpica, si sedette cavalcando la sedia al contrario. “Ma come sei pallido.” “E secondo te sennò mi chiamavano El Muerto?”  “Eh ho capito, ma prima di uscire un po’ di terra no?” sentenziò Carson, spazientito.

I quattro si misero a bere e a discutere. Lui disse: “Sentite, venerdì sera aprono un nuovo beauty center a Oklahoma City. Sentite il programmino: sauna, body peeling, massaggio e poi aperitivo con lo staff, che son dei ragazzacci mi han detto.”

No perdonami daddy, ma c’è l’inaugurazione del Klondike Center, la spa più fica del West e io non me la perdo! “ urlò stridulo Kit.

“Oddio ragazzi” aggiunse Carson, “non è che adesso mi fate la lite in famiglia per il venerdì sera eh, che ho già il mal di capo. E poi aprono anche la stagione estiva del Pepita a Tucson. Ce la vogliamo ricordare ‘sta cosa che è un mese che la ripeto?”     

El Muerto scoppiò a piangere. Tutti alzarono gli occhi al cielo. “Mi ha lasciato. Non troverò mai il vero amore. Frugando nel comodino  ha trovato un sex toy, quello a coniglietto da 180 dollari IVA inclusa e mi ha detto che sono una zoccola. Non mi vuole più vedere e io sto invecchiando, solo, senza nessuno che mi abbracci quando gli sciacalli ululano nella notte gelida della prateria.”

Lui si alzò esausto. Fece ondeggiare le porte del saloon e si poggiò alla staccionata. Accendendosi il sigaro pensò che erano alle solite. 

TEX AND THE CITY 

 

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Grazie a Ric e Lolli, musi ispiratori.

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Il compleanno dello Splendido

…………………grazie a tutti.

http://www.youtube.com/watch?v=lX5IhaS1law

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Brad

Trovo che Brad Pitt sia bravo certo, ma soprattutto porti con grande disinvoltura la sua faccia da sberle. Che piace però. Eh se piace.

Una volta, durante il consueto pranzo matriarcale del sabato, mia cognata - morigerata insegnante, brava moglie e da sempre invaghita di suo marito, versione etero padana di George Michael, – se ne uscì dicendo che l’unico uomo con cui sarebbe mai fuggita, era Brad Pitt. Nessuno la canzonò. Tutti restammo seri ad ascoltarla perché le credemmo. Semplicemente una dichiarazione sincera. Forse un avvertimento.

Il nostro Brad non sbaglia un film. Lo ricordiamo pischello bastardo in Thelma e Louise, ladro affascinante e anche ben accompagnato in Ocean Eleven e seguenti, picchiatore spietato in Fight Club, vampiro, cowboy, gerarca nazista, Achille, poi se ne va in Tibet e poi recentemente invecchiato nello strano caso di Benjamin Button. Sempre con quella faccia da sberle che tanto fa impazzire le donne.

Ora però è annoiato. Vuole di più. Non si sente soddisfatto degli innumerevoli ruoli interpretati. Vorrebbe una parte che sussumesse l’amore per la storia, per i film epici, per le donne, il suo essere eterno bastardo dentro ma anche uomo maturo e sempiterno portatore di faccia da sberle.

Allora io, che ci ho sempre un consiglio per tutti, ci direi Braddy, tesoro, perché non giri…

IL FIGLIO DI TROY!

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Ti amo?

Ci si ama veramente solo in italiano.

Con la nostra lingua possiamo moderare il livello di affetto che intendiamo esprimere. Possiamo scegliere tra un mero ti voglio bene e un perentorio ti amo. La differenza non è di poco momento.

L’inglese, che pure conosce verbi che distinguono meglio alcune sensazioni (to hear o to feel differenziano ciò che per noi è sempre “sentire”, per esempio) non ha la distinzione sul grado d’amore  espresso e se ti dicono I love you tu stai notti intere ad arrovellarti il cervello per scoprire “quanto” ti ama.

Il francese non è molto diverso. Je t’aime per l’amore vero, anche perché se dici Je t’aime bien stai sostanzialmente blaterando un “ ti stimo moltissimo” e sai che erotismo ti scatta!

E vogliamo parlare del tedesco? Ich liebe dich! Più che una dichiarazione d’amore, una lapide.

Ecco: lo spagnolo, come sempre, risulta invece intrigante ed ontologicamente erotico. Loro dicono te quiero che in realtà è sinonimo di ti voglio. Che se una ti guarda negli occhi e ti dice ti voglio, un po’ già la ami. Questo è il ragionamento iberico, me lo sento.

Ecco, questo post è dedicato a tutti i compagni del liceo linguistico che vedrò domani sera e che hanno sempre saputo le lingue meglio di me, perché mentre loro si ammazzavano sui libri, io scoprivo l’amore.

Per quello so come si dice.

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