Archivi del mese: febbraio 2009

Mater, semper. Certo.

Né io e nemmeno il teutonico maestro di sci riusciamo a fargli passare la paura.

Lorenzo apre un discreto spazzaneve, ma non controlla l’inesorabile accelerazione sulle “erte” chine dolomitiche. Si impone le cadute per non finire a valle. 

La rassegnazione subentra al panico.

Sua madre, sugli sci dopo tredici anni di astinenza, lo allatta di nuovo, disegnando per lui serpentine rassicuranti. 

La natura discrimina i padri.

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Va’ che roba

siusi

L’Italia è una bella donna a cui si perdona tutto.

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Orgasmo furioso II – la vendetta

Dopo il contributo di Transgenica, continua la rassegna delle vostre testimonianze di quella volta – o,  se siete fortunati, di quelle volte  - in cui il vostro corpo ha percepito l’ebbrezza dei tendini, lo sguarattamento delle sinapsi, godendo (a ridaje) come un calamaro in transumanza di cibo, sesso, musica, paesaggi, sensazioni o chiamale, se vuoi, emozioni.

Continuate a scriverci a splendidiquarantenni@gmail.com, liberandovi delle vostre ataviche timidezze inibitorie (fino ad ora inespresse per la verità).

Questo è il contributo di Annarè. Mandate a letto i bambini.

In un altro letto, ma devo dirvi tutto?

ANNARE’

Voglio. Scoparti. Adesso.
Non dirlo, non dirlo, non dirlo, pazza!: non lo sai che la fretta è nemica dell’amore?
Non lo dico, ma parlano per me due tettine impertinenti che occhieggiano attraverso la canottierina estiva. Fai finta di non vederle o cosa?
Oppure no: sei tu che mi chiami, con quegli occhi lì; che non so cosa aspettarmi da quegli occhi lì.
Non so come e non so quando, la canottierina scivola via e le Impertinenti, prima una e poi l’altra, ridono e godono in un bacio di labbra e di lingua, rosa su rosa che paiono fatte della medesima pelle. Ma com’è che la tua lingua me la sento tra le gambe?

Io. Sono. Liquida.
Diglielo, che vuoi le sue mani. Stavolta lo dico: “Voglio le tue mani.”
Tu lo sai, dove. Toccami.
E invece tu no: sciogli, sbottoni, svesti, ma non tocchi.
Te lo dicevo che era troppo presto. Aspetta.
Aspetto. Respiro. Bacio.
Adesso no, dài, non è più troppo presto.
Ancora rosa su rosa, che lecca, gioca, morde, scivola; e contemporaneamente mani: calde, grandi, decise, che accarezzano senza timidezza. Ancora. Ancora. Ancora.
Vai più giù.

Mi. Scivoli. Dentro.
Con due dita, poi tre, poi non so più (non è più alle tue mani che penso). Non smettere.
Ma se continui così vengo subito.
No, ancora no: trattengo, bacio, aspetto. Tu, senti i miei respiri. E poi non trattengo, non bacio, non aspetto più.
Lo so, quello che vuoi da me. Allora tieni, e ascolta: silenziosilenziosilenziosilenziosilenzio. Silenzio: tutto per te…

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Luca

Silvia, lo sai? Lo sai che Luca si buca ancora?

No, Silvia non l’aveva mai saputo, era totalmente ignara di quel vizio devastante del giovane Luca, o forse non ha mai voluto sapere. Ma dopo più di vent’anni Luca ne era uscito dal quel disperato tunnel. Non si bucava più.

Però era diventato gay. Per forza: suo padre beveva, sua madre lo copriva di asfissianti attenzioni, i bambini facevano ooooh,  la Silvia frequentava solo piccioni, insomma… avrei voluto vedere voi al suo posto.

Però, adesso, non è più gay. E’ guarito. Adesso sta con lei.

E ha ricominciato a farsi.

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Incontri

Si erano dati appuntamento di fronte all’Abbazia di Saint-Germain-De-Près, alle sette di una tiepida sera di fine febbraio, sotto un cielo a chiazze bluastre, ennesimo preludio di gocce imminenti.

Giovedì, alla cena di lavoro da Jacques, nell’attico di Montmartre, si erano accomodati in quindici attorno al tavolo d’acciaio e Silvie si era avvicinata a Claude, spontaneamente, quasi  guidata da un impulso ineluttabile di conoscenza. Lui le aveva sorriso spostandole gentilmente la sedia, per agevolarle la seduta, con gesto desueto e inatteso.

Quella sera avevano scambiato poche parole quasi di circostanza, ma avevano percepito nitidamente i sussurri della reciproca vicinanza e la tranquillità dei voluti silenzi.

