Archivi del mese: marzo 2009

Asterix, Obelix e Meretrix

 Sulla Merlin la penso così. Parto da lontano, ma sintetizzo e finisco presto.

Uomo e donna sono programmati geneticamente per riprodursi, al fine intuibile di continuare la specie. Ciò significa che avvertono una pulsione sessuale ineluttabile e ricorrente che, se a lungo insoddisfatta, finisce col tramutarsi in disagio psico somatico, con conseguenti deviazioni comportamentali, malattie, depressione o semplice giramento di balle.

I belli, i fortunati, gli innamorati e i ricchi scopano regolarmente. Gli altri no. I brutti, gli sfigati, i timidi, i disabili, gli anziani hanno due sole possibilità: brutalizzare qualcuno o pagare il sesso. Il primo è reato, il secondo fa finta di non esserlo ma è come se lo fosse. Quindi, la normativa attuale che sostanzialmente vieta di andare liberamente a puttane, viola sicuramente un paio di precetti costituzionali: quello che sancisce l’uguaglianza tra i cittadini (art. 3) e quello che tutela la salute (art. 32).

E allora, ne converrete, bisogna consentire a chi intende offrire liberamente e senza costrizioni il proprio corpo, di farlo in locali organizzati, puliti, sicuri, e pure in regime di esenzione iva, come le spese mediche, perché in fondo è un trattamento ontologicamente sanitario o comunque a favore della salute pubblica.

I vantaggi sono intuibili: via gli operatori del sesso dalle strade, lotta seria al racket, enormi denari trasferiti dalla malavita allo stato, diminuzione delle violenze sessuali, riduzione delle malattie mentali e di quelle sessualmente trasmesse, aumento della felicità.

Che rivoluzione sarebbe! Immaginate i titoli sui giornali. Libero: l’Italia va a puttane. La Sicilia: dalle lupare al lupanare. Sole 24ore: 730 per il 69. Repubblica: ancora Casini. Casachiusa, il nuovo mensile di idee arredo per il tuo postribolo.

Ah se ci ascoltassero anche oltre Tevere. Ci giocheremmo pure la carta del canonico remedium concupiscentiae con immediati vantaggi anche per l’elvetico corpo di guardia. Ma sapete com’è: nemo propheta in patria.

Infatti Amburgo pullula di bordelli.

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Incontri/2

L’aria pungente, frizzante e pura dell’altopiano gli pizzicava piacevolmente il naso. Era ancora seduto lì, sin dal primo albeggio sull’erba umida di rugiada, in attesa impaziente della sua bella all’orizzonte. Si ritrovò, sempiterno adolescente, a fantasticare un tenero abbraccio dopo un tempo inestimabile, mentre i fragorosi campanacci del pascolo adiacente rendevano fiabesca la sua quiescenza.

Non si erano più visti da quel Natale a Losanna. Certo, si erano scritti una mail alla settimana, ma la distanza incolmabile tra le rispettive sedi universitarie aveva reso vana ogni velleità di fisica riunione.

Scorse in lontananza un San Bernardo lanciato nel suo goffo galoppo, interrotto continuamente per annusare le api indaffarate sui fiori appena schiusi al primo sole. In lontananza, discrete, le tante residenze rurali degli apicoltori con il loro incessante ronzio di sottofondo. Dietro all’imponente cane, con lento incedere, si materializzò finalmente la figura immutata di lei.

Le corse incontro. Le baciò le guance rosse, sfiorandole i ricci corvini. Avrebbe voluto chiederle del nonno, di Clara, degli studi, ma non ve ne fu il tempo. Lei non proferì verbo alcuno e divincolandosi dal suo premuroso abbraccio, corse sotto un albero pieno d’api. Alveari, arnie, cestini e barattoli erano appesi ovunque. Il ronzio stordiva.

Ella si liberò del delizioso abitino a fiori e, adamitica e splendente, lo invitò ad avvicinarsi.

Il suo corpo, spinto dalla passione del ragazzo, aderì alla resina del tronco. Incollata all’albero, accolse come dovuti i sussulti dell’amante.

Ad ogni spinta piovve dall’alto una goccia di miele, e poi un’altra ancora e poi di nuovo miele, copioso, incessante: miele sui capelli, sulle gote, sulle labbra. Miele ovunque. Il miele si mischiò alla resina, si sporcò, si fuse con la corteccia e asciugandosi rese scultoreo ed eterno quell’amplesso alpino.

Dirty sexy honey.

Questo l’ultimo pensiero di Peter e Heidi.

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Lap dance

Io una volta mi ci recai in uno di quei locali là.

Ci andammo in gruppo per festeggiare un tardivo addio al celibato di un collega. Lo so che state già sorridendo, malfidenti che non siete altro, ma se la smettete di tirare conclusioni affrettate, vi racconto fedelmente com’è che andò. Oh.