Silvie arrivò all’appuntamento con un ritardo minimo ed involontario, dovuto alla batteria della sua minuscola Renault. Percorse Rue Bonaparte guardando la terra smossa dai recenti lavori stradali. L’allacciamento dei cavi a fibre ottiche aveva imposto lo smantellamento di tutto l’asfalto. Place St Germain de Près, tutta Rue Bonaparte e perfino Boulevard St. Germain erano fatti di terra smossa; il paesaggio pareva vittima di un recente bombardamento oppure di un riuscito fotomontaggio pubblicitario. Terra. Terra smossa. Ovunque.

Trovò Claude davanti alla chiesa, lo baciò tre volte sulle guance e lo trascinò in un ristorante italiano, mentre la pioggia cominciava a mischiarsi al terreno. Lì ordinarono due bianchi veronesi e scoprirono affinità inattese. Si scrutarono gli occhi, si disegnarono i volti, si sfiorarono le anime fino a fondersi in un processo di conoscenza definitivo quanto irreale.

Uscirono appagati dal dedotto e speranzosi nel deducibile.

La pioggia cadeva incessante. Sarebbe stata l’ultima della stagione e, a scrosci, stava dando l’addio all’inverno.

Si fermarono sulla soglia del locale, scrutando quell’ultima pioggia fondersi nella melma, consci che si sarebbero certamente inzaccherati nella mota.

Terra, terra smossa. Ovunque.

Pioggia. Incessante. Definitiva.

Melma. Copiosa. Liquida.

Ultimo fango a Parigi.

 

 

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L’Orgasmo Furioso

L’Ariosto c’entra poco, l’arrosto già di più. Ci addentriamo in un viaggio sensoriale tra cibo, sesso, musica, tendini, sostanze naturali e chimiche.

Qual è la volta in cui il vostro corpo ha goduto di più? Quando i vostri sensi hanno sibilato come Scud impazziti? Quando i vicini di casa hanno chiamato i Nocs per far cessare i vostri lamenti animaleschi? Mangiando una Sacher, oppure arrampicandovi sul palco degli U2 per suonare la chitarra con The Edge o mentre giacevate in un immenso letto con l’intera squadra femminile di nuoto sincronizzato, intonando la marsigliese?

Se avete il coraggio, raccontatecelo in forma anche anonima, inviando il contributo via mail a splendidiquarantenni@gmail.com, possibilmente allegando una foto della vostra mano destra.

Ci introduce all’orgasmo furioso Transgenica (grazie Trans), con un contributo che non rientra nel programma Montessori e la cui lettura, per l’argomento trattato e la drammaticità di alcune scene proposte, è destinata ad un pubblico adultero.

TRANSGENICA

Mi masturbo con la regolarità di un impiegato, appena sveglia e ancora sonnecchiante nel mio letto, durante il giorno seduta su una sedia o sprofondata in una poltrona, oppure con la schiena appoggiata ad un muro con le gambe divaricate e un pò flesse…più raramente quando vado a dormire.
Sono passati alcuni anni dalla mia prima esperienza sessuale con un uomo, a questa si sono succeduti un buon numero di partner e di esperienze ma sono giunta alla conclusione che l’estasi autentica e la conclusione più sicura è sempre quella che raggiungo in solitudine.
La mia mente vaga all’infuori del mio corpo e fantastica su ciò che più la eccita.
Senza dover tener conto del procedere di un uomo e non dovendo dipendere dai suoi gesti, riesco, tramite i miei, a controllare l’intensificarsi del piacere ad ogni secondo. Freno e riprendo già sapendo che sarò io a decidere quando.
L’orgasmo è l’effetto di una decisione, quando arriva il momento, la mente si svuota e lo vedo arrivare.
La sensazione arriva da lontano, dall’estremo limite di quel lungo cunicolo dalle pareti grigie e non levigate e si propaga fino all’apertura, che si dilata e si ritrae come la mascella di un pesce, tutti gli altri muscoli sono rilassati a parte quelli delle gambe che sembrano quasi paralizzate.
Ci possono essere sei o sette ondate.
Nel migliore dei casi mi attardo un attimo per far scivolare le dita congiunte…poi mi delizio col mio profumo dolciastro.

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Tu come stai, na na na na naaa

L’ho riascoltata domenica sera, cantata da un Neri Marcorè finalmente cotto in “tutti pazzi per amore”, durante uno spassoso playback a bocca larga.
L’architetto Claudio Enrico Paolo Baglioni, ora liftato come la Loren, ce l’ha inflitta nel 1978, “e tu come stai”, e il relativo album in vinile è sempre stato parte integrante dei festini delle medie, nei garage, quelli dove i maschi stavano seduti a sinistra, aspettando i lenti, e le femmine sgambettavano una donna per amico, lamentandosi della cronica assenza maschile nei balli veloci.
Ma quando il diggei appoggiava la puntina del giradischi sul solco maledetto, beh allora tu che avevi girato e rigirato per tutto il garage senza sapere dove andare, tu che avevi ritrovato le sue iniziali nel tuo cuore, ti dirigevi sicuro verso i fianchi della tua compagna della prima fila. Quella biondina che a rivederla adesso nelle foto di classe realizzi quanto siano cambiati i canoni di bellezza negli ultimi trent’anni, era lì che aspettava di ballare un lento. Quel lento. E un cavaliere. Tu.
L’intro di pianoforte non era ancora terminata e tu l’avevi già cinta maschiamente e fatta roteare intorno all’indelebile macchia d’olio della 500 disegnata sulla pista da ballo.
Quando partiva “e tu come stai” ballavano anche i più sfigati, piroettavano le cozze, cuccavano gli scrausi, limonava il mondo.
Un miracolo che nemmeno Dreams are my reality, l’orrida nenia del Tempo delle Mele, ha potuto mai eguagliare.
Risentirla domenica, quella canzone, mi ha fatto gorgogliare la pancia.
Sarà stata la colite.

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Biuti senter

Non c’ero mai stato, io, in un beauty center. Non ne avevo mai avuto l’occasione o, a dirla tutta, mi sarei vergognato parecchio a stare tra donne intente a farsi cerette inguinali, ascellari, body peeling, brushing o altre cose sconosciute che finiscono in ing, che mi dicono essere dolorosissime, ma, pare, ineluttabili sul lungo termine.
Ancora adesso che ho superato i trent’anni – da oltre dieci anni – l’intimità tra donne mi mette un po’ a disagio, sin da quella volta, nel salone di quella parrucchiera di periferia che si occupava mensilmente del mio ciuffo alla Brian Ferry.
Quel giorno mi trovavo, unico cliente maschio, con un asciugamano in testa in attesa della sforbiciata periodica. La discussione tra le sei donne sotto il casco virò improvvisamente verso le modalità più o meno delicate dei loro ginecologi durante le necessarie esplorazioni. I particolari non si fecero attendere. I commenti nemmeno. “E questo sembra un metalmeccanico e l’altro è morboso e quest’altro pare che non l’abbia mai vista. Però quell’altro sì che è delicato…. e carino anche”.
Io non presi parte al talk show, in compenso quella fu l’ultima volta che feci visita alla parrucchiera di periferia. Il ciuffo invece resistette fino alla prima guerra del golfo.

Il trattamento nel centro estetico me lo regalarono ad un compleanno di un paio d’anni fa. Il buono in cartoncino color salmone riportava una descrizione del regalo a me completamente ignota, anche perché al liceo le ore dedicate alla lingua inglese le trascorrevo scrivendo poesie futuriste ad una gonnellina celeste. Mi omaggiarono di un trattamento tipo total body brushing. Roba forte. Credo.
Rimandai volontariamente per diverse settimane la fruizione del simpatico omaggio per i motivi di cui sopra, ma all’avvicinarsi della scadenza del buono, in un pomeriggio di fine settembre, finalmente mi decisi.
All’ingresso del beauty center due ragazze vestite con tute d’argento mi sorrisero prelevandomi il titolo in cartoncino color salmone; una terza, parimenti agghindata, mi fece cenno di seguirla. Sembravano creature di Ian Fleming. Mi ricordavano le gnocche platinate e malvagie di James Bond, nei film anni sessanta.
Entrammo in uno stanzino minuscolo; l’aliena prese qualcosa da una scatola di cartone e mi disse: “ora deve spogliarsi, completamente, e mettersi questi. ”
Aprii quell’ammasso di carta giapponese e chiesi quale fosse il davanti e quale il dietro. Lei sorrise: “Di solito si mette la parte grande davanti.. però veda lei..”
“E lei resta?”
“No, la raggiungo fra cinque minuti.”
Mi spogliai in fretta e furia per paura che tornasse troppo presto e indossai la mutanda in carta, secondo l’uso, col grosso davanti.
Lo specchio mi fece disperare: un neonato XXL col pannolone gigante, una leggerissima rilassatezza addominale che sporgeva e le chiappe esposte e inutilmente intervallate da un simbolico filo interdentale.
“Ma perché…perché.. che ci faccio qui.”
Mi buttai a pancia in giù appena in tempo per il rientro della massaggiatrice. Mi spiegò che mi avrebbe cosparso di una mistura di alghe della Patagonia e cristalli ayurvedici di checazzonesò. Fango, in sostanza. Cominciò ad impanarmi tutto il corpo, natiche e viso compresi, con quella mistura verde. Nel frattempo mi pose una raffica di domande sul mio utilizzo quotidiano di cosmetici, ottenendo menzogne insostenibili, infarcite a caso dai nomi dei prodotti usati da mia moglie.
Dopo una mezzora di terribili sofferenze abrasive mi ordinò di fare la doccia e uscì. Lo specchio delle mie brame replicò il verdetto, ma stavolta, verde com’ero, parevo Hulk con l’abbonamento alla palestra scaduto da un anno.
La fanghiglia si era attaccata al corpo e ci vollero venti minuti di sfregamento ossessivo sotto l’acqua bollente per tornare umano.
Poi uscii in accappatoio. L’aliena mi fece notare che le mutande non si buttano a metà trattamento e finalmente mi spalmò per due minuti un olio che lenì solo in parte la devastazione delle mie abrasioni epidermiche.
All’uscita, le bond girls mi ricordarono che quel trattamento va ripetuto ogni trimestre.
“Senz’altro. Me lo segno.”