Dicevo, si stava tutti noi sei o sette bei professionisti giovanili seduti su un divanetto tondo che assecondava la forma di un tavolino. Dal centro del tavolo partiva un lungo palo, fino al soffitto. Sopra al tavolo, champagne. O prosecco. Ma chissenefrega.

Insomma, tutti seduti di fronte al palco centrale a fruire della seguente esibizione: una ragazza, al ritmo di una lasciva melodia, ondeggiava i fianchi e pareva avere tutta l’intenzione di privarsi della biancheria intima. Infatti si tolse in pochi istanti il reggiseno e, potete credermi, a un certo punto decise di sfilarsi pure lo slippino, che già, in ragione delle ridotte dimensioni, lasciava ben poco all’immaginazione.

L’imbarazzo tra noi astanti si fece palpabile. Sottolineo i termini astanti e palpabile, per chi si fosse sintonizzato solo ora .

Nel bel mezzo del demoniaco ondeggiare, la ballerina, altrimenti definita figurante di sala dal contratto collettivo nazionale di settore, con maestria giocoliera riuscì ad estrarsi dall’Innominata una sorte di colorato pallottoliere, lanciandolo tra la folla in tripudio. La folla, per inciso, era composta di soli uomini, i quali fischiavano come al ranch, battevano le mani sul tavolo e sovente trascendevano in commenti triviali.

Dopo il lancio dell’oggetto colorato, ella, molto probabilmente una ragazza dell’Est Europa, si avvicinò al nostro tavolo e con un poderoso colpo di reni si avvinghiò al palo, a testa in giù. Pareva una serpe. Un gesto atletico che tutti noi ammirammo rumorosamente pensando ad una sola cosa: il cirque du soleil.

La serpe cominciò a scendere caposotto. Allungò la lingua biforcuta e lentamente la infilò nel collo della bottiglia. Nessuno bevve più, poi: s’era già bevuto abbastanza prima.

Una piroetta e, come d’incanto, la ragazza si catapultò sul nostro divano, completamente priva di indumenti. Cadde proprio in braccio ad uno di noi, il più bello (no, non il più splendido). La signorina ebbe quindi un tardivo sussulto di pudicizia: prese le mani di lui e si coprì i seni.

All’istante fummo avvicinati da alcune ragazze spuntate dal nulla. Com’erano abbigliate ci insospettì non poco.  Ma pure l’offerta di esibirsi privatamente con un contributo spese di euro cinquanta ci lasciò letteralmente a bocca aperta. Capimmo in un lampo che non erano innamorate. Allora noi, fieri e delusi per l’assenza di sentimento, si rifiutò l’offerta con moderato sdegno. Sul punto, va detto, alcune testimonianze divergono, ma insomma i dettagli annoiano.

Lo ammetto: il sesso in pubblico mi ha sempre imbarazzato. E anche quando si faceva l’amore di gruppo in spiaggia, tiravo sempre un sospiro di sollievo all’arrivo della polizia.

Scherzo, ovviamente.

Mica arrivava sempre, la polizia.

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Rivelazioni

Stamattina mi sono svegliato con uno strano ronzio nelle orecchie. (No, non era l’invasor.)

La pressione alta produce un fastidioso ronzio. Questo già lo so.

Anche Sincerità della Arisa, che diolabbiaingloria, produce scompensi fonico-auditivi. Detta canzone è come la puzza di fritto:  ti alletta  nell’immediato, e ti ammorba per l’eternità. Per inciso,  se incontro ancora qualcuno che la canticchia, gli ballo la lambada sulle rotule. E io la lambada la ballo maluccio. Mica come la salsa e le meringue.

No, stamattina mi ritornava in cuffia con effetto larsen una parola tanto comune quanto gradita.

Il vocabolo in questione lo pronunziamo (bella la z aulica eh?), se siamo cortesi, almeno una decina di volte al giorno. Minimo.

Ne siamo avvezzi, è vero, ma lo pronunziamo ( aridaje co’ sta z) sempre in maniera scorretta.

La rivelazione è presto detta: noi diciamo GRAZIE con due z. Diciamo sempre GRAZZIE.

Provate. Anche senza sforzarvi nel raddoppiare. Semplice semplice, come fate di solito.

GRAZZIE. Così diciamo.

Provate a dire grazie, adesso. Sentito come suona, con una z sola?  Forzato, suona. Povero, quasi straniero. Eppure quando parliamo latino (e chi non lo fa) pronunciamo Gratia dei, con una singola z, quindi niente pippe fonetiche a giustificare il raddoppio.

Lo so. Son cose che fan pensare. Son cose che minano i capisaldi dell’incerta esistenza. Però promettete di dormire stanotte.

Grazie (?).

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Pentimento

Mollemente immerso in piscina ad idromassaggio. Temperatura proto amniotica.

Membra indolenzite dallo sci. 

Tisana depurativa rilassante rinfrescante rigenerante.

Cromoterapia, dal rosa al verde.

Musica lounge. Molto bassa. Manco la senti.

Tramonto altoatesino. Gratis. Almeno quello.  

Occhi chiusi.

Respiro diaframmatico.

Bolle deliziose nella geografia indolenzita.

Intimamente, godo.

 BAMBINA CON MASCHERA DA SUB URLA IN TEDESCO. SI TUFFA A BOMBA NELLA VASCA.  BATTE I PIEDI. MI PERCUOTE RIPETUTAMENTE LE GONADI.

Di nascosto, sott’acqua, la calcio per sbaglio, più volte. E sorrido al padre.

Il pentimento tarda.

Il rimorso latita.

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Soul man

Non ho mai avvertito l’urgenza di classificare con precisione le cose del mondo. Certo, le ordino, ma solo perché ho in odio il caos. Le sfumature rendono acuto il giudizio, piacevole la compagnia, geniale l’opera; le classificazioni, invece, restano mere armi di difesa dei poveri di spirito, sempre in affanno nell’apprezzare il nuovo.

Per quanto mi ripugnino le etichette, mi accorgo, tuttavia, di dividere inconsciamente il mondo in due enormi porzioni: una soul e l’altra rock.

Il concetto è più ontologico che musicale. La musica è la pelle dell’anima e suo tramite, quasi per osmosi, entrano vibrazioni e suoni ed escono  pensieri e atteggiamenti. La musica colora i concetti, scandisce il ritmo della scrittura, solfeggia il nostro cammino.

Le anime soul (la tautologia anglosassone mi rafforza il concetto) amano la musica black, e jazz, R&B, funky; godono delle vocalità dense di fioriture, adorano i tramonti e la cioccolata al latte, si attardano nel petting, si innamorano in continuazione, sono solari e marini, vanno in letargo in inverno e si commuovono al prolungarsi delle giornate di marzo, parlano mentre fanno l’amore e si vestono di toni caldi. Trovo soul la meringata, il bagno in vasca, il notebook rosso, le chiappe sode, il sax contralto, la mamma come istituzione. Degenerando, il soul diventa stucchevole, vittimista. Se si incazza suona hip hop, se abusa di sostanze vira in reggae e quando è superficiale degenera nel pop.

Il rock, invece, è asciutto. Minimale. Rigoroso. Come il riff di smoke on the water. Odia i fronzoli, il rock, e le voci black mielose e tutte uguali, da Giorgia a Mariah Carey; si vergogna del proprio disordine, adora la posizione del missionario, odia il sole negli occhi, ama la montagna. La pasta aglio, olio e peperoncino è rock, così come la focaccia bianca, la mountain bike, radio2, il cellulare col display rigato, il gatto nero, il campeggio con la tenda, asciugarsi sugli scogli ascoltando la musica con l’Ipod da 8 giga (con memoria maggiore è soul). L’elenco ovviamente non è esaustivo. Quando il rock si incazza diventa punk, se si droga, invece, rimane rock. Superficiale, suona pop pure lui.

La diversità di cui sopra mi si è rivelata l’altra sera, mentre Morgan (paracula e irresistibile anima rock) cazziava il povero Daniele (vero soul man in erba) solo per le fioriture del suo splendido canto.

Scontro di anime.

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Quello che gli uomini non dicono

Valentina Maran, brillante curatrice delle pagine più spregiudicate del blog di Elle, ha accolto il nostro invito e ci ha svelato alcune delle cose che le donne non dicono (http://www.elle.it/elle/blog/valentina-maran/quello-che-le-donne-non-dicono)

Ricambiamo il favore, dall’altra metà del cielo.

Gli uomini non dicono quando un abito appena comprato vi ingrassa di culo o una gonna vi taglia le gambe o quel top vi schiaccia le tette. Non lo fanno perché l’unica risposta che volete sentire è: amore ti sta d’incanto. La verità spesso ve la svela invano lo specchio, ma rimettere in discussione la vostra scelta è devastante. Rimarreste scontrose tutta la sera e certamente si tarderebbe alla cena.

Gli uomini non dicono che siete ingrassate o che avete la cellulite. Non lo fanno perché gli piacete lo stesso e perché in fondo non sono difetti irrimediabili.

Gli uomini non dicono che state invecchiando. Non c’è bisogno di dirlo. Si può invecchiare bene o male, ma lo scorrere del tempo non dipende dagli esseri di questa terra. Inoltre, insinuare il tarlo che magari il vostro viso meriterebbe un ritocchino col bisturi, sarebbe poco carino e presenterebbe costi incompatibili con la crisi del momento.