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Il barista sagace

“Solito macchiatone?”
“Si grazie”.
“Cosa dice: adesso che c’ha inaugurato il passante di Mestre, possiamo smettere di alimentarlo?”
“…………………………………………………….”

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Uomini duri

Un caldo pomeriggio di aprile. Sto ancora finendo di ristrutturare la casa, di mercanteggiare il prezzo dei materiali, di cazziare orrendamente gli operai perché ci fosse una volta che vengono quando dicono, di arginare la vulcanica creatività della mia architetta ventottenne.

Ho traslocato, ho finito le energie, la pazienza, i soldi anche.

Sono impolverato nell’anima, inaridito nei pensieri, brutto dentro. Insomma, una personcina a modo che non vedresti l’ora di frequentare.

 

Salgo le scale d’ingresso, nuove di zecca, rifatte ben tre volte per indiscusso volere della vulcanica. Ad un tratto sento un flebile lamento provenire dal giardino confinante. Il mio orecchio è astioso, in linea con il mio stato d’animo e rifiuta semplicemente di passare la segnalazione acustica al cervello. Non ho sentito nulla; la mia giornata prosegue senza serbar memento alcuno di cotanto lamento. Dormo benissimo quella notte: niente segnalazione al cervello, niente senso di colpa. Indifferenza e Atarassia sembrano le mie affezionate sorelle gemelle .

 

Il giorno successivo esco di casa ripercorrendo – ovviamente - lo stesso tratto di giardino. Il lamento riparte,  più fioco, insistente, tuttavia. Salgo in macchina, accendo la radio sì da riempire il mio refrattario padiglione auricolare. Scappo via ché ho da fare io e poi c’ho tanti cazzi per la testa e ci manca pure…. Ma dai.

 

Trascorro una giornata pessima in studio. Una di quelle in cui vorresti intiepidire i clienti col napalm, senza fargli del male però, intendiamoci. Torno a casa imputtanito come un orbettino, sbatto la portiera, apro il cancello e mi dirigo all’ingresso. Il lamento riparte, sempre più flebile. Stavolta ha qualcosa di definitivo, di estremo. Ha come l’aria di essere all’ultima sequenza.

Mi avvicino alla rete metallica che separa i due giardini. L’erba è alta di là. La mia invece è ancora fango, grazie a Maurizio, il giardiniere che appare quando gli pare e mi fa sentire come Bernadette.

Dalla giungla spuntano due minuscoli occhi azzurri; un batuffolo di pelo nero si infila nei rombi della rete, ne attraversa uno, mi guarda negli occhi e senza attendere la mia reazione si accomoda sulla scarpa cessando d’incanto ogni miagolio.

Paraculi si nasce eh? Cosa vuoi da me? Perché non te ne torni da quella sgualdrina di tua madre, gatta, che si fa strombazzare e poi molla in giro i figli. Cosa ti sei messo in testa?

Lo so. Sensibilità da scafista albanese. Sono un uomo duro.

To’ un po’ di latte così la pianti di smaronare. Mangi e poi fili via.

 

E’ filato.

 

In casa però. Piccolo com’era avrà sbagliato direzione.

Qualcuno narra di avermi visto con un minuscolo biberon allattare il micetto ogni quattro ore, per settimane, investendo fortune in latte in polvere. Altri affermano di averlo notato mollemente acciambellato sulla mia pancia durante la visione di fiction poliziesche. Mia moglie, ancora incredula, attende con apprensione l’ora in cui le chiederò di prepararlo al forno con le patate, come usava, un tempo, nella città del Palladio.

Ma sono leggende. Nient’altro che leggende.

  

  

 

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Nella foto, appositamente sfocata per tutela del minore, il gatto Gianfilippo in braccio a sua madre, quella adottiva.

Post gemellato con questo.

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