Gli uomini non dicono che si farebbero volentieri un terzo delle vostre amiche. Ho detto un terzo perchè adoro le statistiche per difetto.

Gli uomini non dicono che bramano le vostre terga. Lo so che è una cruda realtà, ma non c’è uomo onesto che non abbia desiderato tuffarsi nei vostri  preziosi lombi. L’origine di tale pulsione la lasciamo spiegare al dott. Freiss, esperto di comportamenti sessuali nei discendenti dei macachi.

Gli uomini non dicono che spesso hanno voglia di piangere.

Gli uomini non dicono quanto significa affettivamente la casa in ordine, il bagno pulito, la lavastoviglie scarica e il sesso orale poco prima di andare al lavoro.

Gli uomini non dicono che adorano ricevere posta. E complimenti. E rassicurazioni. E sentire oddio quanto ho goduto (e ditelo, cazzo, ogni tanto).

Gli uomini non dicono quanta invidia provano per voi che potete nascondere i segni di una notte insonne con la cosmesi,  senza essere prese per finocchie.

Gli uomini non dicono che al cinema si commuovono e tocca scappar fuori nel buio dei titoli di coda.

Gli uomini non dicono quanto sono spaventati dalle donne aggressive, troppo intraprendenti o con disinvolti trascorsi  sessuali.

Gli uomini non dicono quanto si sentono immortali quando fanno dei figli e impotenti quando questi stanno male.

Gli uomini non dicono quanto gli stanno sulle palle tutti i vostri amici maschi, perchè gli uomini, quando serve a loro, sono tutti dei maiali.

Gli uomini non dicono quanto splendidi si sentono dopo i quaranta.

Ah no, questo lo dicono.

 

post riprodotto e commentato su elle.it http://www.elle.it/elle/blog/valentina-maran/quello-che-gli-uomini-non-dicono

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Blogging out

La blogosfera  è la second life dei timidi.

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Here comes the sun

La depressione che negli ultimi tre giorni ha portato molte nuvole e precipitazioni si sta indebolendo e spostando verso la Grecia, lasciando spazio ad un’alta pressione atlantica; fino a Sabato mattina il tempo risulterà variabile, mentre nel resto del fine settimana sarà più stabile (Arpav).

Ci vuole poco per far felici gli uomini semplici.

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Nn t vgl +

Sento spesso segnali di scandalo per le nuove modalità con cui si comunicano gli epiloghi delle storie d’amore.

Precursore dei tempi Daniel Day Lewis che, mi raccontano,  lasciò Isabel Adjani, incinta di suo figlio, a mezzo fax. Qualche settimana fa un ministro della repubblica ha liquidato la sua fidanzata tramite un sms. Aumentano i casi di conoscenti lasciati di cotal guisa.

Francamente non comprendo lo sdegno. Sms, e mail, chat, skype hanno tolto fisicità alle emozioni rendendole evanescenti, ma non per questo meno vere. La tecnologia impone di concentrarsi sul concetto, comunque esso venga trasmesso. I nuovi mezzi di comunicazione non sono balocchi, buoni solo per le futili disquisizioni o il cazzeggio telematico: sono cose serie. Vanno utilizzati per ogni tipo di rappresentazione da trasferire.

Un amico che ti esprime le condoglianze con un sms non deve scandalizzare, anzi,  ti evita l’ennesima telefonata, spesso emotivamente insostenibile. Se con un sms ti dico che ti voglio, non posso con il medesimo mezzo comunicarti che non ti voglio più? Se lo faccio con una lettera di carta  va tutto bene: ma l’assenza di fisicità non è la stessa? E  il concetto? Il medesimo: ti ho appena mollato. Allora sono codardo se ti mollo con un sms e un romantico se lo faccio con una missiva? Per piacere.

Mi si può obbiettare che le brutte notizie si danno dal vivo, almeno per telefono, affinché la tua voce possa scaldare l’interlocutore raggelato dalla mesta ambasciata. Ebbene, tutte le luttuose notizie che ho ricevuto, avrei preferito leggerle, che sentirle, forse per la qualità dei miei ambasciatori: o troppo distaccati o troppo coinvolti.

Pensate, infine, ai vantaggi emozionali ed orgogliotici (non lo cercate: è un neologismo) di poter occultare al vostro ex (unis – ex) l’espressione sbigottita, le lacrime amare, gli  irrefrenabili singulti. Mica male eh?

Ah, dimenticavo: per la vendetta mi risulta che si possano far disastri a distanza. Così dolorosi da far rimpiangere al malcapitato la tradizionale colluttazione con graffi sul viso e insulti alla mamma.

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